Per quale pace

Opinioni

Yasha Reibman, il portavoce della Comunità ebraica di Milano, l’aveva detto più volte. Più o meno ascoltato, spesso ripreso dai giornali come se la sua fosse un’opinione di parte, una fra le tante possibili, rileggere oggi quelle che sono state le sue puntuali messe in guardia nei confronti delle nuvole che andavano addensandosi all’orizzonte, lascia con la bocca amara. Le manifestazioni “per la pace” in Medioriente, quando sono inscenate da sinistra italiana che vuole essere governo e opposizione al tempo stesso e scende in piazza per fare del male a se stessa, finiscono per alzare il sipario su cos’è l’antisemitismo oggi. Che si parta dalle equilibrate intenzioni degli organizzatori del corteo che ha sfilato questo sabato per Milano o da quelle apertamente vicine alle ragioni degli estremisti palestinesi, come nel caso della manifestazione avvenuta a Roma, il risultato, purtroppo non cambia.
A scivolare dall’invocazione pacifista alla libera critica alla politica israeliana, dal proclamato desiderio di mettere pace in una situazione sempre più complessa come quella mediorientale a un antisemitismo che non ha più alcun pudore a mostrare il suo volto, che sempre meno sente il bisogno di cercarsi un alibi; finisce per essere tutta la sinistra italiana.
Non c’è bisogno di andare ad analizzare uno per uno gli slogan proclamati nei due cortei, non è necessario sottolineare gli episodi più turpi di violenza e di inciviltà cui alcuni manifestanti hanno dato vita (quelli che hanno formalmente indignato persino il Capo dello Stato e i leader dei partiti della sinistra italiana, quelli che l’onorevole Diliberto afferma avvengono alle sue spalle e a sua insaputa, mentre lui si mette alla testa dei cortei che ha convocato).
Basta descrivere il malessere disseminato negli ambienti ebraici più progressisti e più sensibili alle ragioni dei palestinesi per capire che la sinistra italiana si sta lasciando trascinare molto lontano da un progetto di pace serio e così facendo si sta lasciando condannare a una catastrofica marginalità, sul fronte internazionale e su quello interno.
Ma lo scorso fine settimana, con i suoi squallidi e inquietanti episodi che hanno riempito le pagine dei giornali, costituisce una svolta? Non è forse vero che negli scorsi mesi sono state bruciate in piazza le bandiere israeliane senza che nessuno intervenisse? Il nostro “equidistante” ministro degli Esteri, è vittima, interprete o piuttosto artefice di questa involuzione di una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana che vorrebbe più o meno velatamente buttare Israele a mare?
Certo stanno avvenendo cose gravi e senza precedenti.
La sinistra che negli scorsi mesi bruciava le bandiere israeliane in piazza, infatti, oggi ha conquistato responsabilità di governo. I suoi manifestanti oggi non esprimono un movimento di opposizione, ma chi vorrebbe reggere questo traballante Paese.
E chi racconta il Medioriente in questa maniera deformata e mascalzonesca non sfoga più la rabbia di una frangia marginale, ma suscita un polverone nell’ambito di una compagine maggioritaria che dice di voler reggere le sorti dell’Italia.
Il lettore di Mosaico potrà leggere, nell’area dedicata al dibattito, i contributi doloranti dei nostri giovani dell’Hasomer Hazair, costretti a ripiegare le loro bandiere e ad ammettere che nei fatti le manifestazioni equidistanti sono spesso solo un paravento. La fatica di parlamentari (come il milanese Emanuele Fiano e molti suoi amici) che cercando di difendere l’autorevolezza della sinistra italiana si espongono e si oppongono in prima persona.
Sta di fatto, in ogni caso, che la sinistra italiana sfila sventuratamente davanti a uno specchio e spesso si spaventa della sua stessa immagine. Sta di fatto che se la sinistra perde la nozione di democrazia in Medioriente, perde di vista le ragioni di Israele, uccide una componente determinante della propria anima. E il dibattito sulla sinistra e su Israele, difatti, incalza, tormenta, produce approfondimenti straordinari, come si può leggere negli atti (che in queste ore si presentano a Milano) del seminario in cui per la prima volta lo stesso Fausto Bertinotti denunciò le ambiguità di una sinistra tentata di entrare nel vicolo cieco dell’antisemitismo e dell’appoggio incondizionato alle dittature islamiche.
Resta il fatto che una minoranza tanto piccola come la minoranza ebraica italiana resta impegnata in queste ore con personalità molto diverse fra di loro e su fronti molto diversi, da punti di vista molto diversi, a testimoniare della possibilità di guardare verso la realtà a testa alta.
Siamo pochi, ma una nuova volta siamo rilevanti. Mentre Yasha Reibman difende le ragioni di Israele e dell’informazione corretta sul groviglio mediorientale, l’onorevole Fiano difende la speranza di una sinistra italiana progredita e rilevante.
Il Nobel e senatore a vita Rita Levi Montalcini, infine, difende con il suo voto determinante la tenue maggioranza che consente a questo Governo di restare in piedi. “Non li sto neanche a sentire”, ha detto attraversando l’indegna bagarre di un’opposizione di destra che ha tentato inutilmente di rimandarla a casa e di ridurla al silenzio.