Bat Ye’or: alle radici di Eurabia, passando per la legge islamica

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di Davide Foa

Bruxelles sotto coprifuoco
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Come siamo arrivati a una penetrazione così capillare dell’islam politico sul suolo d’Europa? Cosa è accaduto alle nostre democrazie in questi ultimi trent’anni di benessere, diritti e welfare state? Perché il modello multiculturale non sta funzionando? Sono più di vent’anni che la studiosa e saggista Bat Ye’or cerca di fornire risposte al fenomeno di Eurabia, un suo specifico conio, risposte spesso contestate perché considerate estreme da molti colleghi accademici. La biografia intellettuale di Bat Ye’or (un nom de plume che in ebraico significa “figlia del Nilo”), affonda le radici nella sua infanzia in Egitto. «Ho visto la dissoluzione e fuga di famiglie spogliate di tutti i loro beni ed umiliate, la distruzione delle loro sinagoghe, il bombardamento dei loro quartieri ed una popolazione pacifica terrorizzata. Conosco personalmente le privazioni e la durezza dell’esilio, la miseria di essere senza patria e mi sono proposta di trovare una ragione a tutto questo», scrive Bat Ye’or, al secolo Gisèle Orebi, nel suo libro Islam e la Dhimmitudine, testimoniando tutto il dramma che, poco più che ventenne, la colpì insieme alla sua famiglia. Dovette infatti lasciare la sua terra natale, l’Egitto, in seguito alle discriminazioni anti-ebraiche messe in atto dal presidente Nasser verso la metà degli Anni ’50. Bat Ye’or, ancora oggi, con i suoi scritti, analizza e ripercorre la storia di quegli anni per trovare risposte non solo per il passato ma soprattutto per il nostro bruciante presente. Un concetto, quello di dhimmitudine, importante quanto criticato, al centro di tutto il pensiero di Bat Ye’or. In arabo, “dhimmi” indica lo status giuridico dei non-musulmani che vivono in un sistema politico governato dal diritto islamico e con il termine dhimmitudine, Bat Ye’or indica lo stato di sottomissione in cui si trovano, oggi come ieri, le popolazioni ebraiche e cristiane, “residenti nei territori conquistati dal Jihad”.
In un secondo volume, recentemente mandato alle stampe per Lindau,  Comprendere Eurabia, Bat Ye’or mette a fuoco una visione ancor più drammatica della dhimmitudine. Secondo la studiosa, l’Europa e soprattutto la Francia, avrebbero subìto un inarrestabile processo di islamizzazione in nome di interessi economici e di business col mondo arabo, finendo così per schierarsi contro Israele pur di assecondare i propri partner economici; da qui il termine Eurabia, coniato da lei vent’anni fa, ad indicare l’esito di quel legame tra Europa e Paesi arabi, soprattutto a partire dagli anni ’70. Un intreccio perverso di interessi economici che legherebbe mani e piedi le moderne democrazie, rendendole deboli rispetto al terrorismo (come fare con un Qatar, ad esempio, che finanzia l’Isis ed è insieme padrone della squadra di calcio Paris Saint Germain?).
Tema centrale di Comprendere Eurabia è il “palestinismo”, ovvero quella simpatia-propensione socio-politica che privilegia una sola parte. Per la studiosa oggi svizzera, il legame tra Europa e Paesi arabi, nato già nel XIX secolo, conobbe una nuova fase, detta appunto palestinisimo, in seguito alla bruciante sconfitta araba nella guerra del ’67 contro Israele. Da quel momento, arabi ed europei sentirono la necessità di creare un nuovo popolo, quello palestinese, fino ad allora mai davvero preso in considerazione. Si diffuse dunque quella che la scrittrice chiama “saga vittimistica palestinese”, fondata sull’accusa di colpevolezza degli occidentali ex colonizzatori nei confronti degli arabi; il nucleo ideologico del palestinismo è appunto la demonizzazione della civiltà occidentale e del suo epigono, Israele, identificato come Stato colonizzatore e colpevole di apartheid.
Mossa sia dai propri sensi di colpa e in nome soprattutto dei nuovi interessi strategici, scrive Bat Ye’or, l’Europa ha così iniziato a demonizzare Israele, un atteggiamento che la scrittrice definisce simile a quello dei nazisti, che dovettero demonizzare gli ebrei prima di poter procedere indisturbati al genocidio.
Storicamente, il legame tra Europa e mondo arabo risale all’Ottocento, ai tempi dell’impero francese in Africa, dove cristiani e arabi costruirono nuovi legami all’insegna dell’antisemitismo. Una Francia dreyfusarda e anti ebraica a cui, mutatis mutandis, diede nuova voce il generale De Gaulle, negli Anni ’60 del XX secolo, esprimendo una politica filo-araba assoluta, sia per compensare la perdita delle colonie in Africa, sia per opporsi ai tentativi di dominio americani e sovietici. Così De Gaulle elaborò la creazione di un blocco che unificasse gli Stati mediterranei dando vita a un’entità politica “Euro-Africana”. Non a caso, nel 1967 il Ministero degli esteri francese tenne a battesimo l’Associazione di Solidarietà Franco-Araba e due anni più tardi l’OLP aprì un ufficio di rappresentanza proprio a Parigi. Nel frattempo, anche in Inghilterra nasceva un’associazione molto simile che, insieme a quella francese, avrebbe costituito “il motore di dinamiche economiche, culturali e politiche che pianificarono e produssero Eurabia”, scrive Bat Ye’or.
Poco dopo, la guerra del Kippur del 1973 segnò un ulteriore passo decisivo per la creazione di Eurabia. La sconfitta araba contro Israele comportò il noto shock petrolifero ai danni dell’Europa; quest’ultima decise allora di stringere ulteriormente i bulloni dei rapporti con i Paesi arabi, per salvaguardare i propri interessi. Con la Dichiarazione di Venezia del 1980, la Comunità europea riconobbe i diritti nazionali del popolo palestinese e negò ad Israele qualsiasi diritto di sovranità su Gerusalemme, in totale contrasto con quanto stabilito dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1967. Secondo l’autrice, con la Dichiarazione di Venezia gli europei “per il bene dei loro interessi commerciali nel mondo islamico, inventarono un nuovo popolo e gli offrirono uno Stato nella terra di Israele.”

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