Habaita “A casa”: la saga dell’ala sinistra del movimento dei kibbutzim

Libri

di Cyril Aslanov

[Ebraica. Letteratura come vita] Habaita, Verso casa, di Assaf Inbari (2009 nell’edizione originale, 2020 nella traduzione di Shulim Vogelmann e di Rosanella Volponi, pubblicata da Giuntina) è un libro sperimentale a immagine dell’esperienza storica che descrive. In 79 brevi capitoli scritti in uno stile scattante, Inbari srotola più di 60 anni della storia del kibbutz Afikim dove è nato nel 1968.

È proprio una prodezza trascorrere l’intera storia di quel microcosmo emblematico della società israeliana in generale, almeno fino alla vittoria del Likud nel 1977 di cui Inbari parla nel capitolo 71. Dopo questa svolta nella vita politica israeliana, il paradigma socioeconomico del kibbutz smise di essere considerato come un modello da seguire e Israele prese un cammino molto diverso. A partire da quel momento, il kibbutz cominciò ad essere percepito come un mondo chiuso destinato a scomparire piuttosto che come la realizzazione delle aspirazioni utopiche di ebrei russi idealisti nati all’inizio del ventesimo secolo.

I protagonisti di questo affresco storico sono tutti veri a cominciare da Lionia Geller (Arieh Bahir) (1906-1970) che fece una carriera politica nei partiti della sinistra israeliana.

I primi capitoli del romanzo descrivono le attività sempre più clandestine della filiale sovietica dell’Hashomer Hatsa‘ir che riuscì ad emigrare nella Palestina mandataria poco dopo il periodo della Terza ‘Aliyah (1919-1923). Nel 1932 i pionieri del movimento (chiamati pionierim piuttosto che halutsim nel testo originale del romanzo, sebbene il sottogruppo dell’Hashomer alla quale apparteneva si chiamasse No‘ar Tsofi Halutsi “gioventù scout pioniera”) fondarono il nucleo di un kibbutz vicino al Giordano, poco oltre l’uscita del fiume dal Lago di Tiberiade per continuare il suo corso verso sud. Fino al 1936 questo insediamento non aveva un nome preciso. Era solo chiamato tochka, cioè “il punto” in russo. Il nome Afikim “corsi d’acqua” venne trovato quattro anni dopo. L’invenzione di questo nuovo toponimo, descritta nel capitolo 33 del libro, è stata ispirata da un versetto biblico (Ezechiele 34:13) e si riferisce alla posizione del kibbutz non lontano dal punto in cui il corso dello Yarmuk si unisce a quello del Giordano.

A parte la sua forma originale, questo primo romanzo di Inbari è stato scritto da un puro prodotto del microcosmo del kibbutz. L’autore ha anche indagato, da un punto di vista storico, su questo mondo particolare dove si è davvero realizzato il comunismo integrale che nessuna forma di socialismo statale ha mai raggiunto. In Habaita Inbari descrive con un certo umorismo l’intransigenza morale dei veterani del kibbutz che accettano con difficoltà innovazioni come l’aria condizionata, il self service nella sala da pranzo collettiva, la possibilità di far mangiare i bambini con i loro genitori piuttosto che con altri bambini sorvegliati dalle educatrici. Questi piccoli accomodamenti, che oggigiorno sono considerati come dei diritti elementari, erano percepiti come quasi scandalosi durante la fase di transizione dall’età eroica dei kibbutzim al loro crepuscolo, quando il comunismo integrale si incrinò, tollerando alcune concessioni allo spirito individualista del capitalismo borghese.

Lungo il libro, il lettore vede comparire e riapparire una quantità sbalorditiva di personaggi con i loro veri nomi e con una descrizione ridotta all’estremo ma sufficiente per riconoscerli da un capitolo all’altro.

Una di queste figure, diventate leggendarie nell’epos sionista, è l’ufficiale britannico amico degli ebrei Orde Wingate, il fondatore delle plugot ha-laylah (Special Night Squads “squadroni notturni speciali”) che è descritto in compagnia di Zvi Brenner nel capitolo 35 del romanzo, in una scena memorabile. Lo yedid, “l’amico”, come lo chiamavano gli ebrei di Eretz Yisrael, dice a proposito di un bambino che balla la hora, nonostante sia appena guarito da una frattura al piede, che “il corpo si costruisce grazie alle sfide”.

Questa profusione di figure appena abbozzate fa pensare alla tecnica narrativa dell’Iliade che menziona approssimativamente 1000 personaggi. Il punto comune fra Omero e Inbari è la loro volontà di preservare questi nomi dall’oblio. E infatti, il mondo del kibbutz, per Israele di oggi, appartiene ad un passato lontano nello stesso modo in cui il mondo miceneo, descritto dall’epopea greca, precedeva da almeno tre secoli il periodo della Grecia arcaica che corrisponde al tempo della concezione e redazione dell’Iliade, verso il 750 aev. In questo Inbari ha ritrovato la vena epica che mancava alla letteratura ebraica, se consideriamo che Tmol shilshom (Appena ieri) di Agnon racconta le vicende di un antieroe o di un eroe tragicomico piuttosto che l’epos di una nazione in fieri.