Gli ebrei e i tedeschi, un rapporto complesso di vicinanza e divergenza. Dall’invidia sociale al genocidio

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture] Quando fra conoscenti o anche nelle occasioni più formali come il Giorno della memoria capita di dover spiegare che cos’è stata la Shoah, ci si trova spesso di fronte a una convinzione stranissima, ma assai diffusa su quel che è avvenuto in Germania tra il 1933 e il 1945. C’era un “pazzo”, la gente pensa, che in qualche modo “prese il potere”; costui odiava gli ebrei e quindi ordinò di ucciderli. Fu obbedito da tutti e questo spiega il genocidio: un evento unico, senza precedenti, che non potrà più ripetersi. La colpa non è degli esecutori, che “non pensavano”, come ha sostenuto anche Hannah Arendt, e solo obbedivano agli ordini ricevuti, ma solo di questo pazzo ipnotista e magari dei suoi più stretti collaboratori. Non è facile convincere chi ha questa convinzione che le cose non sono andate così, che l’antisemitismo razzista della Germania moderna è l’ultimo anello di una catena che va molto più indietro, nell’andigiudaismo cristiano e oltre. Ma soprattutto non è facile far capire le dinamiche che portarono “il paese più avanzato d’Europa” a sostenere massicciamente Adolf Hitler e a eseguire i suoi piani non certo nonostante il loro carattere antisemita, ma almeno in parte proprio perché lo erano; spiegare come la patria dei più grandi poeti, musicisti, filosofi, scienziati dell’Europa moderna sviluppasse l’odio per gli ebrei fino al genocidio.

Per riuscire a capire questa dinamica mi sembra preziosissima l’ultima grande fatica di quell’ottimo esploratore della storia ebraica che è Riccardo Calimani, Gli ebrei e la Germania. Storia di un legame forte e complesso (Bollati Boringhieri, pp 400, € 15,20). Il libro si concentra soprattutto sul tardo Settecento e sull’Ottocento e racconta la storia politica e sociale dell’insediamento ebraico in Germania, focalizzandosi sullo strano intrico di sentimenti collettivi che esso provocò. Gli ebrei in Germania mantennero a lungo (più che in Italia o in Francia) una condizione di subordinazione giuridica, con interdizioni professionali e limitazioni alla loro libertà. Molti si convertirono per liberarsi da questi vincoli (e naturalmente molti anche per genuina convinzione religiosa e sociale, pensando di elevarsi). Molti altri rimasero fermi alla loro identità religiosa, spesso però modellandola sui riti protestanti. Gli uni e gli altri ebbero molto successo, soprattutto in economia e nelle libere professioni. Troppo successo, che provocò odio e invidie. Ma per generazioni, e fino alla vigilia della Shoah, buona parte degli ebrei tedeschi fu convinta di una profonda parentela fra ebraismo e germanesimo, in particolare fra religione ebraica e neokantismo. In sostanza pensavano di essere, proprio perché ebrei, i veri esponenti della cultura tedesca. Il che contribuì a intensificare il rancore contro di loro. La società e la politica tedesca scaricarono sulla piccola minoranza ebraica le tensioni di una società ingiusta e divisa, in particolare dopo la sconfitta della prima guerra mondiale. Questa secolare crescita di un rancore antiebraico portò al grande genocidio considerato dai nazisti e da buona parte dei tedeschi una sacra missione, che aveva la precedenza sulla guerra. Il libro di Calimani racconta in maniera dettagliata e convincente questa dinamica, oltre a ricostruire le storie dei protagonisti della presenza ebraica di allora, da Heine a Mendelssohn, da Marx a Rathenau, da Buber al “banchiere di Bismark” Gerson Bleichroder a tanti altri. Un libro che si legge con emozione, con curiosità e con molta rabbia.