Arturo Nathan, il contemplatore solitario

Arte

Arturo Nathan, Solitudine, 1930, Civico Museo Revoltella – Galleria d’arte moderna, Trieste

 

di Andrea Finzi e Sonia Schoonejans

In occasione del Giorno della Memoria, Vittorio Sgarbi, direttore del prestigioso museo MART di Rovereto, ha voluto dedicare una mostra al pittore ebreo triestino Arturo Nathan che sarà aperta fino al 1° maggio 2022. Ne è curatrice Alessandra Tiddia in collaborazione con Alessandro Rosada e la Galleria Torbandera di Trieste che possiede numerose opere e collabora strettamente con la Fondazione che ne porta il nome. Con il sottotitolo quanto mai appropriato Il contemplatore solitario vengono esposte ventitré delle opere più significative dell’artista che ne dipinse in tutto meno di un centinaio e che ne illustrano il percorso originale e inconsueto, sospeso fra la Metafisica dechirichiana e il Realismo Magico, profondamente segnate dalla sua dolente esperienza di vita, conclusasi tragicamente nel lager di Biberach an der Riss dove morì il 20 novembre 1944.

Arturo Nathan, L’esiliato, 1928, Collezione Barilla, Parma

Nato a Trieste il 17 dicembre 1891, figlio del commerciante Jacob Nathan e di Alice Luzzatto, invece di seguire le orme paterne studiò filosofia a Genova e, avendo ereditato la cittadinanza inglese dal padre nato in India sotto il dominio britannico, allo scoppio della Grande Guerra si trasferì a Londra e, pur obiettore di coscienza, prestò servizio militare a Portsmouth fino alla fine del conflitto. Rientrato a Trieste nel 1919, venne incoraggiato a coltivare la sua passione per il disegno e la pittura dallo psicanalista Edoardo Weiss che ne curava una forma depressiva: “Dipinga, signor Nathan. Svuoti il sangue cattivo. Si protegga dal mondo. Se ne costruisca un altro, dove potrà evitare di difendersi come vivesse dentro una trincea”.

Di quella depressione non riuscì mai a liberarsi ed essa anzi divenne una cifra costante della sua produzione artistica. In quegli anni, tuttavia, molte furono le sue frequentazioni nel “milieu” intellettuale della sua città fra cui Umberto Saba, Italo Svevo e tanti altri, condividendone la raffinata cultura cosmopolita. Aperto il proprio studio d’artista nel 1921, parallelamente al lavoro presso una compagnia assicurativa, iniziò una sua peculiare ricerca stilistica pur influenzata dalla conoscenza di Maestri come il Doganiere Rousseau, ma soprattutto Giorgio De Chirico che ammirava sopra ogni altro e che ispirò il suo Autoritratto con il quale esordì alla prima esposizione al Circolo artistico di Trieste nel 1924. Incontrò De Chirico nel 1925 e nel 1930 e fra loro nacque un profondo e duraturo legame che introdusse Nathan nel mondo della pittura metafisica della quale è considerato un esponente fra i più originali per la sua forte carica introspettiva. Nel 1926 partecipò alla XV Biennale di Venezia con l’Autoritratto ad occhi chiusi e nello stesso anno dipinse l’Asceta che gli guadagnò importanti consensi della critica. Ciò tuttavia non gli consentì di essere ammesso all’Esposizione del Novecento italiano organizzata a Milano da Margherita Sarfatti, nonostante l’appoggio dell’amico De Chirico.

Il periodo fra il 1926 e il 1929 segna l’avvicinamento al movimento post-espressionistico del Realismo magico, assurgendone ad esponente a pieno titolo con l’Esiliato la cui cesellatura tradisce una profonda conoscenza di Albrecht Dűrer, e l’Abbandonata con il quale partecipò alla Esposizione Internazionale di Barcellona nel 1929, anno al quale risale l’unica personale di Nathan alla Galleria d’arte Milano. Dal 1931 al 1936 l’opera di Nathan raggiunse il culmine della maturità artistica con tele popolate di frammenti archeologici, di cavalli, di marine in molte delle quali le atmosfere sospese dechirichiane contrastano con la presenza quasi marginale di una figura umana, quella dell’autore, invariabilmente raffigurata di spalle nella sua disperata contemplazione di una realtà nella quale non si riconosce. Ma anche paesaggi urbani, fabbriche e locomotive, sempre immersi in un’atmosfera crepuscolare e desolata.

La storia degli anni successivi dette corpo alle cupe premonizioni di quell’uomo allampanato e solitario: le leggi razziste del 1938 vietarono l’esposizione delle opere di artisti ebrei e anche Nathan fu escluso dalle esposizioni e perfino i suoi numerosi quadri della collezione permanente del museo Revoltella nella sua Trieste vennero rinchiusi in una stanza inaccessibile al pubblico insieme a quelle di altri correligionari. Ridotta drasticamente l’opera pittorica, trovò qualche conforto nella poesia, componendo nel 1939 undici sonetti. È del 1940 l’ultimo quadro, L’attesa struggente raffigurazione di sé stesso di spalle in un paesaggio al tramonto. In quell’anno, ebreo di cittadinanza inglese, fu confinato a Falerone nelle Marche ove rimase fino al settembre 1943 quando venne arrestato e tradotto a Fossoli e nell’anno successivo deportato a Bergen Belsen ed infine a Biberach an der Riss ove trovò la morte.

Figura emblematica e sofferta di un periodo cruciale della vicenda artistica del Novecento italiano, Arturo Nathan rivive nell’articolo di Giorgio De Chirico del 1945, un commosso elogio dell’amico scomparso che così concluse: “Era un uomo intelligente, mite, giusto e buono ed è stato assassinato dai tedeschi perché era ebreo”. Il presagio di questa tragica conclusione aleggia in tutte le opere esposte in questa piccola e perfetta mostra, appagante per la qualità artistica e commovente per quanto ci trasmette della personalità acuta, romantica e disperata di questo pittore purtroppo ancora poco conosciuto dal grande pubblico.

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