La traiettoria imperfetta: la lezione di Rav Soloveitchik sulla storia d’Israele

Opinioni

di Ghila Piattelli
Quando nella storia del popolo ebraico, tutto procede liscio, osserva Rav Soloveitchik, il progetto non raggiunge mai la piena realizzazione. Il compimento avviene soltanto quando il cammino è segnato da ostacoli e l’orizzonte è velato dalle nubi dell’incertezza. A 78 anni dalla fondazione d’Israele, queste parole sembrano raccontare il presente, perché la strada è ancora piena di ostacoli e le nubi dell’incertezza nascondono ancora l’orizzonte, eppure Israele non perde mai di vista la meta. (Nella foto l’ex ostaggio Agam Berger ad Auschwitz. Foto: Instagram)

In un lungimirante intervento in occasione del decimo anniversario d’indipendenza d’Israele nel 1958, Rav Joseph B. Soloveitchik spiega come la storia ebraica non procede mai in linea retta, ma secondo un andamento irregolare, e la forza del popolo ebraico non risiede nella perfezione di un percorso che punta direttamente alla meta, ma in un procedere a zig zag, in cui la capacità di cadere e rialzarsi in piedi diventa parte costitutiva dell’identità storica. Perché senza l’attesa, la speranza e la preoccupazione, senza la sofferenza di un futuro incerto, ma soprattutto senza gli ostacoli che rendono la meta così difficile da raggiungere, anche gli obiettivi più alti sembrano svuotarsi di significato.

 La storia d’Israele, sostiene Rav Soloveitchik, si muove tra due poli: il monte Sinai e il monte Moriah. Sul Sinai Mosè riceve le prime Tavole, dono pieno e immediato. Ma subito dopo c’è il peccato del vitello d’oro, la rottura, il gesto improvviso che spezza tutto. Sul monte Moriah, invece, Abramo cammina nel terrore e nell’incertezza, senza garanzie, e soprattutto senza scorciatoie, ma procede in silenzio, guidato dalla fede, fino all’estremo, il sacrificio di Isacco. Le seconde Tavole Mosè le scolpisce con le proprie mani dopo quaranta giorni di attesa e incertezza, ma questa volta il suo volto risplende, l’alleanza è stata rinnovata.

Quando nella storia del popolo ebraico, tutto procede liscio, osserva Rav Soloveitchik, il progetto non raggiunge mai la piena realizzazione. Il compimento avviene soltanto quando il cammino è segnato da ostacoli e l’orizzonte è velato dalle nubi dell’incertezza: “Quando gli eventi procedono a zig zag, come con Abramo, come con Mosè che spezza le Tavole e poi risale il monte Sinai, quando ci sono dubbi, attese, sforzi, timori, senza mai perdere l’obiettivo, questo è il segno” spiega.

La fondazione dello Stato d’Israele e i suoi primi dieci anni di vita, “non sono come il Sinai delle prime Tavole, dove tutto fu lineare e poi si spezzò. Ma come il monte Moriah”.

A 78 anni dalla fondazione d’Israele, queste parole sembrano raccontare il presente, perché la strada è ancora piena di ostacoli e le nubi dell’incertezza nascondono ancora l’orizzonte, eppure Israele non perde mai di vista la meta.

Nei giorni della memoria che precedono Yom HaAtzmaut, mentre le testimonianze dei sopravvissuti ad Auschwitz e Be’eri si alternano agli annunci degli attacchi missilistici contro il Nord, e la preoccupazione per i soldati al fronte diventa insostenibile, quando le note del violino di Agam Berger (nella foto in alto), sopravvissuta alla prigionia a Gaza, risuonano tra i recinti di Auschwitz durante la “marcia della vita”, e il  dovere alla memoria della Shoà si sovrappone al bisogno di elaborazione del trauma del 7 ottobre, allora emerge con forza la continuità tra gli eventi che hanno segnato il cammino del popolo ebraico.

Eppure, Israele va avanti verso la sua meta che non è la vittoria militare, ma l’unico obiettivo legittimo, l’unica soluzione auspicabile, a dispetto di ogni attuale evidenza e contro ogni prospettiva realistica: l’impegno a consegnare ai propri figli una vita in una realtà meno ostile e un futuro non esposto costantemente alla minaccia. È questa la speranza che illumina la strada, che legittima il percorso e ne giustifica il prezzo.  Come è stato per Abramo sul monte Moriah.