di Pietro Baragiola
Dall’amore sognato a quello che seduce e tradisce, dall’affetto di una madre per il figlio alla passione vissuta senza accettare regole. Sei brani e altrettanti modi di raccontare l’amore hanno scandito, nell’ambito della XXVII Giornata Europea della Cultura ebraica, l’appuntamento musicale di domenica 6 settembre al Teatro Franco Parenti di Milano che ha visto la cantante americana Madelyn Renée esibirsi in tutto il suo talento, in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica.
Nata a Boston e formatasi alla Julliard School, Renée ha costruito una carriera internazionale che l’ha portata sui palcoscenici del Metropolitan di New York, della Scala di Milano, dell’Opera di Vienna e del Festival di Salisburgo, collaborando più volte anche con Luciano Pavarotti.
Accompagnata al pianoforte dalla talentuosa Inessa Filistovich, Renée ha costruito un percorso tra Ottocento e Novecento nel quale musica, opera e tradizione ebraica hanno mostrato le diverse facce di un sentimento capace di offrire rifugio, ma anche di condurre all’inganno e alla perdita.
Il viaggio è partito da Auf Flügeln des Gesanges di Felix Mendelssohn, per proseguire con una delle seduzioni più celebri dell’opera lirica: Mon coeur s’ouvre à ta voix, dal Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns. Questo brano ripercorre la storia biblica di Sansone e Dalila, nella quale l’amore diventa anche strumento di inganno: Dalila, infatti, vuole scoprire il segreto della forza dell’eroe e lui, innamorato, finisce per rivelarglielo, aprendo la porta alla propria rovina.
L’isola di Youkali e la Ninnananna di Shostakovich

Con Youkali di Kurt Weill, eseguita da Filistovich in un arrangiamento per pianoforte solo, il recital si è spostato invece verso un amore ideale, quasi irraggiungibile. Youkali è l’isola immaginaria di Marie Galante: un luogo utopico nel quale esistono felicità, speranza e amore.
Uno dei momenti più intensi è arrivato con la Ninnananna tratta dalla Poesia popolare ebraica, Op.79 di Dmitri Shostakovich. Un brano composto nel 1948, negli anni in cui nell’Unione Sovietica cresceva la repressione staliniana e la campagna antisemita rendeva impossibile una sua immediata esecuzione pubblica: la sua prima rappresentazione è arrivata soltanto nel 1955, dopo la morte di Stalin.
Qui l’amore è quello materno, ma attraversato dal dolore: una madre culla il proprio bambino mentre il padre è incatenato e prigioniero in Siberia dallo zar. Il figlio è ancora troppo piccolo per comprendere la sofferenza che lo circonda. “Crescendo capirai ciò che brucia il mio cuore, figlio mio” canta la madre. “Riposati ora.”
È un amore diverso dai precedenti: non seduce e non promette un mondo perfetto, ma protegge il bambino da una realtà che, almeno per qualche istante, può ancora ignorare.
La libertà di Carmen
Il viaggio emozionale di Renée e Filistovich è poi tornato alla leggerezza con Embraceable You di George Gershwin, portando sul palco la dimensione più immediatamente romantica del sentimento, prima di arrivare alla Habanera dalla Carmen di Georges Bizet.
Con Carmen cambia ancora una volta il significato dell’amore: la protagonista è una donna che rivendica la propria libertà di scegliere chi amare e, soprattutto, di smettere di farlo. Il sentimento non può essere imposto né imprigionato, è mutevole, imprevedibile e appartiene soltanto a chi lo prova.
Sei composizioni molto diverse hanno così trasformato il recital in una sorte di piccolo atlante musicale dell’amore. Un percorso che ha riportato la musica al tema scelto per l’edizione 2026 della Giornata Europea della Cultura Ebraica: non un solo amore, ma molti modi di amare, ciascuno capace di raccontare una parte diversa dell’esperienza e dell’animo umano.
(Nei prossimi giorni verrà caricato il video di questo panel)



