La popolazione ebraica nel futuro? Scenari possibili (e opposti) secondo Della Pergola

Opinioni

di Davide Foa

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Sergio Della Pergola

Cosa riserverà il futuro per la popolazione ebraica di tutto il mondo? Dove e quanto gli ebrei aumenteranno, e dove invece diminuiranno? Grazie agli studi del professore Sergio della Pergola, della Hebrew University, possiamo oggi farci un’idea sullo scenario che si presenterà da qui a 35 anni, nel 2050.

Ad oggi gli ebrei sono 14.3 milioni, di cui 6.3 vivono in Israele; i restanti otto milioni si trovano nella diaspora, specialmente negli Stati Uniti dove sono ben 5.7 milioni.

Per passare dal presente al futuro, bisogna prendere in considerazione, come spiega Della Pergola in un articolo pubblicato su Ynet, tanti elementi; per esempio, il tasso di natalità e quello di mortalità, la salute, il numero di immigrazioni, le conversioni e le assimilazioni.

Di questi però non tutti sono facilmente identificabili; mentre il tasso di natalità e quello di mortalità cambiano lentamente nel lungo periodo, caratteristica che li rende dunque prevedibili per il futuro, “l’immigrazione internazionale è difficile da prevedere, poiché dipende da improvvisi cambiamenti che possono originarsi negli ambienti vicini, ma anche nei posti più lontani dall’altra parte del mondo.”

Inoltre, per dare un efficace previsione del futuro del popolo ebraico, non bisogna, secondo Della Pergola, considerare solo le circostanze interne ad esso, ma ampliare il punto di vista verso tutti quei fenomeni globali che “ultimamente sembrano essere meno sotto controllo”: guerre, fluttuazioni economiche, cambiamenti climatici, immigrazione su vasta scala, ma anche, e soprattutto, la stabilità dei paesi.

A questo punto è possibile delineare due scenari per il futuro del popolo ebraico, uno “ottimistico”, l’altro “pessimistico”. La differenza tra i due sta nella solidità o meno delle condizioni economiche, politiche e sociali dei paesi in cui gli ebrei si trovano e si troveranno a vivere. Queste influenzano infatti le circostanze interne, come i tassi di natalità e mortalità.

La visione ottimistica vuole che Israele sia uno dei paesi più sviluppati, con un alto tasso di qualità della vita; il che comporterebbe un aumento della popolazione, derivante, oltre che da un aumento della natalità, anche da una maggiore immigrazione in Israele degli ebrei della diaspora. In una situazione del genere, gli ebrei in Israele arriverebbero a 12.5 milioni nel 2050, su una popolazione totale di 16 milioni, mentre gli ebrei della diaspora calerebbero leggermente come numero.

E se le cose invece dovessero andare male? Niente sviluppo economico, niente pace in medio oriente, ma solo forte instabilità politica ed economica. Tutto questo comporterebbe un abbassamento del tasso di natalità e la diminuzione dei movimenti migratori verso Israele. In queste condizioni gli ebrei israeliani raggiungerebbero appena i 9 milioni.

I negativi fattori globali intaccherebbero necessariamente anche l’ebraismo della diaspora: si avrebbe una crescita dell’assimilazione e dei sentimenti anti-semiti. Gli ebrei fuori da Israele rimarrebbero appena 5 milioni nel 2050.

DellaPergola si sofferma inoltre sul peso che avranno in futuro gli ultra-ortodossi all’interno della popolazione israeliana.

Vedendo i tassi di crescita dei haredim, si suppone che possano costituire, un giorno, un terzo della popolazione totale; per questo, stabilire il loro peso e valore all’interno della società israeliana diventa determinante.

Anche in questo caso, bisogna ammettere due scenari.

In quello positivo/ottimista, gli ultraortodossi si troverebbero integrati all’interno della società e della vita economica. Ammettendo invece una visione negativa, sarebbero staccati dalla società e potrebbero costituire una fonte di instabilità.

Comunque la si voglia guardare, la crescita della popolazione implica sempre nuovi sforzi per le istituzioni, che dovranno essere in grado di garantire infrastrutture e servizi adeguati al tempo e alle persone.

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