La variante della razza

di Raul Gabriel

A leggere notizie, comunicati, schede prodotto di ogni tipo ci si potrebbe illudere che l’umanità stia facendo passi da gigante verso un umanesimo complesso e articolato, senza precedenti per la capillarità delle varie istanze.

Dal clima all’energia, alla presa d’atto scrupolosa delle ineludibili diversità meravigliose e inquiete. Ce n’è per tutti i gusti, responsabile, sostenibile, consapevole oggi sono i termini che accompagnano qualunque manufatto, qualunque manifesto, ogni pensiero, il più insignificante.

Il percorso lessicale è travagliato e investe il nostro mondo come uno tsunami di belle promesse senza fondamento. L’ipocrisia si fa via via più scaltra, l’addestramento social ad ogni tipo di finzione porta i suoi frutti. A dar retta al profluvio degli intenti il riscaldamento globale dovrebbe essersi ritratto da tempo per paura, le guerre cessate immediatamente, le persecuzioni annullate, i martiri del quotidiano risorti al mantra del politically correct.

Rovistando tra le esternazioni facilmente smascherabili e sostanzialmente innocue, si possono individuare derive più sottili e velenose, cui non è sempre facile opporre un dissenso genuino e ragionato. La questione dei migranti, che solo oggi è assurta a categoria eletta nello zoo sterminato dell’entertainment politico, nutre nel suo grembo mimetico e controverso le possibili declinazioni rinnovate della razza. Nessuno si azzarda più a discutere che è una. Nulla a che vedere con la negazione delle differenze, ricchezza di ogni singolo, emblema del diritto inalienabile a priori.

L’idea di razza è il pretesto artificiale delle discriminazioni, una sorta di cloaca in cui le comunità nei secoli hanno veicolato il peggio di se stesse, focale distorta e funzionale alla sopraffazione di ogni tipo. Le schiavitù, promosse ampiamente fino all’altro ieri da coloro che oggi si erigono a paladini dei diritti, sono un esempio.

La razza: passepartout per i guadagni a costo zero e rivoluzioni industriali a basso costo, i cui residui potevano essere tranquillamente eliminati. Sono convinto che ancora oggi siano molti quelli la pensano così, non possono dirlo, non sarebbe conveniente, addirittura impopolare. Il rovello apparentemente senza soluzione trova vie diverse. In aiuto viene il contesto del mercato, universalmente indiscutibile riferimento certo per l’umanità di oggi più che ieri. Succede quindi che come in farmacia e al supermercato le varie sigle significano avvertenze, modalità d’uso , scadenze e provenienze. I migranti diventano migrante doc, migrante dop, migrante scaduto, migrante da restituire preferibilmente al mittente.

Le tipologie consumer sembrano finalmente togliere d’impaccio chi cerca un pretesto per giustificare un sostituto politicamente corretto della razza spalmata nel maquillage insidioso di classificazioni ritenute più accettabili per l’opinione pubblica, ognuna da collocare nello scaffale giusto. Si attribuisce così agli esseri umani, cioè a noi stessi, la connotazione di un surgelato o di un prosciutto.

 

Forse non è una novità assoluta giustificare orrori, disuguaglianze, soprusi di ogni genere, campi di sterminio, guerre, assalti, roghi, lavoro disumano con l’appartenenza a questo o quel reparto, ma la contemporaneità riesce in questo a toccare livelli di ipocrisia sublimi. Fiumi di parole sono stati spesi, non serve fare la morale.

Accogliere è un dovere perché migrante è l’umanità intera, essere accolti un diritto inalienabile del mare e della terra. Può essere faticoso e controverso, a tratti pericoloso, non importa: ti è stato regalato un respiro senza che lo meritassi, il minimo è restituire il favore a chi rischia di affogare nelle difficoltà e più precisamente nelle acque complici di una indifferenza intollerabile.
Sono sorprendenti la ripetitività della questione e la modalità antistorica con cui si affronta una emergenza antica come l’uomo, che negano il flusso delle cose e la fraternità che per più di qualcuno, beninteso, è superflua se non dannosa. La frazione di empatia, minimo sindacale di ogni convivenza, viene tradotta nel linguaggio nuovo che instilla la immagine rinnovata di una umanità discount da relegare nei compound di terza mano, reietti del suolo che è loro quanto è nostro, indipendentemente dai colori pallidi delle mappe politiche scritte dai vincitori per definire una proprietà nata condivisa.

Il disgusto per la umanità viene ritoccato con la strategia comunicativa di un centro commerciale per trovare la quadra di un controllo della storia che finisce per mettere in ridicolo chi lo tenta, mascherandolo qua e là con aperture fittizie, umanità in confezione monodose asettica, perfino credo religiosi. Si misurano percentuali improbabili di diritto, altre sottocategorie, sei più o meno malato, di cosa sei malato, se soffri nel corpo conta, nella mente no.

La ragioneria delle carni esposte e fragili si è arricchita di etichette colorate, all’occhio funziona meglio, ma non ha speranza, per dirla con un Bakunin aggiornato il mondo che è migrante la seppellirà, come una risata.