Sostenibilità: l’impegno della Ben Gurion University nel Negev

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di Michael Soncin 

 “La Ben Gurion University applica in pieno il famoso principio ebraico del Tikkun Olam e cioè di riparazione del mondo, una definizione che si può intendere non solo dal punto di vista religioso ma anche laico”. È quanto ha affermato Andrea Jarach, presidente dell’Associazione degli Amici della Ben Gurion University, il 19 maggio durante la conferenza online dal titolo “Living life on the edge: Research and development in the Negev Desert for a sustainable world in the era of climate change”, dove si è parlato delle nuove ricerche in corso, all’insegna di un mondo più sostenibile.

Hanno partecipato al dibattito Simon Barak e Aaron Fait entrambi professori presso i centri di ricerca nel campo della biochimica della Ben Gurion University – BGU, l’università israeliana situata nel deserto del Negev. Gli studi condotti dalla BGU durante gli anni, in questo clima così particolare qual è il deserto, ha portato a riscontri positivi e concretamente applicabili per il benessere dell’ambiente e della società, tali da essere in continua espansione in tutto il mondo.

Il pianeta terra è al limite delle proprie capacità

Simon Barak ha ben spiegato che il nostro consumo delle risorse naturali è talmente veloce da non permettere loro di rigenerarsi. Tutto ciò ha delle implicazioni serie nei cambiamenti climatici, riguardanti anche la sicurezza del cibo.

Il primo progetto della BGU illustrato da Barak è frutto di uno studio condotto dal professore David Faiman, che ha inventato un metodo per generare energia solare con un numero largamente inferiore di panelli solari rispetto alla quantità oggi richiesta. Un pannello fotovoltaico tradizionale genera in media 100 W. Per soddisfare il fabbisogno di una singola abitazione ne occorrerebbero almeno una quarantina. Quelli di nuova generazione ideati da Faiman invece producono ciascuno 2 kW. Questo permette di generare energia elettrica con solo 2 pannelli invece di 40 necessari al fabbisogno di una singola abitazione”, ha detto Barak.

Un altro studio ha invece esplorato delle tecniche di fertilizzazione alternative adoperate nell’agricoltura rispetto ai classici fertilizzanti di tipo organico, che risulterebbero essere – contrariamente a quanto si pensi – altamente inquinanti per i terreni.

Invece, con l’ausilio degli studi di biologia molecolare i biologi della BGU stanno ideando dei metodi per coltivare piantagioni nei deserti in grado di sopravvivere e crescere rigogliosamente. Come? “Si lavora sui geni, studiando le piante che vivono nei posti più estremi del mondo, cercando di capire attraverso studi di genetica cosa permette loro di sopravvivere, crescere e svilupparsi senza problemi”, ha illustrato il professore Barak. Ambienti ostili che riguardano non solo il deserto, ma anche i fondali marini, le alte vette delle montagne ed i posti più freddi del pianeta.

Israele è inoltre leader mondiale nella coltivazione delle alghe, in particolare della Haematococcus pluvialis, un’alga unicellulare che produce il carotenoide chiamato astaxantina, una sostanza dalla colorazione rossa, responsabile anche del colore rosso-arancio di organismi come il salmone e il tonno. Quello che hanno cercato di fare alla BGU e di mettere a punto una tecnica che consentisse di fare aumentare la quantità di questa sostanza prodotta dalle alghe. “Una sostanza che è utile anche nel settore farmaceutico e cosmetico poiché è risaputo essere un ottimo antiossidante” ha aggiunto Barak.

Viticultura nel Negev: utilizzare il deserto come un laboratorio

“Se si vuole raggiungere una maggiore sostenibilità – afferma il professore Aaron Fait – bisogna tenere in considerazione che le zone aride costituiscono una grande fetta del nostro pianeta. Esse sono il 41% e vi abita il 35% della popolazione mondiale”. Si tratta di zone che hanno dei grandi problemi di autoapprovvigionamento.

Come spiega Fait: “Se in passato l’aumento della produzione agricola attraverso l’introduzione di nuove varietà e con l’utilizzo di pesticidi ha salvato un miliardo di vite, oggi abbiamo invece bisogno di una nuova rivoluzione. Una rivoluzione della sostenibilità perché a questo ritmo non possiamo reggere ancora per molto”. Ma qual è un’altra delle missioni perseguite dagli istituti della BGU? “Aumentare la quantità di prodotti agricoli, nelle zone semiaride e aride, proteggendo al contempo l’ambiente”.

Dalle parole del professore Aaron Fait si è compreso che il deserto si è rivelato un ambiente prezioso per aiutare a comprendere meglio i processi di desertificazione e dei cambiamenti climatici. “Nel deserto del Negev abbiamo installato varie stazioni sperimentali a diverse altitudini che variano rispetto alla temperatura media. Questo esperimento su campo in diverse locazioni ci permette di studiare quello che è l’impatto di un cambiamento di temperatura, anche se minimo, sulla capacità di produzione delle nostre coltivazioni in relazione alla quantità e alla qualità”. Nell’equipe fanno parte un gruppo multidisciplinare formato da un agronomo, conoscitore dei vari modelli di irrigazione nelle coltivazioni agricole; una micro-meteorologa; un fisiologo delle piante; ed Aaron Fait operante nel campo della biochimica.

“La vite come coltivazione non è nuova nelle zone aride e semiaride, c’è da migliaia di anni, ma Israele ha dato risultati impensabili parlando in termini di qualità del vino prodotto”, racconta Fait. Egli spiega che oggi Israele è un’industria del vino molto diversificata che conta di oltre 200 case vinicole. Negli anni 50 perlopiù si produceva esclusivamente vino per il Kiddush.

L’esposizione della vite a temperature più alte (che possono arrivare fino a 50° nel deserto del Negev) può portare ad una riduzione della produzione significativa oltre che dal cambiamento del punto di vista qualitativo. Un problema che è stato risolto attraverso l’utilizzo di reti che filtravano i raggi solari ed un’architettura della vite pensata in modo alternativo. “Queste tecniche hanno migliorato di molto l’esposizione, la temperatura si è abbassata, arrivando attorno ai 25°, ottenendo così un frutto più omogeneo e di qualità”.

Clicca qui per vedere per vedere la conferenza per intero (Si precisa che la prima parte tenuta dal professore Simone Barak si è svolta in inglese, mentre la seconda e l’ultima esposta dal professore Aaron Fait è avvenuta in italiano).

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