All’estremo delle radicalità: tra i nazionalisti ucraini e la voglia di un nuovo impero con Mosca capitale

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] La guerra è il ricettacolo e la sentina dei peggiori istinti umani. Infatti ne costituisce l’apoteosi, poiché legittima ed incentiva quello che altrimenti, in tempi di pace, è il peggior crimine possibile, ossia l’assassinio.

Ha rilevato lo scrittore ucraino Anton Shekhovtsov che «per molti esponenti dei gruppi di estrema destra ogni guerra è una sorta di sogno che si realizza, una realizzazione della loro volontà di violenza». Non può quindi sorprendere che da fronti contrapposti, nel corso dell’invasione russa dell’Ucraina, stiano prendendo parte ai combattimenti individui, perlopiù provenienti dall’Europa – ma non solo – che si richiamano a vario titolo ad appartenenze neofasciste e neonaziste.

Così come si agita lo spettro russo di legionari islamisti dalla Cecenia, pronti ad ogni esercizio delle armi poiché il loro credo è il combattimento, variamente intortato dietro rimandi a un qualche essere supremo così come a una legge divina che è solo la falsa legittimazione delle peggiori ferinità umane. Per chi conosce il viluppo degli eventi, tra di essi il contenzioso territoriale che la Russia da diverso tempo ha aperto con Kiev, lo sgradevole riscontro che insieme alle forze armate regolari delle due nazioni in lotta si affianchino milizie dichiaratamente legate ad ideologie mortifere, non può sorprendere in alcun modo.

L’Ucraina può contare – per così dire – su un discreto numero di elementi che ruotano intorno alla galassia della destra radicale, avendo come fulcro il partito Svoboda, che continua a vagheggiare una «rivoluzione nazionale» nazistoide, cercando di cavalcare le proteste che si sono susseguite negli ultimi quindici anni nell’inquieto Paese. Dall’annessione russa della Crimea, le stesse autorità di Kiev hanno poi agevolato la formazione di milizie paramilitari, tra le quali il Corpo volontari ucraini e il Battaglione Azov, impiegati nella guerra civile del Donbass. Il leader è Andriy Biletsky, che dichiara di volere «guidare le nazioni bianche nella crociata contro i subumani semiti», tra l’altro promuovendo violenze sistematiche contro rom e attacchi omofobi. I contatti con CasaPound Italia sono conclamati.

La Russia di Putin, per parte sua, ha giustificato la guerra di aggressione contro Kiev come opera di «denazificazione», contro un governo, quello di Volodymir Zelensky, che sarebbe costituito da «drogati». Da tempo il Cremlino usa i rimandi propagandistici a una presunta vocazione nazifascista dell’Ucraina per rendere più accettabili le sue azioni militari di taglio unilaterale. Il rinvio non solo alla storia ma anche alla recente memoria collettiva dei paesi dell’Europa orientale, e quindi all’immaginario che si è stratificato nelle ultime generazioni, è un ingrediente indispensabile in questa operazione usata a fini manipolatori. Ciò che ne costituisce il fulcro, infatti, ruota intorno non solo agli innumerevoli frutti velenosi prima dell’Holodomor ucraino (la distruzione delle classi medie rurali per carestia durante gli anni di Stalin) e poi dell’occupazione nazista, tra il 1941 e il 1944, ma anche ai fenomeni di collaborazionismo da parte dei nazionalisti locali. La memoria di Stepen Bandera, leader di questi ultimi, ucciso dal Kgb in Germania nel 1959, è ben lontana dall’essersi risolta. Bandera era un fascista convinto, membro dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini e fondatore dell’Esercito insurrezionale ucraino. La sua milizia ha violentemente combattuto prima contro i polacchi, soprattutto in Galizia e Volonia, poi ha collaborato con i nazisti contro le truppe sovietiche, contribuendo alla Shoah, e infine ha volto le armi contro gli stessi tedeschi. È stato detto che «Bandera e i suoi hanno combattuto una guerra partigiana, cinica e spietata, non preoccupandosi di eliminare chiunque costituisse un ostacolo al predominio degli ucraini a ovest del Dnipro».

Nella Russia di Putin è in grande auge lo spirito di «Eurasia», patrocinato e rafforzato dalla predicazione dei «rosso-bruni», un nucleo intellettuale e politico che, preconizzando il declino irreversibile dell’Occidente, celebra i fasti di un rinnovato impero che avrebbe Mosca al suo centro. Si tratta di un progetto politico basato sulla “ricostruzione” di una civiltà «cristiana, bianca, anti-mondialista e illiberale». In Italia trova adesione tra i membri di Forza Nuova. Ancora prima dell’invasione russa, il conflitto in Donbass era già divenuto la palestra del radicalismo di destra, attirando un grande numero di foreign fighters da entrambe le parti. Poiché, come è stato constatato dagli analisti del Soufan Group, «l’instabilità in Ucraina offre ai suprematisti bianchi le stesse opportunità di addestramento e radicalizzazione che l’instabilità in Afghanistan, Iraq e Siria ha offerto per anni ai militanti jihadisti». Non c’è quindi bisogno di spostarsi di tanto nel planisfero per trovare quelle uova del serpente che rischiano di schiudersi tragicamente. Le abbiamo alle nostre porte di casa.