Auerbach, Fénelon, Sebald e la narrazione dell’esilio

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture] Nel 1936, a quarantaquattro anni, quando era da tempo titolare di una cattedra di filologia romanza a Marburgo e un’autorità mondiale negli studi su Dante, Eric Auerbach venne espulso dall’università in quanto ebreo e costretto ad abbandonare il suo paese. Invece che in Gran Bretagna o negli USA, come molti suoi colleghi, trovò rifugio in Turchia, dove insegnò fino al 1947. Qui, facendo conto sui materiali non certo abbondanti della biblioteca di Istanbul e soprattutto sulla sua straordinaria memoria, scrisse uno dei capolavori della letteratura critica del Novecento, Mimesis. Vi si trova fra l’altro il celebre capitolo iniziale, in cui confronta lo stile narrativo della Bibbia (in particolare l’episodio della “legatura” di Isacco) con quello dell’Odissea.

La sua avventura umana e intellettuale è al centro di Tre anelli (Einaudi 2021), l’ultimo libro di quello che è oggi secondo me il più interessante scrittore ebreo fuori da Israele, Daniel Mendelsohn, a sua volta accademico e studioso di Omero. Come teorico della letteratura Mendelsohn è un teorico della tecnica narrativa che egli pratica con grande maestria nei suoi libri, quella della “narrazione ad anello”, cioè della digressione che parte da un particolare del racconto per aprire una seconda storia la quale ne dovrebbe illustrare l’origine, ma spesso divaga ancora e approfondisce altre vicende, per ritornare quindi sullo stesso particolare e continuare la narrazione principale. La storia così si dirama e riunisce luoghi, tempi e personaggi molto lontani. È una tecnica che si trova già nell’Odissea e che Mendelsohn ha sfruttato magistralmente nel suo libro più bello, Gli scomparsi (Einaudi 2018) in cui racconta la sua ricerca sui cugini uccisi durante la Shoah a Bolechow in Ucraina.

Gli anelli dell’ultimo libro non sono dunque quelli raccontati da Lessing nella sua classica commedia Nathan il saggio: tre gioielli identici lasciati in eredità ai figli da un padre generoso che non vuole si sappia chi ha l’originale – una metafora illuminista sul valore comune delle tre religioni monoteiste. Qui si tratta di tre vite che si intrecciano per via di digressioni e richiami: quella di Auerbach; quella di un autore seicentesco francese, François Fénelon, che fra l’altro scrisse un’ingegnosa e molto a suo tempo apprezzata interpolazione dell’Odissea sulla vita di Telemaco; e quella dello scrittore tedesco W. G. Sebald, nato nel 1944, dunque senza responsabilità diretta nella Shoah, ma che si autoesiliò in Inghilterra per separarsi da suo padre ufficiale della Wehrmacht.

Sono tre vicende apparentemente senza rapporti, che però Mendelsohn collega intorno al tema della narrazione dell’esilio, alla condizione di chi è isolato fuori dal suo contesto naturale e non può trovare una strada diretta per rientrarvi, ma deve intraprendere una “strada lunga”, un anello esistenziale che gli permetta di ritrovarsi.

Quella del giro lungo, contrapposto alla scorciatoia, è una strategia narrativa e anche spirituale: lo ritroviamo in un passo dell’Esodo (13: 17) con la scelta divina di non ricondurre il popolo direttamente in terra di Israele lungo la costa del Mediterraneo, ma di farlo inoltrare a sud, verso il Sinai. Leggerne le esemplificazioni di Mendelsohn è coinvolgente sul piano umano e intellettuale.

 

Foto in alto: Daniel Mendelsohn (Wikimedia Commons)

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