di Pietro Baragiola
“Ogni poesia è una preghiera, solo le immagini e le parole cambiano”. È forse questa frase di Yehuda Amichai a racchiudere meglio il senso dell’incontro avvenuto domenica 6 settembre al Teatro Franco Parenti di Milano dove, nell’ambito della Giornata Europea della Cultura Ebraica, sono stati letti alcuni dei più importanti scritti d’amore del grande poeta israeliano.
A guidare il pubblico attraverso i versi e la vita di Amichai è stata Sara Ferrari, studiosa e traduttrice di letteratura ebraica, mentre all’attore Elia Schilton è stata affidata la lettura e l’interpretazione delle poesie.
Un viaggio di un’ora, dalle 16.00 alle 17.00, durante il quale l’amore non è apparso soltanto come sentimento romantico ma come una forza che si intreccia continuamente con Dio, la Bibbia, Gerusalemme, la perdita e la memoria.
Ferrari è partita proprio dalle radici religiose del poeta. Nato nel 1924 a Würzburg come Ludwig Pfeuffer e cresciuto in una famiglia ebraica ortodossa, Amichai si è allontanato dalla fede intorno ai 15 anni. Quell’universo, però, non ha mai abbandonato la sua scrittura.
“Credo che crescere in una famiglia ebraica ortodossa sia il miglior modo per diventare un poeta” ha scritto Amichai, descrivendo la tradizione ebraica come un mondo nel quale ogni parola possiede un peso e ogni rito un significato, capace agli occhi di un bambino di risultare inquietante e affascinante allo stesso tempo.
L’utilizzo della Bibbia
La Bibbia è rimasta così uno dei grandi vocabolari della sua poesia, ma Amichai l’ha usata sempre più liberamente, accostando ciò che apparentemente non avrebbe dovuto stare insieme.
Ferrari ha richiamato questo concetto al termine biblico kilayim, la mescolanza di elementi che non andrebbero mescolati: “nella poesia di Amichai la lingua della preghiera incontra il desiderio, i profeti gli amanti e il Cantico dei Cantici un letto disfatto”.
“Voglio confondere la Bibbia per ridarle vita” ha sostenuto il poeta per tutta la sua vita ed è proprio il Cantico ad offrire alcuni degli esempi più curiosi di questa distanza tra linguaggio antico e sensibilità moderna, a cominciare da stravaganti complimenti amorosi come il paragone tra la donna amata e “una cavalla del faraone”.
“Con il distacco dalla religione vengono progressivamente meno anche le grandi certezze dell’infanzia” ha spiegato Ferrari. “Se da ragazzo Amichai poteva ancora affidarsi al dialogo con Dio, crescendo è l’amore a occupare parte di quello spazio, senza però diventare una nuova certezza assoluta. Nelle poesie della maturità l’amore può illuminare l’esistenza, ma mai proteggerla dalla sua fragilità. Amichai arriva così a raccontare soprattutto ciò che un sentimento lascia dietro di sé”.
In una delle immagini ricordate durante l’incontro, l’uomo diventa come un cane che ritorna portando tra i denti la calza della donna amata. In un’altra, quando un amore scompare, scava dentro di noi una grotta nella quale, con il tempo, crescono “splendide stalattiti”.
La memoria dell’amore
È la memoria, allora, a diventare uno dei grandi approdi della poesia di Amichai.
Come raccontato da Ferrari, sulla scrivania del poeta erano sempre presenti oltre a manoscritti, libri e lettere, due piccoli frammenti dell’Europa perduta della sua infanzia: una pietra sulla quale incisa la parola “Amen” e una fotografia scattata a Würzburg che ritraeva il piccolo Ludwig abbracciato alla giovane Ruth, figlia di un rabbino e amica d’infanzia, dalla quale la storia e la guerra lo avrebbero separato per sempre.
“Decenni dopo, però, quell’immagine è ancora lì. Sulla sua scrivania” ha chiarito Ferrari. “Perché ciò che scompare, nella poesia di Amichai non smette necessariamente di esistere bensì continua a vivere e a cambiare lo sguardo di chi rimane”.
Lo stesso vale per Gerusalemme, nominata nei suoi scritti 220 volte (più dell’amore). Questa città viene descritta dal poeta come “il luogo nel quale uomini e Dio continuano incessantemente a cercarsi, anche quando la fede non offre più le risposte di un tempo”.
Nelle ultime poesie lo sguardo di Amichai diventa quello di chi sente avvicinarsi la conclusione del proprio viaggio.
“L’amore non cancella la perdita e la memoria non restituisce ciò che è stato, ma qualcosa rimane. Come il calore di un fuoco ormai lontano, o il fumo che continua a salire dopo che le fiamme non sono più visibili” ha concluso Schilton. “L’anima diventa così fumo di un eterno incendio delle memorie d’amore”.





