Il racconto di una Berlino (ebraica) che non c’è più…

di Michael Soncin

«Ciò che mi auguro è che ogni ebreo tedesco dica: sì, eravamo così, così abbiamo vissuto fra il 1878 e il 1939, e che diano il libro in mano ai figli con le parole: perché sappiate com’era». La frase dell’autrice esprime chiaramente il desiderio pulsante che l’ha spinta a comporre questo sublime capolavoro letterario, ovvero, raccontare una Berlino ebraica che non esiste più, per dare in un qualche modo continuità ad una società cancellata dall’antisemitismo.

Qui, dentro queste pagine, questo mondo rivive, ospitato nella mente del lettore. «Dalla tranquilla Germania di Bismarck all’epoca hitleriana, dall’artigianato all’industria, dalla fede nel progresso alla ribellione della gioventù all’insegna di parole d’ordine quali “capo carismatico” e “vita eroica”, dagli spartani costumi prussiani al lusso dell’epoca guglielmina e alla battaglia per il diritto di voto delle donne e contro le idee borghesi ottocentesche. La storia è ambientata nella Berlino dell’industrializzazione, in una tranquilla cittadina della Germania meridionale, nella Francia della Grande Guerra, nei Balcani, in Polonia». Come si può ben comprendere, i temi da lei stessa descritti nel suo romanzo, coprono un lungo arco temporale: dal 1878 al 1948.

Da una parte ci sono gli Effinger, una famiglia ebraica di orologiai, proveniente da Kragsheim, una piccola cittadina a Sud della Germania, arrivati nella favolosa Berlino, spinti da un forte desiderio di ascesa sociale, un desiderio che farà di loro, in breve tempo, una delle famiglie più importanti della città. Dall’altra a contrapporsi, i Goldschmidt, raffinati esponenti della borghesia industrializzata berlinese. Ma un destino li vedrà assieme.

Non lasciatevi spaventare dalle 920 pagine. È una storia che fluirà rapidamente, una scorrevolezza data anche dai 151 capitoli che scandiscono facilmente i ricchi intrecci di questo corposo e affascinante romanzo. Possiamo definirlo un ‘nuovo classico’, perché si tratta della prima edizione italiana, di un libro che solo negli ultimi anni è stato al centro di una riscoperta, oggi in corso di traduzione in tutto il mondo.

Gabriele Tergit, pseudonimo di Elise Hirschmann (1894-1982), scrittrice britannica di origine tedesca, ha lavorato alla stesura de Gli Effinger tra il 1933 e il 1950, tra Praga, Gerusalemme, Tel Aviv, e infine dal 1938 a Londra. Furono gli anni più difficili della sua vita, gli anni della follia nazifascista. C’è molto di personale in questo libro, un vero capolavoro.

Gabriele Tergit, Gli Effinger. Una saga berlinese, trad. Isabella Amico di Meane e Marina Pugliano, Einaudi, pp. 920, 24,00 euro.