Carlo, Nadia e la fiamma dell’arte

di Mauro Querci

Ricordano un incontro improvviso di stelle nel cosmo. Due vite così distanti, eppure tanto ricche di analogie: giovani, mosse da passioni brucianti, da ideali ed energie fortissime. Lui è Carlo Michelstaedter, libero pensatore, filosofo, poeta, artista, (autore de La persuasione e la retorica), tra le personalità più inaspettate e originali del primo ’900 italiano -di cui oggi si celebra il centenario della scomparsa-. Lei è una affascinante
russa, avvolta finora nel mistero e nell’ambiguità, rivoluzionaria dal carattere indomabile, fatale eppure fragile: si chiama Nadia Grigor’evna Haimowitch Baraden ed è giunta in Italia appena ventenne, intorno al
1906. Entrambi provengono da famiglie ebraiche, anche se hanno un rapporto distaccato con le comunità
d’origine, Gorizia e Pietroburgo, e ancora di più con la sfera tradizionale della religiosità ebraica. A un
certo punto, fatalmente, questi due destini si avvicinano, sembrano addirittura cercarsi. Carlo (Ghedalià è
il suo nome ebraico) in quel periodo si trova a Firenze, dove studia tra Università e Accademia, e sta maturando la sua visione filosofica venata di pessimismo ribelle. Nadia arriva nella stessa città, dopo un pellegrinaggio avventuroso attraverso l’Europa.
E anche lei si iscrive ai corsi di disegno e pittura. Infine, si conoscono. All’apparenza, la loro frequentazione
non è così significativa: lui le impartisce lezioni di italiano. Ma nella storia di ciascuno, quei primi
mesi del 1907 lasciano segni indelebili dell’altro. Lei, poco dopo, con un plateale gesto “nichilista” in cui
si legge l’imprinting rivoluzionario russo, si suicida: si spara nella piazza centrale di Firenze, in pieno giorno,
l’11 aprile dello stesso anno. Lui è
il destinatario di una drammatica
lettera d’addio (“Tu devi affrontare
la vita come una cosa seria e non
rinunciare mai a te stesso”); viene
marchiato a fuoco dalla figura di
quella donna, che ha fatto irruzione
e gli ha attraversato, illuminandola,
la vita. Nei tre anni che lo separano
dall’altro definitivo suicidio -cioè il
suo- il ricordo di lei ha la forza di
un rimorso.
Quest’intreccio fiammeggiante di
esistenze, ipnotico, vitalissimo, ricco
di colpi di scena, è ricostruito
da Il segreto di Nadia B. – La musa di
Michelstaedter tra scandalo e tragedia
(Marsilio), il nuovo saggio-inchiesta
di Sergio Campailla, che cura ormai
da molti anni la pubblicazione dello
scrittore goriziano. Alcuni mesi fa,
tra l’altro, lo studioso ha fatto uscire
da Adelphi una preziosa raccolta di
pensieri, racconti e critiche letterarie,
La melodia del giovane divino, che è
un ulteriore tassello nella sistematizzazione
dell’intero “corpus” di
Michelstaedter.
Per indagare Il segreto di Nadia B.,
Campailla ha avuto il privilegio di
aver preso visione direttamente, nel
1973, dalla scintilla iniziale che lega
le biografie dei personaggi, ovvero
due lettere in tedesco destinate dalla
giovane donna al suo coetaneo insegnante di lingua. Oltre a quella
citata con il “congedo”, ce n’è un’altra:
dove cerca di dissuadere Carlo
dalla passione per lei che sta crescendo.
Questi messaggi, purtroppo,
sono stati distrutti dai primi custodi
delle carte michelstaedteriane, per
ragioni discutibili. Campailla ha
condotta poi un’autentica investigazione,
tra Firenze, l’odierna San
Pietroburgo, Gorizia e, ancora, tra
giornali dell’epoca, archivi, repertori
anagrafici. Così ha fatto rinascere
-documentata e convincente- la
sfaccettata personalità di Nadia
Baraden, restituendole l’importanza
che merita nella vita e nell’opera
del filosofo italiano più precoce e
senza compromessi. Nata da
un’agiata famiglia ebraica di
commercianti, la “musa” russa
ha questo carattere forte,
istintivamente cosmopolita,
tormentato. Infanzia e adolescenza
sono segnate da traumi
oscuri (una violenza subìta a
11 anni e un difficile rapporto col
padre, che voleva un figlio maschio).
Giovanissima si avvicina ai gruppi rivoluzionari.
E brucia le tappe. Come
in un romanzo, nel 1905 la vediamo
in un’Odessa funestata dai pogrom.
Solidarizza con la comunità ebraica
e rischia la deportazione in Siberia.
Quindi sposa un uomo che, subito,
scopre essere un agente segreto che
la sta sorvegliando. Fugge a Londra,
Berlino e arriva in Italia. Una volta
a Firenze, conquista immediatamente
la scena: è bella, intraprendente,
poliglotta, anticonformista. Frequenta
la bohème artistica, così come i
salotti aristocratici. Che cosa ci fa
un’anarchica nichilista, in una città
aperta al mondo eppure provinciale?
Ha una missione da compiere, o è
soltanto in fuga dai propri fantasmi?
Campailla non propone una risposta
definitiva. Ma l’inquietudine di Nadia,
appunto, non può che incrociare
quella di Carlo.
Michelstaedter: il nostalgico dell’assoluto.
Vissuto inseguendo il kairòs,
il tempo propizio, l’attimo stupefacente,
il poeta che volle “far di me
stesso fiamma”, ardere e bruciare.
Un pensatore d’oggi, un secolo fa.
Colui che affiderà alla sua tesi di
laurea, ultimata il giorno prima di
morire, una visione titanica e temeraria
dell’esistenza. L’inseguimento
del piacere, la philospichìa, come
la definisce lui, è sinonimo di
pura sopravvivenza. Invece,
l’essere umano che utilizza la
filosofia, che supera il miraggio
delle illusioni, che accetta la
solitudine, non teme la morte e
vive appieno. “E sotto avverso
ciel, luce più chiara”, sintetizza in
una delle sue ultime testimonianze.
“L’assoluto…, lo conosco così
come chi soffre d’insonnia conosce
il sonno, come chi guarda l’oscurità
conosce la luce”. Il filosofo non
può che venir conquistato da una
donna così che, senza mezze misure,
sembra incarnare quella ricerca di
assoluto. Però, nota Campailla, ogni
amore quando è impossibile tende
a farsi “stellare”. Ecco dunque che
Nadia, nei pochi mesi fiorentini, non
corrisponde del tutto al sentimento,
almeno non come Carlo vorrebbe. Il
giovane l’affascina, ma lei è innamorata
di un altro. E quell’uomo è un
“odiato” aristocratico, un marchese.
Un altro fatale “segreto”. Scopre la
vera identità un giorno prima del
suo ostentato suicidio nel cuore di
Firenze. È la causa che lo scatena?
L’autore di questa serrata “inchiesta
letteraria” non offre soluzioni
accomodanti, ma alimenta interrogativi
necessari per capire.
E comprendere -specialmente
nell’ultimo capitolo del Segreto-,
come Nadia Baraden si riverberi,
fino all’ultimo, nel pensiero
di Michelstaedter. No, la storia
tra i due non si può compiere,
tra il gennaio e l’aprile di quel
1907. In seguito, Carlo è attratto
anche da altre figure femminili.
Eppure la donna “che viene da
lontano ed è lontana” esercita il
suo potere. Torna come memoria
(rimorso, anche?), negli anniversari.
E persino l’estremo no
alla vita del filosofo -i due colpi
di pistola alla tempia che si spara il
17 ottobre 1910-, rimandano al gesto
di lei. Non ci sono, non ci possono
essere, sicurezze. Ma Carlo e Nadia
restano entrambi irriducibili contro
“la miserabile ipocrisia della potenza
borghese, che copre di fiori le sue
difese e nasconde in seno il pugnale”,
come scrive lui nella prosa del Discorso
al popolo. Sì, le due stelle in corsa si
sono appena sfiorate prima di tuffarsi
nel rispettivo buio. Eppure, afferma
ancora Michelstaedter, in un’altra
pagina della Melodia del giovane divino,
“La vita si misura dall’intensità
e non dalla durata -l’intensità è in
ogni presente…-”. Quei tre mesi, in
un inverno di un secolo fa, ne sono
la prova. E continuano a parlarci.