Serata inaugurale Kesher, Maurizio Molinari racconta il nuovo Medio Oriente dopo la caduta di Kabul

di Francesco Paolo La Bionda (video di Orazio Di Gregorio)
Domenica 3 ottobre si è tenuta la serata inaugurale di Kesher, di nuovo in presenza dopo l’edizione virtuale dello scorso anno. Ospite della serata è stato nuovamente Maurizio Molinari, direttore de La Repubblica, in precedenza al vertice de La Stampa e con una lunga esperienza come corrispondente dagli Stati Uniti e dal Medio Oriente. L’intervento, dal titolo “I nuovi orizzonti della Jihad dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan”, è stato introdotto da Fiona Diwan, direttrice di Bet Magazine e Mosaico.

Dopo i saluti di rav Arbib e del presidente Hasbani, Diwan è partita dalle recenti vicende afgane, con i talebani che hanno conquistato il paese in contemporanea al ritiro statunitense, chiedendo all’ospite quali scenari si delineino ora nell’università dei fanatici musulmani. Molinari ha restituito l’immagine di una galassia jihadista bicefala, divisa tra i due rivali Al Qaeda e lo Stato Islamico. Uno scontro per la supremazia gravido di conseguenze per l’Occidente, che potrebbe ritrovarsi bersaglio di una nuova stagione di attentati da parte dei due contendenti decisi a mostrare i muscoli. 

Uno scontro che intanto comincia a definire il nuovo assetto dell’Afghanistan, con la costola locale degli eredi di al-Bagdadi, l’ISIS-Khorasan, di estrazione più pachistana che afgana, decisa a proseguire la sua guerriglia contro i nuovi padroni locali. Mentre gli Stati Uniti, ha segnalato il giornalista, proseguono con decisione il loro riassetto nell’Indopacifico, per opporsi all’espansionismo cinese che minaccia di tagliarli fuori dai vitali corridoi marittimi della regione. 

Fiona Diwan e Maurizio Molinari alla serata inaugurale di Kesher
Fiona Diwan e Maurizio Molinari alla serata inaugurale di Kesher

 

Condotta da Diwan, la conversazione è poi virata sulle conseguenze della vittoria talebana per Israele. Se da un lato è innegabile l’indebolimento della presenza americana in Medio Oriente, dall’altro Molinari ha evidenziato un paradossale beneficio per lo stato ebraico, che è ora visto dagli stati arabi moderati come possibile sostituto di Washington nello schema di alleanze contro il radicalismo sia sunnita sia sciita. 

Quest’ultimo, nella figura dell’Iran, è stato protagonista anche delle domande del pubblico, a cui il direttore ha risposto evidenziando come il rafforzamento immediato della Repubblica Islamica sia controbilanciato da una serie di altri fattori. A livello interno dalla difficile gestione del malcontento popolare, sullo scacchiere mediorientale dalla crisi del Libano che rivela la fragilità degli Hezbollah e a Vienna dalla necessità dell’amministrazione Biden di chiudere un negoziato più stringente per non dare ulteriore impressione di debolezza.

Il dibattito si è chiuso comunque su note di speranza, in particolare per il ruolo che l’Occidente può ancora giocare nel far sentire la voce degli afgani vittime del ritornato Emirato Islamico, ricordando anche l’importante precedente della Dichiarazione di Helsinki per l’emigrazione degli ebrei sovietici per la creazione di nuovi corridoi umanitari.

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