“Antisemitism on Social Media”, presentato nuovo libro

Libri

di Nathan Greppi
Da diversi anni le espressioni dell’antisemitismo, e più in generale delle varie forme d’odio, si è sempre più spostata in rete, e in particolare sui social. Gli effetti che questo fenomeno può avere sono molti e complessi, e ad analizzarli nel dettaglio è il saggio Antisemitism on Social Media curato dalle ricercatrici Monika Hübscher e Sabine von Mering, che lavorano rispettivamente all’Università di Duisburg-Essen (Germania) e alla Brandeis University (USA). Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice britannica Routledge e presentato giovedì 19 maggio in un incontro su Zoom organizzato da ENCATE, una rete internazionale per il contrasto all’antisemitismo di cui fa parte in Italia la Fondazione CDEC.

Nell’introdurre la discussione, la Hübscher ha fatto riferimento al recente attacco terroristico avvenuto a Buffalo, dove un fanatico razzista ha ucciso diversi uomini di colore: adesso, ha spiegato, dalle ricerche è stato approfondito che tipo di contenuti ha condiviso sui social, su quali in particolare e quanto ci hanno messo i vari social prima di rimuoverli. Alla domanda “perché questo libro?”, ha risposto: “Quando ho iniziato a fare ricerche su questo argomento, essendomi laureata in Studi sull’Olocausto, mi sono interessata a come si diffonde l’antisemitismo oggi. Quando ho iniziato ad approfondire, era già un uscito un rapporto delle Nazioni Unite in cui si stabiliva che i discorsi d’odio su Facebook ebbero un ruolo cruciale nello scatenare le violenze contro la minoranza musulmana Rohingya in Myanmar.”

Ha detto che “il libro è solo l’inizio,” perché molti accademici che hanno approcciato in quanto esperti di antisemitismo sono poco esperti di social, sono ancora legati alle ricerche d’archivio tradizionali. Pertanto, quello legato all’odio digitale è un campo di ricerca nuovo, ancora in via di sviluppo.

Diverse critiche sono state rivolte ai proprietari dei grandi colossi del settore social: in particolare, si è parlato molto del fatto che pensano più al profitto che all’etica, e il risultato è che spesso danno spazio a fanatici di ogni tipo perché portano tante visualizzazioni e condivisioni. Secondo loro, l’antisemitismo sui social è diverso non solo da quello nel mondo reale, ma anche da quello presente sui siti Internet escludendo i social, in quanto “sui siti puoi scegliere cosa vuoi vedere, sui social sono gli algoritmi a decidere cosa farti vedere.” Se uno mostra un minimo interesse su post di negazionismo della Shoah, gli algoritmi gliene faranno vedere sempre di più, radicalizzando le sue posizioni e portandolo a condividerle con altri. Pertanto, ha spiegato la Hübscher, “parlare di antisemitismo nell’era degli algoritmi richiede diverse metodologie di ricerca e diverse strategie per combatterlo.”