Har-haBayit, al Haram al-sharif, Monte del Tempio… Tutti alla ricerca di una sacralità condivisa

 

n° 6 - Giugno 2022 - Scarica il PDF
n° 6 – Giugno 2022 – Scarica il PDF

I recenti disordini a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee. Quattromila fedeli ortodossi che a Pesach vi sono saliti per pregare. Le bandiere di Hamas che sventolano. E poi la pioggia di sassi lanciata dall’alto su chi prega al Kotel. Quella del Monte del Tempio è da sempre una questione incandescente e complessa.
Lo Shin Bet lo considera un enorme campo minato che rischia di innescare un mega-conflitto fra lo Stato ebraico e l’intero mondo islamico. Come risolvere il problema per consentire a tutti di accedervi liberamente? Le diplomazie sono al lavoro, alla ricerca di una nuova formula

 

 

 

 

Caro lettore, cara lettrice,
nella lingua ebraica l’espressione Bet Chaim – nella sua traduzione letterale – significa casa dei viventi ma è anche la parola che indica il cimitero, il luogo delle sepolture. Un paradosso. Come se in questo luogo, nel Bet Chaim, si giocasse in verità il racconto della vita, la storia di tutti coloro che ci lasciano, la catena della trasmissione tra la vita e la morte che si tengono per mano. Dando così a chi resta la possibilità di raccontare le tracce che lasceranno gli altri.

Quando andiamo a onorare chi non c’è più, abitualmente noi appoggiamo una pietra sulla lapide, una pietra, even in ebraico: a indicare la solidità della permanenza del ricordo. Solitamente non ci sono fiori nei cimiteri ebraici, i fiori sono il simbolo dell’impermanenza, qualcosa che si disfa e svanisce, troppo effimero, troppo bello. Ma l’ebraico, con la sua consueta forza di significato, ci dice che la parola even, pietra, contiene in sé due termini, Av e Ben, padre e figlio, ovvero pietra del ricordo che tesse il legame tra le generazioni, tra genitore e figlio. Perché, in definitiva, ciascuno di noi è erede di qualcuno o di qualcosa. Costretti ogni volta a inventare un modo diverso di posare quella pietra, di “colorare” quella traccia, di essere insieme agli altri quando non saranno più qui.

La morte è questa valigia che lasciamo sul pianerottolo della vita, fuori dalla porta chiusa fino al giorno in cui non abbiamo più scelta e dobbiamo introdurla tra le nostre pareti domestiche, fino a quando la sua evidenza ci travolge lasciandoci invariabilmente muti. Perché la morte è l’indicibile, è ciò che sfugge al linguaggio, è un al-di-là delle parole. Eppure, quando cerchiamo le frasi per consolare chi è in lutto, e ci rivolgiamo a chi ha subito una perdita, capiamo improvvisamente che solo così, parlando, la morte non avrà l’ultima parola, solo così, raccontando e ricordando sfuggiremo al suo dominio e alle sue tenebre. Le parole ci permettono di far vincere la vita, come lo stesso Kaddish ci insegna.

Davanti alle vittime della pandemia trascorsa, davanti alle guerre di oggi, davanti alla perdita di un amico e degli affetti più cari capiamo che la loro assenza deve entrare in dialogo con la nostra esistenza, insegnarci a vivere con la rottura, con la faglia, con la mancanza e lo strappo. Siamo circondati da fantasmi, da solitudini improvvise. Le pandemie e le guerre ci ricordano che non possiamo tenere la morte a distanza o rinchiuderla lontano, in strutture medicalizzate e asettiche, né renderla occulta, nascosta, discreta, come scrive la studiosa Délphine Horvilleur in Piccolo trattato di consolazione – Vivere con i nostri morti (Einaudi).

Oggi 22 maggio, proprio quando mi accingevo a scrivere questo editoriale, ci ha lasciato, a poco più di 80 anni, Miro Silvera, romanziere, poeta, scrittore, uomo mite e pieno di humour. Un membro schivo e sapiente della nostra comunità ebraica, uno scrittore amato nei circoli e nei mondi culturali milanesi, un amico arguto, capace di leggerezza e profondità insieme. Miro Silvera ha insegnato a molti di noi che si può trovare nel cuore della propria tristezza la capacità di sorridere. Il suo quieto misticismo, la sua giocosa dolcezza condita di battute e barzellette, il suo ostinato ottimismo indicavano quanto fosse tenace la sua lotta per trovare l’alba dentro l’imbrunire. Aveva fiducia nella bontà umana e con le potenze celesti amava scherzare: “Tempo:/ date tempo/ al tempo/ e se avrà tempo/ ve lo restituirà”. Ma aveva cognizione del dolore: “Ascolta:/ ogni pagina/ è una svolta/ un orlo/ una ferita./ Non si rimargina/ la pena subita./ Per uno sbaglio/ si perde/ un dettaglio/ ed ecco:/ la vita/ è finita”.

Miro Silvera era convinto che la vita fosse una sequela di “perfetti miracoli”, “polvere di luce” come scriveva, e che il dialogo tra la vita e la morte fosse l’unica via percorribile per dare senso all’umano destino.

Fiona Diwan