Maryam Younes

Il Libano nel nuovo equilibrio mediorientale: la voce di Maryam Younnes tra memoria, pace e disincanto

Eventi

di Anna Balestrieri

L’incontro “Il Libano nel nuovo equilibrio mediorientale: tra Israele, Hezbollah e Iran”, promosso dall’Unione Associazioni Italia Israele il 7 luglio, ha avuto il merito di affrontare uno dei nodi più complessi dello scenario regionale con una voce non convenzionale: quella di Maryam Younnes, creatrice di contenuti culturali libanese-israeliana, esperta di media arabi e comunicazione digitale.

Non una conferenza accademica, né una semplice analisi geopolitica, ma una conversazione in cui la grande politica è passata attraverso la biografia personale. Il Libano è apparso non solo come teatro di scontro tra potenze e milizie, ma come una ferita storica ancora aperta, abitata da famiglie, minoranze, memorie rimosse e nuove generazioni che cercano una via d’uscita dal ciclo della guerra.

La testimonianza di una doppia identità

Uno dei passaggi più intensi dell’incontro è stato il racconto personale di Maryam Younnes. Nata in Libano e cresciuta poi in Israele, Younnes ha ricordato la fuga della sua famiglia nel 2000, dopo il ritiro israeliano dal Libano meridionale e l’avanzata di Hezbollah nei villaggi del sud.

All’epoca aveva cinque anni. Suo padre, legato al South Lebanon Army, apparteneva a quella parte della società libanese che aveva collaborato con Israele contro le organizzazioni armate presenti nel sud del Paese. Con il ritiro israeliano, molte famiglie furono costrette a lasciare il Libano, considerate traditrici da Hezbollah.

Da quella frattura nasce la doppia identità di Younnes: libanese e israeliana, araba e parte della società israeliana, testimone di due narrazioni che raramente riescono a parlarsi. È proprio questa posizione di confine a rendere la sua voce originale e, in alcuni passaggi, particolarmente incisiva.

Parlare in arabo di Israele: la sfida della comunicazione

Younnes ha raccontato di aver iniziato a creare contenuti in arabo su TikTok con una frase semplice ma dirompente: “Sono Maryam, una libanese che vive in Israele.” In un contesto in cui, nel mondo arabo, spesso persino nominare Israele è ancora un tabù, quella formula ha assunto il valore di una rottura simbolica.

Il suo lavoro non punta a convincere l’Occidente, ma a parlare direttamente al Medio Oriente. Non in inglese, non per un pubblico europeo o americano, ma in arabo, rivolgendosi a libanesi, siriani, palestinesi, israeliani arabi e giovani della regione.

La reazione, ha spiegato, è stata inizialmente durissima: odio, insulti, accuse. Ma accanto agli attacchi sono arrivati messaggi privati di sostegno, parole di gratitudine, persone che le scrivevano di aver scoperto una prospettiva diversa. La comunicazione digitale, nel suo caso, diventa uno spazio politico: un luogo in cui sfidare stereotipi, propaganda e paura.

Hezbollah come nodo irrisolto del Libano

Il cuore politico dell’incontro è stato il ruolo di Hezbollah. Younnes lo ha descritto come una forza che ha costruito “un Paese dentro il Paese”, capace di condizionare la sovranità libanese, intimidire oppositori, giornalisti, attivisti e figure pubbliche.

Secondo la sua lettura, non potrà esserci una pace reale tra Israele e Libano finché Hezbollah manterrà una capacità armata autonoma. Il punto non è soltanto diplomatico: è la questione della sovranità libanese. Chi comanda davvero in Libano? Lo Stato, l’esercito regolare, il governo, oppure una milizia legata all’Iran?

Younnes ha insistito su un concetto netto: se Hezbollah resta armato, l’Iran resta in Libano. E se l’Iran resta in Libano attraverso Hezbollah, ogni accordo rischia di rimanere fragile, provvisorio, reversibile.

Iran, Israele e il possibile nuovo ordine regionale

Nel corso della conversazione è emersa l’idea di un Medio Oriente attraversato da una trasformazione profonda. Da un lato, le forze legate all’estremismo islamista e all’influenza iraniana; dall’altro, un blocco più pragmatico e moderato, nel quale Younnes colloca Israele, gli Emirati, il “nuovo Libano” e la nuova Siria.

È una lettura fortemente politica e orientata, ma significativa perché riflette il sentimento di una parte del mondo arabo che non si riconosce più nella retorica della “resistenza” armata. La novità, secondo Younnes, è che oggi nel mondo arabo ci sono più voci disposte a parlare apertamente di pace, prosperità e convivenza.

Il 7 ottobre, nella sua ricostruzione, avrebbe accelerato una presa di coscienza: molte persone nella regione non vogliono più che le proprie vite siano sequestrate dall’estremismo, dalle milizie e dalla guerra permanente.

La memoria libanese dell’OLP e la storia rimossa

Un altro passaggio rilevante ha riguardato la memoria della presenza palestinese in Libano. Younnes ha richiamato gli anni della guerra civile, la presenza dell’OLP e la violenza subita da comunità libanesi, in particolare nel sud del Paese.

Il punto, qui, non è soltanto storico ma narrativo. Secondo Younnes, una parte della storia libanese è stata rimossa dal racconto dominante sul Medio Oriente. I libanesi cristiani e altre comunità che subirono violenze negli anni Settanta e durante la guerra civile raramente trovano spazio nella memoria pubblica internazionale.

Da qui nasce uno dei temi più forti dell’incontro: la battaglia per il racconto. Chi ha diritto di essere ricordato come vittima? Chi viene dimenticato? Quali violenze entrano nel dibattito pubblico e quali vengono archiviate perché disturbano una narrazione più semplice?

L’accusa all’Occidente: ignoranza e semplificazione

La conversazione ha assunto toni particolarmente critici quando si è parlato dell’Occidente. Younnes ha espresso sconcerto verso una parte della politica e dell’opinione pubblica europea, accusata di non comprendere la natura di gruppi come Hezbollah e Hamas.

Il suo giudizio è duro: l’Europa tende spesso a cercare interlocutori dove, secondo lei, dovrebbe riconoscere un problema ideologico e militare. È qui che emerge una delle denunce più nette dell’incontro: l’incapacità occidentale di leggere il Medio Oriente oltre lo schema semplicistico del debole contro il forte, dell’oppresso contro l’oppressore.

Per Younnes, questa semplificazione finisce per oscurare le società civili arabe, le minoranze, i dissidenti, i cristiani mediorientali, gli iraniani contrari al regime, i libanesi contrari a Hezbollah e tutti coloro che non rientrano nel racconto dominante.

UNIFIL e il fallimento percepito del peacekeeping

Ampio spazio è stato dedicato anche al ruolo di UNIFIL, la missione delle Nazioni Unite nel sud del Libano. Il giudizio emerso dall’incontro è stato molto severo: secondo Younnes e le interlocutrici, la missione non avrebbe impedito a Hezbollah di consolidare la propria presenza militare nell’area.

La critica non riguarda solo i limiti del mandato, ma la percezione di un’inefficacia strutturale. Nella discussione, UNIFIL viene descritta come una presenza incapace di contrastare tunnel, armamenti e controllo territoriale da parte di Hezbollah.

È uno dei punti più controversi dell’incontro, ma anche uno dei più giornalisticamente rilevanti: perché mette in discussione il modello internazionale di gestione delle crisi quando, sul terreno, una milizia continua a esercitare un potere reale.

La pace come possibilità fragile

La parte più politica dell’incontro ha riguardato la prospettiva di un accordo tra Israele e Libano. Le relatrici hanno parlato di un possibile passaggio storico, fondato sulla piena sovranità libanese, sul riconoscimento di Israele e sul progressivo sganciamento del Libano dall’influenza iraniana.

Younnes, però, ha evitato ogni trionfalismo. La pace, nella sua visione, è possibile solo se accompagnata da un processo concreto di disarmo di Hezbollah e rafforzamento dello Stato libanese. Non basta un testo, non basta una dichiarazione, non basta la parola “pace” ripetuta in un accordo.

Il punto decisivo sarà il controllo del territorio. Se l’esercito libanese, con eventuale supporto americano e israeliano, riuscirà a riprendere zone oggi condizionate da Hezbollah, allora si potrà parlare di un processo reale. Altrimenti, l’accordo rischierà di restare un documento senza forza.

Il Libano che vuole tornare a vivere

Nonostante la durezza dell’analisi, l’incontro non è stato dominato dal pessimismo. Al contrario, Younnes ha restituito l’immagine di un Libano diviso ma ancora vitale: un Paese in cui le aree cristiane, Beirut, i giovani e molte comunità continuano a desiderare libertà, modernità, turismo, feste, mare, prosperità.

Il Libano evocato da Younnes non è soltanto quello delle milizie e delle macerie: è anche quello che sogna di tornare a essere la “Svizzera del Medio Oriente”, o la “Parigi del Medio Oriente”. Una definizione forse nostalgica, ma utile a ricordare che il Paese conserva una vocazione plurale, mediterranea, aperta.

Il futuro, secondo questa lettura, dipenderà dalla capacità di liberare lo Stato dalla presa delle armi parallele e di restituire ai libanesi il controllo della propria vita politica.

Una voce da ascoltare, anche in Italia

Nella parte conclusiva, le organizzatrici hanno espresso il desiderio di invitare Maryam Younnes in Italia per una serie di conferenze, anche in luoghi istituzionali. È un passaggio che dice molto sul valore attribuito alla sua testimonianza.

Younnes non parla soltanto del Medio Oriente: parla anche all’Europa. La sua esperienza obbliga il pubblico italiano a confrontarsi con un dato spesso trascurato: non esiste un unico mondo arabo, non esiste un’unica voce musulmana o mediorientale, non esiste un’unica narrazione del conflitto.

Ci sono arabi che parlano di pace con Israele, libanesi che denunciano Hezbollah, cristiani mediorientali che chiedono ascolto, giovani che non vogliono più fuggire in Europa ma vivere nei propri Paesi senza guerra.

Una recensione: intensa, netta, schierata

L’evento è stato intenso, a tratti emotivo, certamente schierato. Non ha cercato l’equidistanza, né ha mascherato la propria prospettiva politica. Ma proprio questa nettezza ne costituisce anche l’interesse.

La forza dell’incontro sta nell’aver portato al centro una voce che rompe gli schemi abituali del dibattito italiano sul Medio Oriente. Maryam Younnes non è una diplomatica né un’analista distaccata: è una testimone, una comunicatrice, una donna cresciuta tra due mondi e decisa a parlare nella lingua di chi vuole raggiungere.

Il risultato è una conversazione che unisce geopolitica, memoria familiare, denuncia dell’estremismo e fiducia nella possibilità di una pace regionale. Una pace, però, non intesa come formula retorica, ma come processo difficile, armato di realismo e consapevole dei suoi nemici.

Il Medio Oriente oltre la paura

In definitiva, “Il Libano nel nuovo equilibrio mediorientale” è stato un incontro che ha posto una domanda essenziale: può il Libano tornare a essere uno Stato pienamente sovrano, libero dall’influenza iraniana e dalla forza armata di Hezbollah?

La risposta di Maryam Younnes è prudente ma non rassegnata. La pace è possibile, sostiene, ma non sarà automatica. Richiederà coraggio, pressione internazionale, responsabilità libanese e una nuova battaglia culturale contro le narrazioni estremiste.

La frase più importante che resta dall’incontro è forse questa: non bisogna lasciare la narrazione agli estremisti. Perché prima ancora che sui confini, sugli accordi e sulle armi, il futuro del Medio Oriente si gioca anche sulle parole con cui le sue società decidono di raccontarsi.