Il ruolo dello spionaggio nella difesa di Israele: la storia di quattro giovani eroi, da Gerusalemme a Beirut

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture]  A differenza di quasi tutti gli altri Stati, Israele purtroppo non può dare per scontata la propria esistenza. Da quando esiste e anche da prima, quando era solo l’”Yishuv”, l’insediamento ebraico nella terra degli avi, Israele ha dovuto fare fronte a nemici potenti e determinati a distruggerlo. A difesa della sua esistenza deve far ricorso a forze militari sempre in allerta e continuamente aggiornate sul piano tecnologico. Ma ancor prima della difesa militare, è necessaria l’informazione sui possibili pericoli, e magari l’azione clandestina per eliminarli. Anche in questo campo dei servizi segreti, come nell’autodifesa e nella tecnologia, Israele si è costituito una solida fama di eccellenza. Ma come è iniziata questa organizzazione?

Ce lo racconta un libro straordinario appena tradotto da Giuntina: Spie di nessun paese, scritto da un esperto giornalista israeliano di origini canadesi, Matti Friedman. Tutto iniziò fra il 1947 e il ‘48, quando al riconoscimento dell’assemblea dell’Onu del diritto degli ebrei a un loro Stato rispose una guerra civile organizzata dagli arabi locali e tollerata dagli inglesi in attesa di partire. Nel frattempo i Paesi arabi vicini preparavano i loro eserciti per l’invasione, se lo Stato ebraico fosse stato proclamato. La dirigenza ebraica aveva un bisogno estremo di conoscere le mosse degli arabi e così, in seno alla Haganà, la forza armata sionista al momento clandestina, fu istituita una segretissima “sezione araba” chiamata col nome in codice di “Alba”, che reclutava giovani ebrei provenienti dai Paesi arabi per infiltrarli dove potevano osservare e informare, anche senza preparazione tecnica e strumenti tecnologici. Friedman ci racconta l’impresa di quattro di questi ragazzi fra i 20 e i 25 anni che riuscirono a fingersi arabi di Gerusalemme e ad arrivare a Beirut, aprendovi in posizione strategica un chiosco di cibo e usandolo come base per ottenere informazioni politiche e militari. Non voglio raccontare qui i dettagli dell’operazione o la sua conclusione, per non rovinare la lettura di questo libro che si legge come un romanzo di spionaggio. Ma non è una storia inventata.

 

Matti Friedman (Foto: Sebastian Scheiner)

Friedman ha intervistato uno dei protagonisti dell’azione, molto vecchio ma con ottima memoria, ha cercato testimoni e riscontri documentari, per cui tutto quel che c’è nel libro è vero, fino ai dettagli dei dialoghi. Il lettore resta commosso per lo spirito di sacrificio di questi giovani uomini, per la lucidità e il coraggio con cui affrontano pericoli costanti, per la lealtà di giovani immigrati a uno Stato che non hanno mai conosciuto, perché quando viene proclamato essi sono lontani e devono fingere di essere suoi nemici. Da qualche tempo si è imposta, anche nella cultura israeliana, una retorica dell’anti-retorica per cui si tende a smontare il grande racconto dell’eroismo dei pionieri di Israele. Ma in realtà questi ragazzi e tanti altri come loro, nel campo dello spionaggio, ma anche nelle battaglie campali, nella difesa dei villaggi, nella resistenza all’assedio di Gerusalemme, sono stati davvero eroici. Senza di loro non potremmo festeggiare oggi uno Stato prospero e avanzato, ricco di opportunità e di libertà, com’è oggi Israele.

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