Re M Mohammed VI del Marocco in una comunità ebraica locale

Marocco ebraico: archeologi israeliani alla scoperta di luoghi nascosti fra il deserto del Sahara e le montagne dell’Atlantide

Arte
di Roberto Zadik
I  siti ebraici nascosti in Marocco, scoperti da una equipe di archeologi israeliani e di studiosi locali
Nonostante in Marocco il mondo ebraico locale sia, oramai, una realtà molto ridotta,  vanta una storia assai antica e importante e, grazie a commentatori biblici di fama mondiale, come Or Ha Chaim, ed all’intensità della sua cultura si è diffuso in svariati Paesi del mondo, da Israele, al Canada, dalla Francia al Belgio. Ma solo recentemente il Paese sta “svelando” una serie di luoghi ebraici nascosti e di rara bellezza.
Grazie agli Accordi di Abramo, stipulati fra Re Mohammed VI ed Israele tre anni fa, le relazioni diplomatiche fra i due Stati sono così migliorate che, secondo il Times of Israel, un equipe di archeologi israeliani, con l’aiuto di ricercatori marocchini, ha scoperto due antiche sinagoghe ed una serie di siti archeologici, nascosti nel deserto del Sahara, fra le montagne dell’Atlas.
Il meticoloso lavoro del gruppo di ricerca è un esempio di cooperazione e rigorosa analisi storica e culturale che ha portato gli studiosi fino al villaggio di Tamanart, nel sud del Paese, nel quale, durante gli scavi, hanno rinvenuto un’antica sinagoga abbandonata. Situata in questo esotico comune rurale, adornato da palme da dattero,  la costruzione, come è  stato constatato dai ricercatori, è stata depredata dai ladri che, cercando oggetti di valore, hanno scaraventato per terra i libri sacri di preghiera, custoditi nel deposito della ghenizà, senza compiere fortunatamente altri danni.
La spedizione è stata guidata dalla docente universitaria Orit Ouaknine  e da suo marito Yuval Yekutieli, dell’Università Ben Gurion del Negev. La studiosa si è definita molto soddisfatta di questa interrelazione fra i due Paesi esprimendo l’intento di lavorare per la conservazione della sinagoga. La Ouaknine ha poi rivelato, in un articolo che verrà pubblicato sul Giornale di Studi ebraici, di aver compiuto una serie di ricerche anche al cimitero ebraico del villaggio di Oufran, considerato uno dei più antichi insediamenti ebraici in Marocco con tombe risalenti al terzo secolo e, probabilmente, anche prima.
Tamanart in maroccoPer arrivare a questi importanti ritrovamenti, i coniugi Yekutieli si sono avvalsi di collaborazioni internazionali, dal professor David Goeuty, della prestigiosa università parigina della Sorbona, ad Aomar Boum, docente dell’ateneo californiano UCLA, fino a Mabrouk Saghir, dell’Istituto Nazionale delle Scienze Archeologiche della capitale marocchina Rabat. Nella loro attività incessante, gli studiosi hanno scoperto sinagoghe nei villaggi di Akka e Tamanart, per secoli affollate da fedeli in preghiera,  abbandonate, fra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, quando la maggioranza degli ebrei marocchini lasciò il Paese alla volta di Israele.

A  Tel Aviv presso l’Anu Museo del Popolo ebraico, gli studiosi terranno nel corso del mese di maggio una serie di lezioni approfondendo le loro scoperte specialmente soffermandosi su quelle sinagoghe, fatte di fango, così difficili da reperire; infatti queste sono state portate alla luce attraverso scavi, estremamente lenti e precisi, per estrarle dal terreno, seguiti da un altrettanto scrupoloso lavoro di ricostruzione e restauro da parte di una squadra di artigiani locali.

 

A questo proposito la docente ha ricordato che sulle sinagoghe non c’era il tetto, le pareti erano crollate e che, in quella di Akka, sono stati ritrovati una serie di lettere e testi sacri, inclusi alcuni rotoli di Torah, che gli ebrei, in fuga, avevano nascosto scavando un buco nella bima, la piattaforma centrale in cui si officiano le preghiere. Operazioni intense e complesse quelle dell’equipe che,  durante il ritrovamento delle due sinagoghe nel sud del Marocco, ha superato ostacoli di ogni genere; dalla difficoltà di ottenere i permessi per gli scavi alle piogge torrenziali, riversatesi nell’area degli scavi dopo anni di siccità, con la preoccupazione che i testi ed i materiali rinvenuti si potessero deteriorare. Nonostante questo, tutto il materiale, miracolosamente, si è conservato intatto e la studiosa ha evidenziato che “i tanti Giusti di questo Paese ci hanno protetto salvaguardando il nostro progetto”.

 

Ma qual è il contenuto delle due ghenizà (depositi libri) delle sinagoghe rinvenute? I ricercatori assicurano di aver trovato materiale estremamente interessante,  come lettere scritte a cabalisti e mistici per proteggere le gravidanze e le nascite di figli, ed antichi manoscritti, datati fra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo, che testimoniano una fitta corrispondenza fra ebrei e musulmani fino agli anni ’50. Fra le varie rivelazioni, la volontà degli studiosi di digitalizzare il materiale ritrovato nel sud del Marocco, anche se servono fondi, perché indispensabile per conoscere la cultura ebraica del sud del Paese attraverso le epoche. Stando al Times of Israel, la digitalizzazione e la consultazione dei materiali sarebbe fondamentale anche perché molti degli esuli, fuggiti da quei due villaggi e ora in Israele, sono ancora vivi e potrebbero ritrovare le loro radici. La studiosa e suo marito, da anni, lavorano per accendere l’interesse verso l’ebraismo marocchino e valorizzare gli sforzi del re Maometto VI e del suo consigliere Andre Azoulay, per normalizzare i rapporti con Israele facilitando la vita dei circa duemilacinquecento ebrei che, attualmente, vivono nel Paese. Negli ultimi vent’anni, ha notato la ricercatrice, il Marocco sta facendo grandi progressi, sviluppando la sua identità multiculturale e includendo l’identità ebraica e la storia della Shoah nei suoi programmi scolastici.

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