Da sinistra, Rav Roberto Della Rocca e Maurizio Molinari

Maurizio Molinari (La Stampa): “Nel nuovo Medioriente Israele può essere alleato sia degli Usa che della Russia”

Eventi

di Ilaria Myr
È una situazione singolare e per certi versi paradossale quella in cui si trova oggi Israele nello scenario mediorientale, da un lato alleato storico degli Usa e, dall’altro, dall’ultimo biennio circa, sempre più vicina alla Russia di Putin. Questo il tema cruciale della serata organizzata da Kesher martedì 30 gennaio, vigilia di Tu Bishvat,  intitolata proprio “Il nuovo ruolo di Israele fra Russia e Stati Uniti”: protagonista il direttore de La Stampa Maurizio Molinari, che ha richiamato nell’Aula Magna Benatoff della Scuola della Comunità molte persone interessate ad ascoltarlo.

A introdurre e moderare il suo intervento Rav Roberto Della Rocca, che ha poi proceduto, a fine serata, a fare le benedizioni sui frutti che si consumano a TuBishvat.

Una situazione paradossale

«Da due anni l’esercito russo si trova ai confini di Israele – ha esordito il giornalista -: un fatto, questo, mai avvenuto da quando esiste lo Stato ebraico. Questo perché Putin ha portato soldati sul territorio siriano e un importante contingente di aerei russi a controllare i cieli, dando così copertura aerea alle forze di El Assad e aiutandolo così ad avere la meglio sui ribelli».

Inoltre, da qualche anno Russia e Israele hanno avviato delle relazioni strategiche senza precedenti, con visite diplomatiche e accordi militari importanti. «Hanno ad esempio creato un meccanismo di scambio sui codici degli aerei in modo da identificarsi reciprocamente  – continua -. Questo perché Putin considera Israele un paese russofono – in virtù della grande presenza di russi nel Paese – e come tale esso è una pedina strategica nell’idea che egli ha della Russia, di nazione che aggrega tutti i russofoni».

Ma anche la Russia è strategica per Israele, in quanto, pur essendo il miglior alleato dell’Iran – prima di tutto per l’esportazione di energia: non si dimentichi che nel 2015 è stata grande sostenitrice dell’accordo sul nucleare per l’Iran – può costituire per lo Stato ebraico un argine alla presenza del nemico in territorio siriano e addirittura sul Golan. «La minaccia della presenza di forze iraniane in Siria pone Israele di fronte a un pericolo per la sicurezza che non ha mai conosciuto. La tradizionale dottrina di sicurezza israeliana, infatti, mostra difficoltà di fronte a una situazione completamente nuova: non deve combattere contro gruppi terroristici o stati confinanti, che possono essere attaccati, ma con una nazione pericolosa che è presente con un contingente. Per questo è una minaccia militare senza precedenti».

Allo stesso tempo, però, Israele è storico alleato degli Usa. Non si dimentichi che l’amministrazione Obama, pure molto critica nei confronti del governo Netanyahu, aveva varato il più grande pacchetto di aiuti militari a Israele di sempre, e aveva stabilito, prima fra tutti, delle basi americane in territorio israeliano.

E ora Israele chiede aiuto a Trump in Siria. «Quello che più preoccupa Israele è infatti che l’Iran possa controllare un corridoio terrestre che passando dall’Iraq, la Siria e il Libano, arrivi su territorio israeliano. Le due uniche “spine” a questo progetto sono la base americana di al Tanf, al confine tra Siria e Iraq, e, sul lato opposto, le milizie curde siriane armate e addestrate dagli Usa e da altri paesi europei. Per questo Israele sta chiedendo a Trump di aumentare il sostegno ai curdi e la propria presenza nella base di al Tanf».

La Russia, però, agli Usa chiede esattamente l’opposto: di smantellare la base di al Tanf e di cessare completamente aiuti militari ai curdi. Il conflitto di interesse per Israele fra l’alleanza con gli Usa e il dialogo con i russi è più evidente che mai.

«Questo è il nuovo Medioriente, la regione che noi siamo stati abituati a conoscere per l’imprevedibilità delle situazioni che oggi sta vivendo un processo di polverizzazione degli Stati che moltiplica le variabili della sicurezza. La cartina geografica che conosciamo deve essere oggi ridisegnata in toto: non contano più i confini fra stati e fra singoli attori che si muovono fra gli Stati. Basti pensare a quanti variabili ci sono sul territorio siriano, su quello egiziano o quello libico, o alle lotte fra tribù in paesi come il Mali o il Niger».

Se però aumentano i potenziali conflitti, cresce anche la possibilità che in unico scacchiere, ad esempio la Siria, si possa essere alleato e interlocutore di due potenze in conflitto, appunto gli Usa e la Russia. Da qui nasce il nuovo ruolo di Israele fra Russia e Usa, e in generale di Israele in Medioriente, che ha come interlocutori un numero sempre più ampio di attori: il Qatar, ad esempio, che da un lato secondo l’Arabia saudita sostiene i terroristi, ma dall’altra è l’unico paese in cui gli israeliani possono recarsi senza visto. «Alleato strategico dell’Iran, il Qatar ha allo stesso tempo interesse di dialogare con tutti gli attori, proprio per questa decomposizione del Medioriente».

I Paesi arabi e Israele

Lo stesso dicasi degli altri Paesi arabi, che non hanno sostenuto i palestinesi nella protesta contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme.

Lla scelta di Trump è molto significativa perché, pur lasciando la strada aperta alla soluzione dei due Stati, non nomina mai i confini del’67 – continua Molinari -. Anche il luogo dove verrà spostata l’ambasciata, poi, è eloquente: un compound già quasi pronto nel quartiere di Armon Hanaziv, di fronte a un villaggio arabo, in una zona che, sulle cartine del ’67, era nella ‘no man’s land’, lungo la linea verde. La scelta di Trump è quindi chiaramente di riconoscere il legame storico fra Israele e Gerusalemme».

Ma allora perché tutto ciò non ha innescato le prevedibili reazioni dei paesi arabi? «Perché la decomposizione del Medioriente mette in difficoltà tutti gli Stati e obbliga a dialogare con tutti gli attori, Israele incluso».

Il ruolo dell’Europa e dell’Italia

Rispondendo a una domanda del pubblico, Molinari ha poi affrontato la questione del ruolo dell’Europa e dell’Italia in particolare in questo complesso scenario.

«L’Europa si sta adattando a un Medioriente polverizzato. La vera sorpresa però è l’Italia che in Libia è riuscita a creare rapporti e stringere accordi con le tribù locali, che hanno cominciato a collaborare con gli italiani. Questa strategia di dialogo evidenza una capacità delle autorità italiane di operare in una zona che conoscono bene».

Nello specifico, i rapporti Italia-Israele hanno subito un’accelerazione con il governo Renzi, che ha avviato una politica estera molto concreta, focalizzata alla crescita economica: un approccio meno ideologico rispetto a quello della prima repubblica, molto fredda con Israele, ma anche a quello del governo di centro-destra, che inverte la marcia facendo passi di apertura nei confronti dello Stato ebraico.

«Sotto Renzi è stata creata una commissione bilaterale che gestisce fondi stanziati congiuntamente per sviluppare progetti economici – spiega Molinari -.  Tutto ciò ha cambiato drasticamente le relazioni: l’Italia è diventato un partner privilegiato dell’economia israeliana e si sono moltiplicate le cooperazioni scientifiche fra i due Paesi, anche se con uno squilibrio fra il numero, molto alto, di ricercatori italiani che vanno in Israele centinaia di ricercatori italiani che ogni anno va in Israele e quello, molto più contenuto, di israeliani che vuole venire in Italia».

Molto proficua è anche la cooperazione fra i due Stati sul piano della sicurezza, dove l’esperienza dell’Italia nella lotta alla mafia si rivela molto preziosa anche per Israele per la difesa della collettività.

Sul fronte politico, invece, l’Italia ha posizioni allineate con l’Unione europea, come dimostra, ad esempio, la recente condanna del nostro Paese alla decisione di Trump sull’ambasciata a Gerusalemme.

La Turchia: una minaccia per Israele?

«Erdogan è l’alleato più importante di Putin, dialoga con il Qatar, l’Iran, sostiene Hamas e i gruppi di fratelli musulmani considerati terroristici dall’Arabia Saudita. Due anni fa, però, ha messo in atto una strategia di collaborazione con Israele. Cosa è cambiato da allora? La sua ambizione strategica è di strappare la leadership sunnita all’Arabia saudita, che è lo Stato nella zona che ha più legami con Israele e si oppone all’Iran. Quello fra sauditi e turchi per la leadership sunnita, però, è un conflitto che vede Israele solo come pedina di scambio, non come oggetto del conflitto stesso. Può rappresentare un pericolo per Israele? Sì, nella misura in cui la Turchia è uno stato della Nato e vanta il secondo esercito più grande dell’Organizzazione mondiale. Ma, ripeto, il conflitto non è su Israele».

La politica futura di Trump in Medioriente

Gli argomenti al centro del conflitto mediorientale sono tre: Gerusalemme, la questione dei profughi e la sicurezza. «Il primo è stato affrontato da Trump con la dichiarazione sull’ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola di fatto capitale di Israele. Il secondo tema è invece al centro della proposta di discussione, fatta da Trump ai sauditi, di pagare risarcimenti ai profughi palestinesi del ’48. Questo discorso si lega anche alla recente posizione critica di Trump sull’Unrwa, l’organizzazione dell’Onu creata dopo il ’47-’48 per gestire i profughi palestinesi e che decise, allora, di considerare tali anche i figli e i nipoti. Con il risultato che se si considerano i discendenti, come vuole l’Unrwa, si arriva a 5 milioni di profughi, contro  i circa 30.000  sopravvissuti al ’48 e oggi ancora in vita. Se i sauditi pagano per i profughi palestinesi, ne diventano i rappresentanti con Israele. Rimarrebbe così fuori dai giochi la Giordania, il cui re Abdallah appare debole e senza risorse nell’ambito del conflitto».
Sarà invece sul fronte della sicurezza, e cioè dei confini, che Trump farà delle richieste a Israele, a cui con tutta probabilità chiederà una rinuncia sui territori ancora sotto controllo, che sarà senz’altro significativa.

Israele e gli immigrati africani

Infine, sollecitato da Rav Della Rocca, Molinari è intervenuto su un tema di grande attualità oggi in Israele, e cioè l’espulsione degli immigrati africani. «Oggi in Israele ci sono circa 30.000 immigrati clandestini provenienti dal Cono d’Africa, rinchiusi in campi di accoglienza nel Negev – ha spiegato -. Il governo ha da poco siglato degli accordi con il Ruanda e l’Uganda, che offrirebbero accoglienza ai clandestini in cambio di finanziamenti. Si tratta di una strategia mutuata in toto dall’Australia, che aveva preso accordi con la Papua Nuova Guinea con le stesse modalità».  In Israele, però, in molti parlano di deportazione e alcuni piloti dell’El Al si sono rifiutati di trasportare questi immigrati. «Intanto i paesi stanno ritrattando le condizioni, e d è per questo che attualmente Israele ha difficoltà nel gestire questa situazione», ha concluso Molinari.

La serata si è poi conclusa con le benedizioni per Tu Bishvat.

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