Gideon-Rubin-nel-suo-studio-2020 Foto di Richard Ivey

L’arte mascherata di Gideon Rubin e il suo ricordo dell’11 settembre 2001

Arte

di Michael Soncin

Il pittore israeliano ha cambiato il suo modo di dipingere dopo avere vissuto in prima persona la tragedia dell’11 settembre.
È stato influenzato dalla pittura del nonno Reuven Rubin, originario della Romania, che si salvò dalle persecuzioni naziste scappando in Israele, unico a sopravvivere in una famiglia di dodici fratelli

New York. 20 anni fa, il disastro dell’11 settembre 2001, il crollo delle Torri gemelle.
«Quando ritornai a New York nel 2001 per un breve periodo, una serie di eventi cambiò repentinamente il mio modo di dipingere». Così racconta a Mosaico Bet Magazine Gideon Rubin, artista israeliano conosciuto in tutto il mondo, nato a Tel Aviv nel 1973.
Rubin oggi vive e lavora a Londra. La sua pittura è immediatamente riconoscibile dal segno distintivo che si caratterizza per i ritratti rappresentati senza il volto, un’assenza delle caratteristiche somatiche dei soggetti raffigurati.

Una mascheratura dei volti, rivelatrice di un’intimità fatta di ricordi e di sensazioni, di lampi di memoria, fissati sulla tela da fugaci e rapide pennellate, colpi di pennello densi e fluidi, una vera rincorsa dei pensieri repentinamente trasfigurati sul canvas.
«Ho vissuto a New York fino al 2000, ci sono andato per studiare alla School of Visual Arts, subito dopo, nello stesso anno, mi sono trasferito a Londra per fare un master. Dipingevo sempre nello stesso modo, ma poi quando sono dovuto ritornare a New York per stare vicino a un caro amico, che stava passando un periodo davvero molto brutto, qualcosa in me cambiò».

Rubin visse il trauma dell’attentato dell’11 settembre del 2001, quando un’organizzazione terroristica appartenente al gruppo di Al-Qaeda sconvolse gli Stati Uniti, causando la morte di circa tremila persone. Sono trascorsi esattamente 20 anni da quando l’immagine delle Torri Gemelle che crollavano fece il giro del mondo. Come scrive la rivista Arte, “Rubin è stato testimone diretto, trovandosi nell’Ottava strada nel momento del disastro”.
Il suo modo di dipingere diventò più frenetico, immediato, veloce. Un cambiamento che testimonia che qualcosa dentro di lui era cambiato per sempre. «Quando sono poi ritornato a Londra, ho realizzato che non ero più in grado di dipingere come prima, proprio non ci riuscivo. Fu come una ghigliottina per me. Sono passato dal dipingere due quadri nel giro di un paio di mesi a farne anche fino a tre in un giorno solo. Dipingevo in un modo quasi maniacale. Avevo subito un forte stress emozionale, ma questo ritmo veloce si è poi rilevato più consono al mio modo d’essere», racconta. Delle vere e proprie istantanee eseguite con la tecnica dell’olio, tinte neutre pastello, volti di donne, bambini e uomini, spesso ritratti su sfondi dal colore grigio, come il telo utilizzato nei set fotografici, solo che qui l’obiettivo è l’occhio di Rubin. Impossibile non rimanerne catturati, guardandoli sprigionano nell’immediatezza l’atmosfera che li costituisce, tele che graffiano l’animo dell’osservatore, bussandogli direttamente al cuore. Questo è Gideon Rubin.

Il Black Book al Museo di Freud a Londra
Gli elementi rappresentati nei quadri non sono gli unici soggetti che lui “maschera”. Da ricordare è la mostra Black Book a Londra nel 2018 presso il Museo di Freud, che in passato è stata l’abitazione del padre della psicanalisi Sigmund, il quale negli anni ’30 dovette scappare in Inghilterra, lasciando Vienna a causa delle leggi antisemite. «Il Museo di Freud è un posto magico. Ogni volta che vado a visitarlo, torno a casa con una nuova ispirazione. E una volta, al ritorno, mi venne un’idea in particolare. Devi sapere – racconta – che sono un collezionista ‘compulsivo’. Mi piace collezionare giornali antichi, andare ai mercatini in cerca di riviste e quotidiani del passato. Così ho pensato a Freud, a quando dovette venire qui a Londra per salvarsi dalle persecuzioni ed ero curioso di conoscere come fossero i giornali di quel periodo – ancora prima dell’avvento della guerra – che Freud stesso visse. Una volta acquistati, ho iniziato a lavorarci, ma fisicamente parlando era molto difficile per me, perché erano pagine con stampati i simboli del nazismo, con le foto di Hitler. Provavo una forte repulsione mentale, il sentire la necessità di dovermi lavare le mani dopo averli toccati. Però man mano che il lavoro progrediva tutto aveva più senso. Nel complesso ne uscì un lavoro fatto dipingendo direttamente sulle riviste, con interventi di pittura sulle foto e dipinti a olio su tela, oggetto poi della mostra nel Museo di Freud».
Non solo quadri, non solo riviste; tra gli acquisti anche una copia del testo di Adolf Hitler, il Mein Kampf. «Preoccupato delle mie origini ebraiche ho chiesto a mia moglie di acquistare per me delle pubblicazioni stampate in Europa durante gli anni ’30. Quando è arrivato il pacco pieno di riviste e mi sono trovato tra le mani quel libro, ho avuto un blocco per qualche minuto. Fu una sorpresa, nemmeno mia moglie sapeva cosa aveva comperato.
Volevo buttarlo, non sapevo che farne. Dopo una travagliata riflessione ho cominciato a coprire di nero la prima pagina e poi ho continuato colorando di nero ogni singola lettera, ogni singola riga. È così che poi la mostra è stata chiamata Black Book, quel libro costitutiva il nucleo centrale dell’esposizione!», esclama Rubin. Un “coprire”, il suo, non per nascondere, non per mettere a tacere, ma per mettere in risalto attraverso la sua personale visuale, “evidenziando” le pagine di nero.

Il nonno Reuven, l’unico scampato alla Shoah
«È venuto a mancare quando avevo un anno. L’ho incontrato, anche se essendo io talmente piccolo è come se in realtà non l’avessi mai conosciuto veramente, ma sono cresciuto circondato dai suoi quadri, non ricordo un momento senza di lui». Gideon si riferisce al nonno, il pittore Reuven Rubin (1893-1974), artista israeliano di origine rumena, il primo ambasciatore di Israele in Romania, nato da una famiglia chassidica dalle umili origini. Erano oltre dieci fratelli e lui e pochi altri si salvarono dalla persecuzione naziste. È stato un personaggio di spicco nel mondo dell’arte, un interesse oggi in continuo crescendo. A Tel Aviv nel 1983 venne inaugurato il museo che porta il suo nome.
«Ho iniziato a dipingere all’età di 22 anni, in quell’epoca ho iniziato il consueto ciclo di viaggi attorno al mondo che fanno tutti gli israeliani terminato il servizio militare, prima di cominciare il periodo di studi. Fino ad allora non ero ancora diventato un pittore, ma uno dei ricordi più forti che ho risale a quando avevo 10 anni, ero un bambino e ricordo che uno dei miei luoghi preferiti del museo era la stanza dove c’erano le sue tavolozze con le quali dipingeva. Mi piaceva toccarle, appoggiare la mia mano sulla vecchia tavolozza, cosparsa di colori che con il tempo si erano seccati. Mi piaceva la sensazione tattile che provavo, come se sentissi le sue impronte rimaste su quella tavolozza, dove le mie su univano alla sue. Mi era permesso toccarle perché mia madre era la curatrice del museo!», sorride Rubin.

Essere ebreo e israeliano
«Ho sempre visto me stesso più come israeliano che come ebreo. Poi quando ho lasciato Israele e ho iniziato a viaggiare, tornandoci poche volte, ho iniziato a percepire me stesso in maniera differente. Il mio lato ebraico si è rafforzato, ma non religiosamente, nel senso della tradizione. Essere ebreo per me ha a che vedere con le persone, mia madre, mio padre, la mia famiglia. Potrei vivere dove sono ora, per sempre, ma sarò sempre israeliano e sempre ebreo. È un legame che vive dentro di me».

I propri dipinti sono come dei figli
Che cosa significa per Gideon Rubin rimanere senza alcuni dei propri quadri, quando lasciano l’atelier per andare nei musei o nelle case dei collezionisti? «Per me le inaugurazioni delle mostre sono spesso come una cerimonia di divorzio. Quando lascio i miei dipinti mi preoccupo che stiano bene nel posto dove andranno, come se fossero dei figli che diventano autonomi e iniziano la propria vita. Lasciano il tuo mondo, una parte del tuo vissuto».

Rubin, continuando a parlarci della propria vita, racconta inoltre che ha trascorso la maggior parte del tempo dall’inizio della pandemia a causa del Covid-19 nel suo studio a lavorare. «Un artista vorrebbe sempre trascorrere più tempo possibile nel proprio studio e con il coronavirus, essendo tutto chiuso, non ho fatto altro che dipingere».
Quali sono i suoi prossimi progetti? «Dal 2 settembre al 29 ottobre 2021 farò una mostra a Tel Aviv presso la galleria Alon Segev, assieme all’artista americano Duncan Hannah, mentre dal 4 novembre al 22 dicembre 2021 aprirà una mia mostra personale alla Ryan Lee Gallery di New York». Un artista italiano che l’ha colpito particolarmente? «Credo che Giorgio Morandi sia stato uno degli artisti che più mi ha ispirato quando mi sono trasferito in Europa. Mi colpirono molto le sue nature morte». Qual è il messaggio della tua arte? Cosa vuoi esprimere con i tuoi dipinti? «Se lo sapessi non dipingerei nemmeno! Dipingere per me è un bisogno primario!», esclama sorridendo.

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