Una giornata diversa

Opinioni

di Luciano Assin

Ore 10.00. È appena finita di suonare la sirena di Yom haShoà, paradossalmente, in questo periodo è una sirena buona, visto che non preannuncia l’arrivo di un missile o un allarme aereo. Resta comunque una situazione paradossale, al limite dell’irreale: proprio nel giorno in cui si commemora la “giornata della Shoà e dell’eroismo”, questa è l’esatta definizione di Yom haShoà ve hagvurà, Israele si ritrova per l’ennesima volta in uno stato di guerra, dove i punti di contatto coi tempi che furono sono fin troppo evidenti e scontati.

Evitando i soliti luoghi comuni di come sia diversa la situazione di un ebreo oggi rispetto ai tragici giorni della seconda guerra mondiale, e di come oggi Israele sia una valida alternativa a chi si sente oppresso, se non addirittura in pericolo, dalla crescente ondata di antisemitismo, è necessario un maggiore approfondimento.

Il paese si trova in una situazione da più di due anni e mezzo e ancora non si intravede la fine. Gli equilibri geopolitici della regione stanno cambiando in maniera impressionante, anche se è ancora troppo presto per dire se in meglio o in peggio. È un fatto che sta emergendo un fronte arabo moderato che parla apertamente a favore di accordi, se non di pace, almeno di buon vicinato con lo Stato Ebraico. Per raggiungere e rafforzare questi possibili accordi, bisognerà inevitabilmente passare attraverso dei compromessi, talvolta dolorosi, senza i quali questa situazione di stallo non potrà mai cambiare.

È arrivato il momento di prendere delle scelte coraggiose anche se scomode. Israele si trova in una situazione di forza che difficilmente potrà raggiungere nel prossimo futuro, per trasformarla in un vantaggio politico è necessario prima di tutto consolidare il fronte interno, dove le divisioni fra il governo e la società civile sono abissali. Senza una reale volontà di appianare le divergenze fra i vari settori che compongono la variegata realtà israeliana e soprattutto la salvaguardia della democrazia, la situazione odierna si trascinerà all’infinito. Quando ho scelto di venire a vivere in un kibbutz di frontiera ero pienamente conscio dei pericoli e dei problemi a cui andavo incontro, ma ero convinto che ci sarebbe stato un futuro migliore. La realtà, almeno sul piano economico e materiale, è effettivamente migliorata, ma abbiamo pagato un prezzo molto caro in termini di coesione sociale.

È necessario un ricambio politico generazionale ed un nuovo patto sociale. Lo dobbiamo ai nostri figli e nipoti, che costituisco il nostro futuro, ma nondimeno lo dobbiamo a chi ha attraversato gli orrori della Shoà. Solo allora “mai più” assumerà il suo vero significato.

 

 

Foto in alto: il Presidente israeliano Isaac Herzog a Yad Vashem

(Photos By : Haim Zach / GPO)