Giorno della Memoria: i racconti dai licei milanesi. Scrivi il tuo

Giovani

di Davide Foa, Carlotta Jarach, Naomi Stern

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Un’immagine della celebrazione al Liceo Manzoni di Milano

Dal 2001 nelle scuole di tutta Italia si celebra il giorno della Memoria, con attività, lezioni approfondimenti dedicati scelti dall’insegnante. Dopo avere parlato in linea teorica di didattica della Shoah nell’inchiesta del Bollettino di gennaio, ci interessa ora capire cosa concretamente viene fatto nelle scuole, e in particolare in quelle milanesi.

Abbiamo dunque chiesto ad alcuni studenti dei licei della città – ebrei e no – di raccontarci cosa è stato fatto nel loro istituto, e di farci capire quali sono i messaggi, le sensazioni e le conoscenze che sono passate. Sono testimonianze tutte diverse, scritte da ragazzi di età differenti, che danno un’idea chiara di come viene celebrata questa giornata nelle scuole, ma anche, e soprattutto, regalano considerazioni, riflessioni ed emozioni di quelle giovani generazioni a cui si vuole e si deve passare il testimone della memoria.
E visto l’entusiasmo con cui è stata accolta l’iniziativa, abbiamo deciso di aprire l’inchiesta ai commenti: se sei uno studente di liceo e vuoi scrivere come si è svolto il Giorno della Memoria nella tua scuola, scrivilo qui.

LICEO CLASSICO MANZONI
Jacopo Jona Falco
“L’aula magna del Liceo Classico Manzoni è piena: in occasione della Giornata della Memoria, a 70 anni dalla liberazione del campo di Auschwitz, le classi assistono alla consegna ufficiale del diploma di maturità honoris causa a Edoarda Flack e in memoriam a Regina Gani. Il docente di storia e filosofia Gianguido Piazza inizia a introdurre il quadro storico raccontando la tragica vicenda della Shoah attraverso la storia di due compagne di banco, le grandi amiche Dada (Edoarda) e Regina.

Appena undicenni, frequentavano il ginnasio del Manzoni, quando nel settembre del ’38, in seguito ai Provvedimenti per la difesa della razza, il preside Pochettino le cacciò dal Manzoni insieme ad altri 60 bambini ebrei. Nel verbale di un consiglio di classe il preside si vanta di essere riuscito ad aumentare il numero di iscritti (circa 1300) nonostante “l’eliminazione di una cinquantina di ebrei”. La comunità ebraica accolse Dada e Regina nella neonata scuola di via Eupili che per qualche tempo ospitò tutti gli studenti e gli insegnanti estromessi dagli Istituti pubblici. Solo allora i ragazzi compresero davvero il valore dello studio mentre allo stesso tempo venivano protetti dalla durissima situazione esterna. C’era un gruppo di professori particolarmente preparati, dato che i docenti di ginnasio erano professori universitari che avevano perso la loro cattedra a causa delle leggi antiebraiche.
Nel 1943 la famiglia Gani sfollò a Seregno, in Brianza dove successivamente venne nascosta da una famiglia di contadini fino a quando nell’agosto 1944, fu scoperta probabilmente in seguito ad una delazione. Regina, i fratelli e i genitori vennero arrestati da alcuni militi fascisti; portati prima a Monza e poi a San Vittore, nel settembre ’44 furono inviati al campo di raccolta e transito di Bolzano, da dove il 24 ottobre vennero deportati ad Auschwitz. Della famiglia Gani non tornerà nessuno. La famiglia di Edoarda invece, sfollata a Bergamo, riuscì poi a fuggire in Svizzera dove trovò sistemazione al sicuro in un campo profughi. Nel ’45 Dada tornò a Milano dove incontrò nuovamente Renato Cavalieri, ex compagno di classe, anche lui espulso nel ’38 perché ebreo, salvatosi in Svizzera e rientrato come lei in Italia dopo la liberazione. Tra i due nacque un amore e presto si sposarono. Ma almeno inizialmente nessuno dei due aveva il coraggio di raccontare i tremendi periodi vissuti. A partire dal 2000, con l’istituzione del Giorno della Memoria si iniziò a fare ricerche anche negli archivi del Manzoni e la biblioteca scolastica venne dedicata a Regina Gani. Il messaggio che ha espresso Renato Cavalieri, presente durante l’incontro, per concludere la conferenza è molto chiaro: “La Memoria della Shoah deve confermare con forza il nostro totale rifiuto di una società basata sull’ignoranza, sul sopruso e sulla schiavitù”.

Riccardo Abram Correggia
“Spesso tra noi ebrei nelle varie scuole pubbliche c’è molto timore rispetto a ciò che potrebbe accadere nella propria scuola durante il giorno della memoria. Vi dirò che questa paura è confermata dal fatto che, non appena entri a scuola il 27 gennaio, ci sia sempre qualcuno che, quando ti incontra, ti dice tutto sorridente e soddisfatto come se ne sapesse una in più del diavolo:” Auguri per la giornata della memoria!”. Queste parole però sono molto utili, ti servono infatti a comprendere che, in una giornata come questa, tutto può succedere. Ogni anno i nostri professori, in caso non si faccia nulla con la classe, ci tengono sempre a dire due parole, e, non si sa il perché, ogni 3 secondi ti guardano in faccia quasi chiedendoti conferma di ciò che stanno dicendo, e per rallegrarli basta annuire in modo anche da fargli capire che le cose che stanno dicendo sono giuste, più o meno.
Tuttavia quest’anno il Manzoni si è reso partecipe di un’iniziativa lodevole e degna di nota, per nulla scontata in questi anni. Durante le ultime due ore si è tenuto un incontro tra gli attuali studenti del Manzoni e altri due studenti di settantacinque anni fa, espulsi dalla scuola non perché ruppero dei vetri o insultarono la maestra, ma perché avevano la colpa di essere ebrei. L’incontro è stato molto emozionante, non nego che mi sia venuta la pelle d’oca un paio di volte, è stata fatta una introduzione storica dal prof. Piazza ed è stata narrata la storia dei due ex-studenti coniugi nella più grande storia che è quella della Shoah, il tutto si è svolto da copione: discorso terminato da forti applausi del pubblico.
Poi è arrivato il momento che più mi ha fatto paura della giornata: il momento delle domande. Ho pregato in tutte le lingue del mondo affinchè nessuno facesse domande scomode, e, con mio grande sollievo, ciò non è avvenuto. Alla fine di tutte le testimonianze e delle domande è stato conferito dal dirigente scolastico il diploma di maturità honoris causa alla signora Edoarda Flack Cavalieri tra gli applausi appassionati degli studenti del Manzoni che hanno permesso, come una grande famiglia, di respirare un atmosfera adatta a questo giorno per tutto il tempo dell’incontro. Posso dirmi onorato di appartenere ad una scuola che si è resa garante in questo modo della trasmissione del ricordo di generazione in generazione e che vive questo giorno seriamente cercando di trovare sempre nuove attività volte al ricordo, in molte altre scuole ciò non avviene ed è lì che è più facile che si verifichino stupide strumentalizzazioni.
A pensarci bene preferisco nettamente un augurio non pensato che un insulto gratuito”.

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Il liceo classico Beccaria

LICEO CLASSICO BECCARIA
Alessandro Micalef, 18 anni
“Sebbene siano passati decenni dalla carneficina che ha coinvolto il popolo ebraico nella metà dello scorso secolo, non si può non mantenere vivo il ricordo degli accadimenti. Ho avuto la fortuna di ascoltare la testimonianza di una sopravvissuta ai delitti commessi nei campi di stermino, la signora Liliana Segre. Insieme a tutte le classi quinte del mio istituto ho partecipato all’evento onorifico che si è tenuto, come di consueto, nel Conservatorio nel centro di Milano. Ero partito col presupposto che una testimonianza dal vivo potesse avere la stessa incidenza che hanno i libri, le spiegazioni di storia ed i documentari. Mi sbagliavo. Nella voce di una testimone si rispecchiano le emozioni, negli animi di chi ascoltava non credo che qualcuno sia rimasto indifferente. Le sensazioni che il discorso mi ha procurato si susseguivano, variando dal terrore allo stupore, fino all’odio. Ho cercato di immedesimarmi nella donna che avevo davanti. Il terrore che la signora Segre ha provato quando si è vista tradita dal proprio Stato è divenuto il mio, così come lo stupore per l’indifferenza di chi assisteva ai fatti, che ha affermato la colpisce ancora dopo settant’anni.

L’importanza del Giorno della Memoria è difficilmente raggiungibile. Dal 1938 al 1944, per sei anni noi siamo stati totalmente indifferenti a quello che capitava ai nostri concittadini e compatrioti, abbiamo ignorato questa carneficina perché la pelle che bruciava non era la nostra. Dico “abbiamo” rivolgendomi nient’affatto alla mia generazione, ma piuttosto al nostro popolo, nessuno più di noi italiani ha partecipato attivamente alle violenze del regime nazista. Il pentimento per la strage è stato tardivo, è arrivato solo dopo che ci è stato insegnato dal coraggio dei testimoni. L’importanza di testimoniare in Italia è sottovalutata, è risaputo. Bisogna avere coraggio, non è un esortazione, è un dovere. Se persone come Primo Levi o Liliana Segre, insieme a molti altri, non avessero avuto questo coraggio avrebbero fatto il gioco delle persone che prima di battere in ritirata bruciavano documenti ed occultavano i fatti. Ma il loro coraggio non è mosso da impeti di eroismo o protagonismo, ma dal senso del dovere e di giustizia che dovrebbe essere alla base di ogni cittadino. Hanno ritenuto che fosse loro dovere fare in modo che la storia venisse tramandata per quello che è, superando il dolore di dover ricordare le loro esperienza. Il Giorno della Memoria ha molti significati: ricordare quello che è successo, avere consapevolezza di quanto la follia possa fare, ma quello che più mi colpisce e che mi assumo la responsabilità di definire il più importante è che l’uomo sa essere cieco. Possiamo dare la colpa ad Hitler, Mussolini e Stalin, ma dobbiamo sapere che la colpa è in primis di chi ha loro fatto avere il potere di massacrare. Ed è anche colpa nostra che non li abbiamo fermati, anzi, sebbene sia duro da ammettere siamo noi i carnefici, noi quelli che “giravano la testa quando passava un ebreo” per citare la Segre. E qui è l’apice della riflessione cui mi spinge la testimonianza. Dobbiamo ricordare sempre che siamo noi i responsabili delle azioni di chi eleggiamo.
La signora Segre ha dato un chiaro segnale durante il suo discorso, ha esortato noi giovani in particolare, affinché fossimo cittadini, ovvero le persone che nella democrazia detengono il potere. L’esortazione dell’ormai anziana signora è la supplica di lei, ragazza detenuta nel lager, è una preghiera a non ripetere questi orrori e ad usare cautela nelle decisioni importanti.
Le sedie del Conservatorio erano piene di ragazzi, ma anche di professori ed adulti, e nell’ora e mezza che la signora Segre ha parlato, guardandomi intorno, ho visto centinaia di occhi puntati su di lei, centinaia di orecchie attente, centinaia di bocche che tacevano. Se questo è comunque troppo poco per sentirci meno colpevoli, almeno è un buon inizio”.

Letizia Doro, 14 anni. ‘Noi non siamo così’
«Come ogni anno, il 27 Gennaio è sempre un giorno pieno di ricordi, soprattutto dolorosi, nel quale vogliamo e dobbiamo commemorare le numerose vittime ebree, omosessuali, rom o “indesiderate”, morte a causa dello sterminio da parte della Germania nazista.
Ricordiamo questa tragedia il 27 Gennaio perché è il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, gli stessi che varcarono milioni di persone innocenti per essere torturate, sfruttate e uccise, consapevoli che non sarebbero mai più usciti. L’unica colpa che avevano era quella di non corrispondere all’ideale malato di perfezione di un regime totalitario, che non apprezzava la ricchezza e il valore della diversità e non ha portato altro che tanto odio e distruzione. Questi assassini forse non si sono mai chiesti se la persona che stavano conducendo alla morte, o torturando, avesse dei figli, dei sogni, un’esistenza felice. Probabilmente pensavano che la vita di un ebreo valesse meno della loro. Non riesco nemmeno a immaginare cosa devono aver provato le persone deportate in un campo dove all’ingresso leggevano “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi”, dove venivano trattati come schiavi. La loro volontà di uccidere e di sottomettere gli altri non aveva limiti: non provavano pietà nemmeno per i bambini. Violentavano le donne, separandole dai loro mariti, dai loro figli e dalle loro famiglie. Tutte questi soprusi rendono chi li compie disumano e infame. Per non dimenticare questi fatti tristemente famosi, il liceo Beccaria ha deciso di scrivere sulla grande lavagna presente nell’atrio la data di questa giornata e la poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo.”
Tutte le classi hanno poi seclto un’iniziativa per riflettere su queste vicende: molti sono andati al binario 21, sotto la stazione Centrale, luogo dove ebbe inizio l’orrore della Shoah a Milano. Da qui partirono molti treni pieni di ebrei, che sarebbero stati condotti nei campi di sterminio nazisti (tra i pochi che tornarono ci fu Liliana Segre). Infine le classi quinte sono andate al Conservatorio per ascoltare le testimonianze  di chi questa strage l’ha vissuta e ha avuto il coraggio e la forza di volontà di parlarne, di rivivere quelle sofferenze e atrocità che mai un uomo dovrebbe subire e tanto meno far patire ad un altro. Tutto questo per urlare ad alta voce che noi non siamo così, che una simile discriminazione non deve più accadere, per dire che non dimentichiamo e che non accettiamo che a esseri umani, tutti uguali ma ognuno con particolarità uniche e preziose, si cerchi di togliere la dignità a cui hanno diritto».

Il liceo Virgilio
Il liceo Virgilio

LICEO DELLE SCIENZE UMANE VIRGILIO
Anita Dognini, 18 anni
«Accade spesso purtroppo che il Giorno della Memoria venga vissuto dagli studenti semplicemente come un’ennesima ripetizione di ciò che è già noto a tutti: l’ orrore della Shoah, la Seconda Guerra Mondiale, la figura di Hitler e l’ opera dei nazisti. Dati e informazioni di cui è necessario essere consapevoli vengono dispensati agli studenti, allo scopo di acquisire conoscenza degli eventi e coscienza di una delle più grandi tragedie della storia. Questa stessa attività rischia però di assomigliare ad una musica monotona, se non rinnova il suo stesso senso ogni anno.
A questo proposito, quest’anno in classe non ci siamo limitati alla visione di un documentario o ad un dibattito, ma abbiamo approfondito l’argomento, interessandoci a ciò che avvenne prima dell’ Olocausto, in Germania. Tutto ciò che ho scoperto di nuovo lo devo alla proiezione della  rappresentazione teatrale “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute.”, ambientata nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, interpretata da Marco Paolini.
Paolini non intende riprodurre ciò che è stata la Shoah, ma ripercorre le tappe di Aktion T4, il piano di eliminazione di tutti coloro che in tempo di guerra rappresentavano un peso inutile e superfluo per lo Stato tedesco solo per il fatto di essere incurabili. Si tratta dei cosiddetti “mangiatori a sbafo”: malati di mente (o ritenuti tali), disabili, orfani. Non ancora ebrei, ma già esclusi e perseguitati.
Aktion T4 non è ancora la Shoah, ma la precede. Fu una sorta di “allenamento”, che consentì in seguito di uccidere meglio, con maggiore efficacia. Se la Shoah è orrore e disperazione, Aktion T4 è crudeltà pura.  Questo è, in breve, quanto mi è stato proposto dalla mia insegnante nel Giorno della memoria. Nessuno è rimasto indifferente alla visione di questo filmato. Credo che in certi casi le sensazioni che ci travolgono siano comuni a tutti: sconvolgimento, rabbia, incredulità. È vero, la scena è finita, lo spettacolo si è concluso, ma l’ eco delle parole e dei gesti dell’ attore risuona ancora dentro gli spettatori. Le riflessioni, le domande, si affollano nella testa: “Come? Perchè?” e non trovano una risposta coerente.
Credo sia necessario fare in modo che le nuove generazioni non perdano mai la capacità di riflettere, di indignarsi, di soffrire anche, di fronte a quanto accaduto. Ogni anno il Giorno della Memoria dovrebbe essere un monito alla coscienza contro qualsiasi tipo di violenza nel mondo, un avvertimento da non ignorare e non considerare mai banale. Solo così non perderà il suo significato e la sua essenza».

severi
Il liceo scientifico Severi

LICEO SCIENTIFICO SEVERI
Giorgia Segre, 17 anni
«Ogni anno, quando arriva il Giorno della Memoria, mi chiedo cosa organizzerà il mio liceo, il Liceo Severi di Milano. E mi chiedo anche come reagiranno i miei compagni di classe. Io vengo da una famiglia ebraica e sento l’argomento molto vicino a me e alla mia storia. Quest’anno la professoressa di storia Di Bona ci ha fatto vedere in classe il film “Il bambino con il pigiama a righe”. Durante una scena si vede l’immagine di un forno crematorio e del fumo che esce spargendosi nel cielo. A questa scena un mio compagno ha detto scherzando: ”Che fumo!” Un commento che non mi ha fatto chiaramente piacere. Poi, durante l’intervallo sono entrati in classe i ragazzi del Collettivo e ci hanno portato una stampa della poesia “Se questo è un uomo” di Primo Levi. L’ora successiva l’abbiamo commentata con la professoressa di italiano Rusconi. Tutti abbiamo detto il nostro parere. A me è stata fatta la stessa domanda, non mi sono stati chiesti approfondimenti o cose in particolare riguardanti la storia della mia famiglia. Tutti i miei compagni hanno commentato la poesia e si sono dimostrati abbastanza sensibili all’argomento.
A mezzogiorno abbiamo fatto un minuto di silenzio. E con questo abbiamo concluso le celebrazioni.
Se sono soddisfatta? Qualche anno fa, quando ero alle medie, ci avevano portato a sentire la testimonianza di Goti Bauer, ed era sicuramente più interessante e coinvolgente di un film visto in classe. Io l’avevo già sentita parlare ma ogni volta è per me una grandissima emozione. Credo che, in alternativa, si potrebbe andare a visitare il Binario 21, un luogo che ho visitato con l’Hashomer Hatzair e che mi ha impressionato particolarmente».

Ludovico Tesoro-Tess
“Quando si parla di giornata della memoria bisogna essere attenti e cauti per poter trasmettere dei valori senza banalizzare e senza scadere in una memoria scontata e vuota. Il primo luogo dove impegnarsi per raggiungere questo scopo è la scuola. Compito della scuola è infatti assicurarsi che la giornata della memoria sia per gli studenti un’occasione di crescita e formazione della propria coscienza civica.
Nel liceo che frequento, il Severi, si è fatto a mio parere solo lo stretto necessario. La giornata scolastica è iniziata regolarmente e sembrava che nessuno, professori compresi, avesse intenzione di parlarne. Alle 9.20 circa una piccola delegazione del collettivo dell’istituto ha portato un foglio con su scritta la celebre poesia di Primo Levi: Se questo è un uomo. La professoressa che al momento stava tenendo una lezione prese il foglio appena consegnato e immediatamente, dopo averlo riposto sulla cattedra, iniziò a raccontarci con straordinaria enfasi la trama del film che aveva visto la sera precedente (una più che discutibile serie televisiva ambienta negli anni ’40 andata in onda su Rete 4).
Dopo il suono della campana, e l’ingresso della professoressa di lettere abbiamo letto la Poesia che era rimasta sulla cattedra con un commento da parte dello stesso insegnante sul vero significato della parola memoria e riguardo alla sua importanza. Dopo questa lettura l’altoparlante ha annunciato che a mezzogiorno ci sarebbe stato il fatidico ‘minuto di silenzio’. Così è stato. All’uscita sul tetto del edificio è apparso un bellissimo cartellone con su scritto un’aforisma riguardo la memoria. L’intenzione da parte dell’istituto di “Fare memoria” era evidente, ma nonostante tutto sono convinto che si possa fare di più e iniziare, citando lo storico Andrea Bienati, dalla Memoria 2.0. Una memoria attiva e trasmissibile anche all’esterno del semplice ambito scolastico.

LICEO SCIENTIFICO VITTORINI
Daniele Aschner e Ruben Correggia, 17 anni

Il liceo scientifico Vittorini
Il liceo scientifico Vittorini


“Buona giornata della memoria”: così mi hanno accolto alcuni miei compagni di classe all’entrata a scuola. Cosa rispondere ad un’affermazione del genere? Un sorriso. Un sorriso un po’ strozzato, dentro di me ribollivano domande, confuse ma molto chiare. A un’Affermazione del genere fatta con un’innocenza sconvolgente, non si può che rispondere con un sorriso, un grazie semmai. Nel frattempo nella mia mente scorrevano tutta una serie di domande, la principale era la seguente: a che punto siamo arrivati se la giornata della memoria è una giornata solo per gli ebrei? Che senso ha fare una giornata della memoria, se serve solo a ricordare che “non ci sono solo gli ebrei, non c’è solo l’olocausto”?
Nella scuola c’è stata una grossa indifferenza sull’argomento e non è stata organizzata alcuna iniziativa per questa giornata, ma si è lasciata libera iniziativa ai professori che hanno fatto poco o nulla. Pensiamo che la situazione della nostra scuola non sia stata all’altezza dell’importanza dell’evento e che in generale vi sia molta ignoranza, infatti molti compagni neanche sapevano cosa fosse questo giorno.
Speriamo che qualcosa cambi e che in futuro, magari anche a partire da noi, si possa affrontare la giornata e in generale argomenti così importanti e complessi in modo più serio e maturo che si tende spesso ad evitare.

LICEO SCIENTIFICO VOLTA
Enrico Lawendel, 17 anni
“Devo ammetterlo, non è stata la Giornata della Memoria più “ricordata” che abbia mai visto in quattro anni di Liceo Volta. Sulla carta la celebrazione consisteva in un incontro nella cupa aula magna dal soffitto basso, riservato solo alle quinte per il poco spazio, e in un programma di approfondimenti preparati dagli studenti che da lontano sapeva molto di banale interrogazione scolastica. Devo però anche confessare di aver visto le mie aspettative distrutte, in meglio. Lo stanzone un po’ buio era gremito, ma stranamente silenzioso. Non era noia. Nessuno fuori a fumare, nessuno a sgranocchiare patatine, nessun andirivieni dalla macchinetta del caffè, come durante le normali assemblee. Tutti assorti nei propri pensieri, a riflettere seguendo le relazioni dei compagni sulla scuola in Italia e in Germania di 75 anni fa; seguendo i procedimenti che portavano ragazzi normali, figli di persone normali, a diventare sostenitori della più grande atrocità nella storia. La riflessione stessa e lo sguardo critico sul mondo che la scuola libera offre sono la chiave, insieme al ricordo, per evitare gli errori del passato e le ideologie malate da cui sono derivati, che ancora oggi proliferano sul web a causa dell’ignoranza: questo è stato il messaggio trasmesso. Il clima da interrogazione è stato distrutto dalla partecipazione collettiva di insegnanti e alunni, nell’ascoltare se non nell’esporre, e al di la delle formalità lo spirito della Giornata è stato sicuramente preservato in una piccola comunità di persone, più che mai vicine fra loro non solo a causa dell’Aula Magna strapiena”.

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