Sintesi e lucidità: l’antisemitismo spiegato a tutti grazie al sociologo francese Taguieff

Libri

di Ugo Volli

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, vi fu un periodo non breve di latenza o parzialità dell’informazione. Si erano aperti i campi e i sopravvissuti erano tornati a casa, non tanto propensi a raccontare, come spiegò poi Primo Levi. C’era stato il processo di Norimberga, che aveva però incriminato i nazisti per i loro crimini contro l’umanità, non mettendo in primo piano il genocidio degli ebrei.

Nello stesso senso si parlava del “flagello della svastica”, titolo di un libro di Lord Russell di Liverpool del 1954 (traduzione italiana presso Feltrinelli del 1955) di cui la magistratura inglese cercò invano di impedire la pubblicazione. Buona parte dei criminali nazisti avevano trovato rifugio in Sudamerica (con l’aiuto della Chiesa), nei paesi arabi, dove i nazionalisti nemici di Israele li avevano accolti volentieri, all’Ovest come anticomunisti, ma anche in Russia e nella Germania Est come elementi utili nella lotta antimperialista. Si ricordavano i caduti “polacchi” o “francesi” per mano dei nazisti, ma per lo più si ometteva di dire che fossero stati uccisi in quanto ebrei. Solo il processo Eichmann voluto tenacemente da Ben Gurion anche contro l’opinione di alcuni intellettuali ebrei che preferivano riappacificarsi con la Germania (un nome per tutti, Hannah Arendt), riuscì a far capire al mondo l’orribile crimine della Shoah come specificamente antisemita. In quegli anni si iniziò a ripetere la parola d’ordine “mai più”: mai più Auschwitz, ma anche mai più antisemitismo.

Era una promessa più che una constatazione. E la promessa non è stata mantenuta. L’antisemitismo è di nuovo largamente in circolazione, come mostrano tutte le inchieste più recenti. Dall’ultima, promossa dall’università di Oslo, si vede che l’84% degli ebrei francesi sono preoccupati per le minacce antisemite (e il 60% ha pensato di emigrare negli ultimi anni) e così il 61% degli ebrei tedeschi, il 60% di quelli svedesi e perfino il 48% di quelli inglesi. Ma che cosa si intende per antisemitismo, quali sono esattamente i suoi contenuti e le sue forme? La parola com’è noto nasce solo a metà Ottocento, ma la cosa è molto più antica. Se n’è spesso parlato sui giornali, vi sono storie ponderose, da Poliakov a Hilberg a Schäfer.
Ma se qualcuno volesse un manualetto chiaro e completo, che parte dall’antigiudaismo nel mondo antico, passa per le persecuzioni cristiane e il razzismo per arrivare fino all’antisemitismo islamico contemporaneo, consiglierei un volumetto di poco più di cento pagine, uscito un paio d’anni fa e tradotto in Italia dall’editore Raffaello Cortina, L’antisemitismo di Pierre-André Taguieff, sociologo e scienziato politico francese. L’antisemitismo non è solo un orribile fatto storico, è anche un problema di pensiero: le sue origini, il rapporto con la religione e l’ideologia scientista del razzismo, il suo insediamento nel mondo cristiano e soprattutto il suo perché, pongono domande complesse, e anche su queste Taguieff dà risposte chiarissime ed esaurienti. Un libro adatto dunque non solo agli studenti e alle persone che affrontano il tema per la prima volta, ma anche a chi ci ha riflettuto a lungo e ha provato a capirlo. Perché spesso la chiarezza induce lucidità e aiuta a pensare.

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