L’incontro mancato. Intervista a Rav Richetti

Opinioni

 

Intervista a Rav Richetti.

Rav Elia Richetti, rabbino capo della Comunità di Venezia, ha espresso sulla rivista Popoli le sue considerazioni sul dialogo tra ebraismo e Chiesa cattolica per spiegare il motivo per cui l’Assemblea rabbinica italiana aveva deciso di disertare la Giornata dell’ebraismo del 17 gennaio.
“È la logica conseguenza di un momento particolare che sta vivendo il dialogo interconfessionale oggi”, ha spiegato, “momento i cui segni hanno cominciato a manifestarsi quando il Papa, liberalizzando la messa in latino, ha indicato nel Messale tridentino il modulo da seguire. In quella formulazione, nelle preghiere del Venerdì Santo è contenuta una preghiera che auspica la conversione degli ebrei alla «verità» della Chiesa”.

Mosaico ha rivolto a rav Richetti alcune domande.

Perché ha deciso di esternare pubblicamente il suo pensiero in merito al dialogo con la Chiesa cattolica?
Non ho deciso nulla. Pochi giorni dopo che l’Assemblea dei Rabbini, con nota del 17 novembre, annunciava che quest’anno non avremmo partecipato a celebrazioni del 17 gennaio (Giornata dell’Ebraismo per la Chiesa cattolica) organizzate da autorità ecclesiastiche, il mensile gesuita Popoli mi ha contattato per chiedermi di spiegare tale decisione. È da dire che il mensile viene distribuito fondamentalmente per abbonamento, ed ha una tiratura abbastanza limitata. Non avrei mai immaginato che un mese e mezzo dopo diventasse notizia da primissima pagina dei quotidiani!
Ribadisco ancora, non ho espresso idee personali, ma il sentimento comune dei colleghi riuniti a Roma il 17 novembre.


Pensa che la questione della Preghiera per gli ebrei sia un segno profondo di una revisione da parte cattolica dei rapporti con l’ebraismo o piuttosto una concessione fatta agli ambienti più tradizionalisti all’interno della Chiesa?

A mio avviso, la reintroduzione della preghiera in quei termini tiene conto di due aspetti: da un lato il fatto che il Papa appartiene ad una corrente conservatrice all’interno della Chiesa, che non vuole cancellare il Concilio Ecumenico Vaticano II ma limitarne la spinta innovativa; dall’altro il tentativo di recuperare i tradizionalisti lefebvriani, che pretendono un ritorno alla vecchia tradizione della Chiesa; da qui la messa in latino, la posizione del celebrante con le spalle rivolte ai fedeli, ed altro.


Quali conseguenze avrà la mancata partecipazione da parte ebraica alla Giornata dell’ebraismo del 17 gennaio?

Le conseguenze pratiche sono limitatissime: la Chiesa utilizza vari studiosi dell’Ebraismo di matrice cristiana e fa a meno di noi, ma il tutto perde un bel po’ in credibilità; inoltre, e questo mi sembra il più, viene soprattutto a mancare la dimensione dialogo, che dava alla giornata un valore aggiunto, che si traduceva di per sé in un modello da seguire.

 

L’ebraismo ha ricevuto la solidarietà di ambienti cristiani vicini a Biblia (si veda la lettera riportata qui sotto). Che cosa ne pensa?
Non solo gli ambienti cristiani vicini a Biblia si sono mossi, ma anche molti altri e molti singoli cittadini. Questo dimostra, a mio avviso, che nella Chiesa di base c’è molta sensibilità di cui i vertici non sempre si accorgono. Personalmente ho ricevuto molte manifestazioni di consenso da molti gruppi di dialogo e da semplici cittadini, e perfino un parroco mi ha candidamente confermato che lui non reciterà mai la preghiera incriminata.


La questione del processo di beatificazione di Pio XII rientra in questa polemica?

Il problema Pio XII è un problema interamente interno alla Chiesa, anche se vi sono ancora molti nervi scoperti da parte di chi aspettava un pronunciamento papale che – al di là delle motivazioni possibili – non c’è stato. Politicamente, poi, la beatificazione di Pio XII è un bel regalo ai tradizionalisti. Ma al di là di questo, non credo al complotto contro di noi, o contro il dialogo. Probabilmente si tratta di casualità, e non di un disegno preciso.

Pensa che da parte vaticana il fatto di “raffreddare” i rapporti con gli ebrei possa essere letto anche come una strategia di avvicinamento all’Islam, sempre più diffuso in occidente?

Anche su questo, più che una strategia comune, vedo un concorso di “vantaggi”, che può anche aver giocato nel prendere certe decisioni. Almeno ufficialmente, nessuna delegazione islamica ha mai posto condizioni relative al dialogo con gli Ebrei; mentre alcuni di essi contestano la matrice missionaria della preghiera Pro Judaeis, perché temono che un giorno anche nei loro confronti vi sia un analogo auspicio.

 

Sulla preghiera per gli ebrei

Come persone legate da un profondo interesse per la Bibbia, la lingua e la tradizione ebraiche, pur con differenti posizioni religiose, avvertiamo la responsabilità di esprimere preoccupazione solidale e rammarico per il segnale negativo che la modifica della versione post-conciliare della preghiera per gli ebrei del venerdì santo nella messa in latino può rappresentare per il dialogo ebraico – cristiano.
Riteniamo che una ripresa e conferma delle iniziative ecumeniche di gennaio può essere l’occasione per contrastare e, si spera, revocare qualsiasi tendenza a far regredire il dialogo interreligioso e in particolare quello ebraico – cristiano, nella linea degli Orientamenti e Suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate.
Ci impegniamo tutti nelle nostre sedi e negli ambiti religiosi, dovunque ci troviamo, a svolgere opera di persuasione e esortazione per evitare defezioni o limitazioni per le iniziative di confronto e dialogo tra religioni e in particolare tra ebrei e cristiani, che sia possibile promuovere nel nuovo anno e negli anni futuri.
I seguenti partecipanti ai Corsi di Ebraico Biblico di Biblia a Firenze dal 30 dicembre 2008 al 5 gennaio 2009: Francesco Marin, Chiara Bertini Inghirami, Maria Gozzi, Roberto Cerchio, Aldo Paggi, Cristina Malviani, Claudio Tomaello, Paola Genesoni, Giusi Quarenghi, Manula Sadun, Licia Bux, Luciano Mazzoni, Giuliana Venturini, Giorgio Venturini, Givanna Tomada, Magda Viero, Alessandro Russova.

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