di Nathan Greppi
In un servizio di RTÉ Sport, il commentatore televisivo Richard Sadlier si è lanciato in una critica a Israele, “stato genocidario”, utilizzando un intero segmento per diffondere l’accusa del sangue ed esprimere le loro lamentele riguardo a una partita imminente contro la nazionale di calcio israeliana.
Non si placano le manifestazioni d’odio nei confronti degli israeliani sulla RTÉ, l’emittente radiotelevisiva pubblica irlandese. Dopo che a maggio ha deciso di non proiettare l’Eurovision Song Contest mandando in onda al suo posto una vecchia sitcom (nonostante le proteste dell’autore della sitcom, contrario al boicottaggio d’Israele), di recente si è fatta notare per le esternazioni di un commentatore sportivo.
Il servizio
In un servizio di RTÉ Sport, ripreso sui social dall’influencer israeliano Hen Mazzig, si discuteva il fatto che diversi attivisti propal hanno protestato contro due possibili partite di calcio tra le nazionali irlandese e israeliana, previste in teoria per il 27 settembre e il 4 ottobre per la UEFA Nations League. In particolare, durante una recente partita Irlanda-Qatar ci sono state forti proteste da parte dei propal, che hanno lanciato sul campo palline da tennis con sopra raffigurata la bandiera palestinese.
Irish 🇮🇪 sports broadcasters took an entire segment to spread blood libel and air their grievances over an upcoming match against the Israeli national football team.
Rather than talking about the players, who play football and do not have any influence over government actions,… pic.twitter.com/77hVR9eDla
— Hen Mazzig (@HenMazzig) May 29, 2026
In merito alla possibilità di giocare contro Israele, il commentatore televisivo Richard Sadlier ha detto: “Trovo questa conversazione difficile, perché siamo un programma di calcio, uomini del calcio, e stiamo parlando di una partita di calcio. Ma è in seno al contesto più ampio dei peggiori crimini immaginabili commessi da una nazione sotto gli occhi del mondo, ormai da quasi due anni e mezzo”.
Sadlier, che da giovane ha giocato come attaccante nella nazionale irlandese e nella squadra inglese del Millwall, ha aggiunto: “E trovandoci qui stasera, ci ha colpito chiaramente cosa stanno protestando e cosa stiamo potenzialmente affrontando. Tra quattro mesi, per come stanno le cose, saranno quasi tre anni di una campagna genocidaria, e la bandiera israeliana sarà appesa a quell’asta laggiù. L’inno israeliano verrà trasmesso dagli altoparlanti. I tifosi israeliani, potenzialmente sventolando bandiere, saranno seduti proprio lì vicino. Quei dignitari, chiunque siano, […] forse sarà il presidente a dover stringere la mano ai rappresentanti di quella nazione proprio laggiù”.
Un clima d’odio diffuso
Nel commentare il video, Mazzig ha scritto su X: “I telecronisti sportivi irlandesi hanno utilizzato un intero segmento per diffondere l’accusa del sangue ed esprimere le loro lamentele riguardo a una partita imminente contro la nazionale di calcio israeliana. Invece di parlare dei giocatori, che giocano a calcio e non hanno alcuna influenza sulle azioni del governo, (ritraendoli) come esseri umani, hanno ritratto un’immagine cupa dei giocatori israeliani sul loro campo, dei tifosi sugli spalti e dell’idea di rappresentanti che si stringono la mano. Gli eventi sportivi sono un’occasione per unirsi tutti insieme e condividere la propria passione, ma a questi giornalisti e ai manifestanti che stanno celebrando non sembra importare”.
Nonostante il clima d’odio antisraeliano assai diffuso sull’isola, oltre al fatto che Dublino appoggia la causa intentata dal Sudafrica contro Israele all’Aja con l’accusa di genocidio, il ministro del governo irlandese con delega allo sport Charlie McConalogue ha recentemente appoggiato la decisione della Federazione calcistica d’Irlanda di prendere parte alle partite contro Israele in autunno.
L’attuale presidente dell’Irlanda, Catherine Connolly, in passato si è rifiutata di condannare i massacri del 7 ottobre 2023, aggiungendo che quelli di Hamas “sono stati eletti dal popolo l’ultima volta che si sono svolte le elezioni”, e fanno “parte della società civile in Palestina”.



