Polemiche / Giornata della Cultura?
Macché, è il Festival dell’Ebraismo scomparso

di Jonathan Pacifici

Scrivo queste righe da casa mia a Gerusalemme, mentre a Siena, la città della mia bisnonna Gilda Borghi Pacifici z’l, va in scena col patrocinio dell’Unione delle Comunità un noto denigratore d’Israele in un evento che, almeno in teoria, avrebbe dovuto mostrare al grande pubblico cos’è l’ebraismo Italiano. Di ciò si è parlato molto, anche troppo, negli ultimi giorni. Troppo, perché ha distratto tutti da ciò che realmente non va in questa manifestazione e che nel silenzio generale abbiamo denunciato su Torah.it : “4 settembre, giornata della cultura ebraica? Una sconfortante sagra di cimiteri in disuso, sinagoghe senza preghiere abbandonate alla musica e ai musei, comunità sparite o moribonde, quartieri senza ebrei da secoli, musei di vita scomparsa…”

I Maestri insegnano che la caratteristica comune dei nemici d’Israele interni ed esterni, dal Faraone all’Amalek che ognuno di noi porta dentro di sé, è quella di distrarci. Di tenerci occupati impedendoci di occuparci di ciò che conta davvero.

Il Talmud legge così la sfida di Goliat all’esercito di Shaul, tenere gli ebrei occupati sicché non abbiano tempo per dire lo Shemà e studiare la Torà.

Ecco, questo è il problema. Leggere il programma di questa giornata fa venire i brividi.

Siamo al Museo del popolo estinto. Sinagoghe vuote da secoli nelle quali l’ultimo bambino che ha fatto un bar mizvà è sepolto negli stessi cimiteri che si celebrano come oracolo 2.0

Qualche settimana fa, ho avuto l’onore ed il piacere di fare una chiacchierata con i ragazzi del campeggio del Benè Akiva che ci hanno visitato a Gerusalemme. Un sessantina di ragazzi e ragazze, bellissimo spaccato dell’Italia ebraica.

“Quanti di voi non vengono né da Roma né da Milano’, ho chiesto. Tre mani alzate. Vi rendete conto, che ciò significa l’estinzione di quelle che ci ostiniamo a chiamare ‘medie comunità’? ‘Quanti di voi contemplano l’ipotesi di fare matrimonio misto?’ Nessuna mano.

‘Passasse l’Angelo e dicesse Amen!’ ho detto alla romana. ‘Ma i numeri sono contro di voi. In questa stanza ci sono decine di persone che hanno parecchie chance di fare matrimonio misto anche se oggi gli sembra impensabile.’

Ho fatto un conto, con l’amico Raffy Steindler qualche Shabbat fa, mentre pranzavamo assieme con le nostre famiglie: circa la metà dei miei e dei suoi compagni di classe del Liceo ebraico di Roma hanno fatto e/o stanno facendo matrimonio misto. Stiamo parlando di quei pochi che hanno avuto un educazione ebraica fino al Liceo, figuriamoci gli altri.

Non sono stati, i ragazzi del Bené Akiva, gli unici ospiti che abbiamo avuto quest’estate.

Si potrebbe anzi dire che se c’è stata una capitale dell’ebraismo italiano questa estate, è stata Conegliano Veneto, in provincia di Gerusalemme.

Nella magnifica Sinagoga di Rechov Hillel è transitato quanto di vivo c’è nell’ebraismo italiano. Vado a memoria, ma abbiamo avuto l’onore di studiare con Rav Arbib, Rav Somekh, Rav Gianfranco di Segni, Rav Umberto Piperno e Rav Colombo. Abbiamo avuto con noi anche Rav Shunnacche, Rav Bachbout, Rav Cesare Moscati ed altri ancora che sicuramente sto dimenticando.

Abbiamo sentito le musiche di Casale Monferrato, Ferrara e Biella non in un concerto per goim, ma in tefillà officiate dallo stesso Rav Somekh e dagli amici Lampronti e Sorani. Abbiamo festeggiato i cinquant’anni del Bar Mizvà di Alberto Piperno che nello stesso Sabato festeggiava anche la nascita di una nuova nipotina ed il matrimonio di una figlia, sposa e neo-zia.

Abbiamo sentito una parashà cantata con l’aria di Gorizia. Dove vive Gorizia ebraica vi chiedo? In qualche museo o in una parashà letta alla Goriziana, da un sabra, in una sinagoga veneta di trecento anni fa, su un sefer veneziano di quattro secoli, a Gerusalemme?

Abbiamo festeggiato il matrimonio del Maskil Jacov Di Segni e Debora Somekh, figli di due illustri Rabbanim italiani ma anche per propri meriti motori nell’ebraismo italiano: basta pensare al ruolo di Jacov come Maestro, Chazan e revisore di molti dei Siddurim di Morashà.

Stasera a D. piacendo sulle colline fuori di Gerusalemme, festeggeremo il matrimonio di Dany Anav, sabra figlio di Vito e nipote di Lello, figura importantissima nella Comunità di Roma, con Elinor Moscati, figlia di Rav Cesare Moscati: un matrimonio che forse meglio di ogni altra cosa spiega quali possano essere i legami tra gli Italkim e gli ebrei italiani. Ed il verso ‘Ancora si ascolterà…attorno a Gerusalemme la voce della gioia…la voce dello sposo e la voce della sposa’, parlerà di noi.

E poi scendi di casa ed ai giardinetti di Katamon e Rechavia i tuoi figli giocano con dei bambini che portano il cognome Piperno, Lattes, Di Veroli, Crema, Piattelli, Efrati, Del Monte ed altri ancora.

E che dire dei tanti nonni? Neo israeliani o israeliani part-time che altrnano periodi israeliani sempre più lunghi per godersi i nipotini sabra. Senza contare i tantissimi amici che senza motivi particolari a scadenze regolari incroci a Rechov Hillel, ‘a prendere una boccata d’aria’ come dicono…

Ebraismo 2.0? Facebook? Internet? A che servono? A vedere cimiteri e posti dove una volta c’erano gli ebrei?
Ha ragione l’amico David Piazza che si accontenterebbe di una versione beta, altro che 2.0 . Perché, vedete, 2.0 significa non solo strumenti moderni, non solo social, non solo mobile ma anche e soprattuto nuovi modelli.

E’ quello che cerchiamo di fare da quattordici anni su Torah.it che se ha un piccolo merito è quello di aver posto la questione di un internet ebraico in italiano che parli di Torà e la porti in mezzo alla gente dovunque essa sia. Di una derashà sulla Parashà della settimana in italiano che parte da Gerusalemme ed arriva ad ebrei italiani siano essi a Trani, a San Francisco o in Finlandia (tutti casi veri).

Se 2.0 significa abbattere le frontiere, allora la vera domanda non è come fare lo streaming di un ebraismo morto e sepolto, ma come usare questi straordinari strumenti per proiettare i nostri figli verso il futuro, verso un ebraismo 3.0

2.0 significa comunicazione senza frontiere: ma come comunicheremo con gli ebrei di tutto il mondo quando l’ebraico, il vero connettore del popolo d’Israele, è per i nostri ragazzi la versione ebraica del latino e del greco?

Tutto questo nel programma dell’Unione manca. Tutto questo manca nelle discussioni comunitarie. Sprechiamo il tempo ad occuparci di caro Kasher, Gomel, Moni Ovadia, ciambellette sì ciambellette no, mentre ci stiamo (e scusate ma forse dovrei dire vi state) estinguendo.

E non si capisce, e non si parla di come Israele sia diventata una sponda imprescindibile se si vuole un futuro che vada oltre l’ebraismo dei musei. Godetevi Moni Ovadia e i suoi amici della Flottiglia, se è questo l’ebraismo che volete. Io stasera vado a ballare con Dany ed Elinor sulle colline di Gerusalemme.