I Maestri ci insegnano “come” si ricorda

Libri

di Ester Moscati

Yosef Hayim Yerushalmi

Ogni nuovo concetto o abilità che apprendiamo viene memorizzato nella mente associandolo ad informazioni già presenti in essa. Apprendimento e memoria migliorano quando costruiamo connessioni, quando cioè siamo capaci di correlare nuove informazioni con quelle preesistenti. È utile tracciare analogie: la nostra mente, infatti, cerca di analizzare in termini di affinità due situazioni diverse ma che presentino qualche punto di contatto. Questo ci dicono le neuroscienze e la psicologia cognitiva, ma non solo. L’ebraismo è considerata la “religione della memoria” perché è comandato all’ebreo di ricordare, Zakhor, ciò che il Signore ha fatto per il popolo d’Israele, liberandolo dalla schiavitù. Ma come funziona la memoria? È cronologica?, è selettiva?

Rav Alfonso Arbib, nel corso della recente edizione di BookCity Milano, ha scelto di trattare il tema della memoria prendendo spunto dal libro di Yosef Hayim Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, pubblicato da Giuntina. E lo ha fatto perché, del rapporto tra ebraismo, memoria e storia, Yerushalmi parla in termini inconsueti e rivoluzionari. «Per me il libro è soprattutto uno strumento per vedere il mondo in maniera un po’ diversa da prima, quando dice qualcosa di non banale. – commenta Rav Arbib – Siamo sommersi da banalità, che possono essere rozze o colte, che vengono continuamente ripetute; un libro deve invece essere capace di spiazzarci, almeno un po’. Un libro che ha fatto questo a me è Zakhor di Yerushalmi. Mi colpì perché mandava all’aria cose che avevo sentito tante volte, per esempio l’idea che la storia fosse fondamentale per l’ebraismo. Mentre Yerushalmi diceva che l’ebraismo ha un rapporto molto conflittuale con la storia. E anche con la memoria. Un po’ di cose cominciano a traballare».

Attraverso esempi di episodi accaduti nella storia ebraica, e di come i Maestri trassero insegnamento da essi, Yerushalmi spiega che la memoria non si consolida per “accumulo” di fatti, ma per collegamenti, per associazioni mentali. Ed è nel saper cogliere i legami tra le cause e gli effetti degli eventi che si consolida e tramanda la memoria.  Zakhor risponde a una domanda: che cosa gli ebrei hanno scelto di ricordare del proprio passato?, perché e in che modo hanno preservato e trasmesso questo passato? “Il flusso della memoria scorreva essenzialmente lungo due canali – scrive Yerushalmi – quello del rito e quello della recitazione”. E ancora: “L’antica storiografia di Israele aveva le sue radici nella ferma convinzione che la storia era una teofania e che ogni evento andava visto prima o poi alla luce di questa convinzione”.

Citando il rabbino Yob Tob Lipmann Heller, Yerushalmi scrive “Quanto è accaduto oggi è simile alle persecuzioni del passato, e tutto quello che è accaduto ai padri si è verificato anche per i loro discendenti”. Non sono dunque gli eventi storici, nella loro realtà “temporale”, oggetto di memoria, ma per l’ebraismo ciò che è importante è il loro significato “atemporale”. E questo è un concetto che solleva una serie di problemi e che rischia di portare alla “mitizzazione” anche della Shoah.

Ester Moscati

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