Festival / Salvatore Veca: «Liberi sì, ma fino a che punto?»

Opinioni

di Carlotta Jarach

Nuova immagine (2)Filosofo dell’incompletezza, pensatore politico che da sempre riflette sui temi della giustizia e dell’ingiustizia, non stupisce che Salvatore Veca, 70 anni, sia tra gli ospiti eccellenti di Jewish and the City con una lecture sul tema Etica della libertà. Come tutti sappiamo il significato letterale di Pesach è “salto”, e viene usato per indicare che l’angelo della morte saltò le case degli ebrei quando colpì i primogeniti egiziani. Pesach è il rinnovamento del patto con i nostri padri, e metafora della nostra identità: rappresenta il salto all’indietro proiettato al futuro.
Professore, nell’ambito della libertà individuale vorrei porle due domande che riguardano momenti in cui la libertà e l’etica individuale non possono essere espresse. Nel primo caso, si tratta della milà, la circoncisione: come si traduce in termini etici la scelta di intervenire in maniera irreversibile su un essere umano che non si può esprimere al riguardo?
Il tema della circoncisione è riemerso con forza nella discussione filosofica in seguito al delicato tema della pratica dell’infibulazione della donna, in alcune culture. Abbiamo così una tensione tra un’etica che non dipende dalla religione, l’infibulazione appunto e, sul fronte opposto la circoncisione, raccomandata perché interpretata in termini religiosi. Per poter discutere di cosa sia eticamente corretto va precisato che la libertà deve essere interpretata non strettamente come libertà del singolo, ma libertà in uno spazio sociale: se in questo spazio sociale ci sono credenze religiose, un osservatore esterno potrebbe avere un atteggiamento critico, che per ovvie ragioni quello interno non avrà, poiché condivide quella determinata interpretazione e riterrà la sua condotta corretta. Abbiamo quindi varie libertà, prima tra tutte la libertà della persona di poter condurre la vita secondo un’interpretazione religiosa.
Il secondo tema è quello dell’autopsia, per gli ebrei proibita: nel momento in cui il medico, per diverse ragioni procede nell’autopsia, come può venire rispettata la libertà del morto?
Ecco che qui il discorso si fa più complesso, nel momento in cui la vita cessa di essere vita, e sopraggiunge la morte. Nasce quindi un conflitto tra due valori: da una parte il volere del morto devoto e credente, che se si potesse esprimere negherebbe l’intervento. Dall’altra il valore dell’accertamento della verità, nella genesi del decesso, da parte del medico o di chi per lui. Differentemente da prima, abbiamo un pluralismo di valori e l’osservanza di uno confligge con l’osservanza dell’altro. Ed ecco che, anche al di fuori della discussione religiosa, ci sono alcune culture che assegnano il compito di decidere ai cari vivi, al posto del defunto, che possono essere espressione di quella che fu la sua volontà. Rispettare la libertà individuale in questo caso non vuol dire negare l’autopsia, ma se necessaria, ci deve essere da parte di chi la decide il massimo onere poichè la sua decisione collimerà con il volere di un uomo, volere che è impronta di vita per ogni persona.

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