Un dettaglio della copertina del libro "L'insegnante" di Michal Ben Naftali

Da Israele, un intenso romanzo su un’insegnante che lotta con lo shock della Shoah

Libri

di Roberto Zadik
Come lo scrittore Primo Levi, ci furono intellettuali ebrei che non riuscirono mai a dimenticare i traumi dei lager e della Shoah e probabilmente per questo si tolsero la vita. Ma come relazionarsi col passato riuscendo a superarlo e rifarsi una vita? Su questo e su molti altri temi, si snoda abilmente il nuovo romanzo L’insegnante (192 pp, Mondadori, 19 euro) della traduttrice e filosofa Michal Ben Naftali.

La trama racconta con un crescendo di intensità e di drammaticità la vita, basata su una storia reale, dell’austera professoressa ebrea ungherese Elsa Weiss sopravvissuta ai lager e valente insegnante di inglese in un Liceo di Tel Aviv, dove studia la Ben Naftali. Tutto sembra scorrere nella più assoluta normalità fra studenti, voti, pagelle. Ma a un certo punto questa pignola e laboriosa docente sempre “tutta d’un pezzo” si toglie la vita inspiegabilmente gettando nello sconvolgimento tutti quelli che la conoscevano, alunni e colleghi. Motivo del gesto? Riflessione profonda sul suicidio, spesso e volentieri ritenuto un tabù nel nostro Paese, sul passato, sulle ferite della storia e le sofferenze degli ebrei ungheresi, quelli del bellissimo “Il figlio di Saul” e sul labile confine fra mondo esterno e interiorità, questo è un testo di grande pregio letterario e storico.

Premiato col prestigioso Premio Sapir, il libro sta riscuotendo un certo successo per lo stile coinvolgente e la trama decisamente originale. Come mai la Weiss si è suicidata? Dopo varie indagini l’autrice del libro ci presenta un inquietante retroscena. Da giovane la protagonista incontrò il coraggioso giornalista ebreo romeno Rudolf Kastner che tentò di salvare quasi duemila ebrei a fuggire verso la Svizzera corrompendo i nazisti con denaro e gioielli, caricandoli su un treno e anche lei salì su di esso insieme a lui, diventato suo marito. Ma qualcosa andò storto e la coppia finì a Bergen Belsen. Fortunatamente l’esperienza nel lager durò pochi mesi e dopo la liberazione, traumatizzati e molto provati da quell’esperienza la professoressa e il marito sono andati a vivere in Israele. Sembrava l’inizio di una nuova vita, però Kastner venne accusato di collaborazionismo coi nazisti e la Weiss si suiciderà presa da chissà quale rimorso o senso di colpa.

Un libro duro, intimista, sulla paura e il senso di colpa che ci racconta ancora una volta quel tremendo periodo storico ma lo fa dal punto di vista dei sopravvissuti, in modo inaspettato e di forte impatto psicologico.

Nata a Tel Aviv 55 anni fa, Michal Ben Naftali in questi anni ha collaborato su vari temi collegati alla Shoah, ma anche ad altri ambiti, lavorando con tesi interessanti come quella sulla controversa figura di Hannah Arendt, collaborando con lo Yad Vashem di Gerusalemme, dedicandosi alle traduzioni in ebraico del filosofo ebreo algerino naturalizzato francese Derrida o del poeta Andrè Breton.

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