Har-haBayit, al Haram al-sharif, Monte del Tempio… Tutti alla ricerca di una sacralità condivisa

di Avi Shalom, da Gerusalemme

I recenti disordini sulla Spianata delle Moschee. Quattromila fedeli ortodossi che a Pesach vi sono saliti per pregare. Le bandiere di Hamas che sventolano. E poi la pioggia di sassi lanciata dall’alto su chi prega al Kotel. Quella del Monte del Tempio è da sempre una questione incandescente e complessa. Lo Shin Bet lo considera un enorme campo minato che rischia di innescare un mega-conflitto fra lo Stato ebraico e l’intero mondo islamico. Come risolvere il problema per consentire a tutti di accedervi liberamente? Le diplomazie sono al lavoro, alla ricerca di una nuova formula.

 

Il tema è tra i più spinosi e controversi. Infiamma gli animi e oscura le menti. Le analisi storiche e le ricostruzioni sono molteplici e spesso in contraddizione l’una con l’altra, con esiti incerti circa la “verità storica”. Ben lungi dall’essere esaustivo, l’articolo qui sotto è un tentativo di riassumere gli elementi basici di una questione politicamente e religiosamente incandescente, e di dare conto della recente e più scottante attualità e del suo perché. Sintetizzare 4000 anni di storia in poche pagine è una “mission impossible”. Esistono biblioteche intere sul tema. Questo è solo un piccolo sforzo per comprendere il perché del recente ribollire della violenza sulla Spianata nel Ramadan del 2022.

Gerusalemme, maggio 2022. Nella giornata nazionale del ricordo degli israeliani immolatisi per la Patria – Yom haZikaron -, la folla dei familiari che gremiva la spianata del Muro del Pianto aspettava l’intervento del Capo di Stato maggiore, genenerale Aviv Kochavi. In giorni normali colui il quale è noto come “il generale filosofo” (per le sue elevate capacità analitiche) è impegnato a plasmare le forze armate israeliane per proiettarle al meglio nel XXI secolo mediante l’integrazione di tecnologie fantascientifiche. Ma quella sera, per elogiare l’abnegazione dei caduti, Kochavi si è lasciato influenzare a sorpresa dall’atmosfera del luogo e inaspettatamente si è tuffato all’indietro, nella profonda mitologia ebraica. «Quattromila anni fa, – ha rilevato – su un sentiero qui vicino (il generale si è voltato leggermente con la schiena, riprendendo subito il filo della narrazione), camminavano in silenzio, verso il pericolo, verso il Monte Moriah, un padre e il suo unico figlio: Abramo che disse ‘Eccomi’ , Hinneni!, con accanto Isacco». Nelle parole del generale Kochavi, in quella fredda serata di Gerusalemme, i millenni si sono allora sovrapposti in un turbinio, gli uni sugli altri, creando così un corto circuito, un mix inestricabile: Abramo ed Isacco. Moshe Dayan e la Guerra dei Sei Giorni, l’ingresso di Ariel Sharon sul Monte del Tempio e Yasser Arafat con la rivolta palestinese, la cosiddetta “Intifada al-Aqsa”.

Re David e il gebuseo Arauna
Il primo a sorprendersi oggi per le parole di Kochavi sarebbe probabilmente il gebuseo Arauna che approssimativamente nell’anno 1000 a.e.v. accettò di vendere l’aia di sua proprietà a re David per una cifra che secondo la Bibbia fu di 50 shekel (anche se poi si parlò di 600 shekel).
Per quale motivo il monarca era così interessato per quell’appezzamento situato peraltro in una zona scoscesa e ventosa? David voleva erigere un altare su una roccia particolare, dotata di un foro centrale. Dieci secoli prima, proprio in quel punto, Abramo era arrivato dopo un lungo viaggio a dorso d’asino. Era quella “la terra di Moriah”. Lì si sarebbe compiuto il dramma del sacrificio di Isacco, salvato in extremis da un ariete. E lì si trovava la roccia che interessava a re David: la Even ha-Shtia’, ossia la “Pietra fondamentale”. Attorno ad essa re Salomone avrebbe poi edificato il suo magnifico Tempio: principale luogo di culto ebraico e di sacrifici rituali per quattro secoli, fino al 586 a.e.v. quando fu distrutto dal babilonese Nabucodonosor.
Settanta anni dopo sarebbe iniziata la ricostruzione del Secondo Tempio: di dimensioni relativamente modeste all’epoca e poi ulteriormente esteso da Erode che, con una impresa monumentale, avrebbe dato alla Spianata la sua forma attuale.
Dopo la distruzione ad opera delle legioni romane nel 70 e.v., la Spianata, Har haBait, attraversò un periodo di abbandono. Fino al 638, quando il califfo Omar al-Khatib conquistò Gerusalemme e da un vecchio ebreo apprese dell’esistenza di una roccia portentosa. “Quello è ritenuto essere l’ombelico del mondo”, gli fu detto. E Omar fece subito costruire attorno uno splendido edificio a base ottagonale. Un tempo si chiamava la Moschea di Omar, oggi è meglio noto come il Duomo della Roccia. Anche lui aveva motivi ben solidi. Si parlò di un magico volo notturno di Maometto su un cavallo alato dal volto femminile (al Buraq), guidato sapientemente dall’arcangelo Gabriele dalla Mecca fin sulla Spianata. Da lì, in futuro, i fedeli musulmani avrebbero pregato rivolti verso la Mecca. E avrebbero eretto una moschea all’esatta estremità della Spianata: “al-Aqsa”, in arabo. Correggendo poi la versione ebraica, i musulmani avrebbero sostenuto poi che su quella roccia avvenne in realtà il sacrificio di Ismaele.
Con una fama del genere, la roccia non poteva non emozionare anche i crociati. Espugnata Gerusalemme, innalzarono una grande croce sull’edificio di Omar, trasformandolo in “Chiesa del Signore”. Con la conquista del Saladino la croce fu rimossa e sostituita dalla mezzaluna islamica.

Monte del Tempio vs. Spianata
Monte del Tempio, per gli uni. Spianata delle Moschee, per gli altri. Seguendo l’esempio del generale Kochavi, con un destriero alato cavalchiamo anche noi disinvoltamente i secoli per atterrare così in piena Guerra dei Sei Giorni, al 6 giugno 1967. Dal Monte Scopus il Ministro della Difesa Moshe Dayan e il generale Uzi Narkis guardano in basso la Città vecchia di Gerusalemme, lo sguardo fisso nei loro binocoli. Da 19 anni nessun ebreo aveva potuto visitarla, perché situata in territorio giordano. Narkis propone di espugnarla. Dayan storce la bocca, scettico: “E adesso che cosa ce ne facciamo di tutto questo Vaticano?”, aveva chiesto a se stesso. L’indomani i paracadutisti sfondarono le linee giordane e – con grande apprensione dei responsabili islamici – issarono la bandiera israeliana sul Duomo della Roccia. Dayan la fece rimuovere subito. “Non siamo venuti – disse – per occupare i luoghi sacri altrui o per limitare il loro diritto di culto”. Tre giorni dopo rabbini ortodossi chiarirono che l’ingresso nella Spianata era “off limit” per gli ebrei “perché – spiegarono – purtroppo siamo in condizioni permanenti di impurità”. Lo stesso Dayan avrebbe tranquillizzato il Waqf, l’ente per la protezione dei beni islamici in Palestina. Non ci sarebbe stata una presenza militare nella Spianata. Gli ebrei avrebbero potuto entrare in visita, ma senza pregare. Anche se la sovranità israeliana sulla Spianata non poteva mai essere messa in discussione, la Spianata – disse – avrebbe beneficiato di uno status di autonomia religiosa. Decisione fatale. Il luogo più sacro all’ebraismo restava così precluso a riti ebraici. Con una soluzione di ripiego dettata anche da realpolitik, si sarebbero svolti invece di fronte, al sottostante Muro del Pianto.

Il “virus” della dottrina Dayan
Ma la Dottrina Dayan aveva un virus, che si sarebbe manifestato solo dopo decenni. Da un lato, si fondava sull’approccio del mondo ortodosso secondo cui il Monte del Tempio è talmente sacro che nessun ebreo vi può entrare. Ancora in questi giorni il rabbino capo del Muro del Pianto, Shmuel Rabinovich ha detto di non aver mai messo piede nel Monte del Tempio, che pure dista 100 metri dal suo ufficio. Questa resta, anche oggi, la posizione inamovibile dei Rabbini capo di Israele, sia ashkenaziti sia sefarditi.
Ma con gli anni ha preso piede un’altra corrente ebraica, di impronta nazionalista, che rivendica invece il diritto degli ebrei di pregare sul Monte del Tempio. Fra questi predicatori spicca il rabbino Israel Ariel. Perfino Maimonide – ricorda – vi si recò in pellegrinaggio nel 1165, pur avendo cura di non raggiungere la Pietra fondamentale. “Chi controlla il Monte del Tempio controlla Eretz Israel”: con questo assioma in mente, negli anni Ottanta del XX secolo, un gruppo clandestino ebraico progettò di “eliminare l’obbrobrio” islamico sul Monte del Tempio utilizzando dinamite. Volevano spianare così la strada alla ricostruzione del terzo Tempio. Quella spericolata avanguardia nazionalistica ebraica fu bloccata in extremis dallo Shin Bet. Da allora il servizio di sicurezza israeliano considera la Spianata delle Moschee come una sorta di enorme campo minato che rischia costantemente di innescare un mega-conflitto fra lo Stato ebraico e l’intero mondo islamico.

Incontro o scontro?
Alternativamente, la Spianata può essere invece un importante tassello di stabilità regionale. Così fu con gli accordi di pace siglati nel 1994 da Yitzhak Rabin e da re Hussein di Giordania in cui Israele riconosceva la autorità giordana sul Waqf e ribadiva il concetto di piena libertà di culto islamico sulla Spianata, assieme con un libero ingresso di visitatori israeliani. Nel 2015 lo stesso Benjamin Netanyahu tornò a rassicurare il mondo islamico. «Israele – disse – non intende operare alcuna spartizione nel Monte del Tempio. Rispettiamo il ruolo particolare della Giordania. I musulmani vi pregheranno, i non-musulmani vi entreranno in visita. L’importante – aggiunse, riferendosi anche al ruolo destabilizzante dei palestinesi – è che tutto si svolga senza violenza, minacce, intimidazioni o provocazioni».
Era infatti avvenuto che nel 2000 Yasser Arafat aveva individuato la moschea al-Aqsa come un avamposto del nazionalismo palestinese di importanza strategica perché ogni minimo evento al suo interno riverberava immediatamente in tutto il mondo islamico, dall’oceano Atlantico al Golfo Persico, e anche oltre in Asia. Ecco così che Tanzim, ala militare del movimento laico al-Fatah, fu ribatezzato in “Brigate dei martiri al-Aqsa”. Con la scomparsa di Arafat, Hamas avrebbe proseguito lungo la medesima linea di pensiero. Nel maggio 2021 Hamas ha lanciato così l’Operazione Spada di Gerusalemme: oltre 4000 razzi sparati verso Israele per sancire il concetto che la moschea al-Aqsa è ormai una bomba ad orologeria. Chi la tocca deve vedersela con l’esercito di Mohammed Deif, l’ormai mitico comandante di Hamas che da anni vive nelle viscere della terra. Ma che, ciononostante, è talmente influente al punto di presumere ormai di poter scavalcare nella Spianata delle Moschee sia il Waqf giordano sia i funzionari della Autorità Nazionale Palestinese.

Nel Ramadan della primavera 2022, su una Spianata affollata di centinaia di migliaia di fedeli, si vedevano solo i verdi vessilli di Hamas e si udiva solo lo slogan: “Siamo gli uomini di Mohammed Deif”. Sulla facciata della moschea al-Aqsa era stato esposto un telone che magnificava un combattente di Hamas armato fino ai denti. All’interno, bottiglie molotov, quantità di sassi e fuochi di artificio da sparare ad altezza d’uomo. Un bunker, un arsenale.

Il ritorno degli ebrei sul Monte
In parallelo, nei cuori degli israeliani di ispirazione nazionalista, nel tempo è maturata la consapevolezza di un determinismo storico che impone il ritorno degli ebrei sul Monte del Tempio: non più come casuali escursionisti scortati dal Waqf, ma come avanguardia orgogliosa di un movimento che vuole frantumare il cosiddetto “negazionismo del Tempio” imposto loro nel 1967. I visitatori hanno così cominciato a mormorare preghiere e mezza bocca. Poi si sono riuniti in gruppi di dieci per recitare preghiere. Quindi si è registrato un afflusso in massa di fedeli: non più solo nazionalisti, ma anche ortodossi.
Nella settimana di Pesach, la Pasqua ebraica del 2022, oltre 4.000 ebrei sono saliti sul Monte del Tempio dove hanno recitato preghiere e anche tenuto lezioni. Attorno a loro la folla musulmana schiumava di rabbia, anche perché temeva che fosse imminente la ripresa dei sacrifici rituali. Un gruppo estremista aveva infatti promesso un premio pecuniario per chi fosse riuscito a “infiltrare” un capretto nella Spianata, che intanto era sempre più una polveriera. Il premier Naftali Bennett, re Abdallah di Giordania e la diplomazia Usa sono adesso alla ricerca di una nuova formula che puntelli il ruolo del Waqf giordano, per impedire che la situazione vada fuori controllo.
È in questa atmosfera parossistica che si inserisce il discorso di Kochavi, sul messaggio palpitante nei millenni del Monte Moriah verso ogni fedele ebreo, sul dovere dell’abnegazione e implicitamente sul richiamo della Pietra fondamentale.
Nell’intimo del suo scalcinato villaggio di Rushalem, il gebuseo Arauna non aveva probabilmente previsto l’enorme scompiglio che avrebbe causato nella Storia umana con la ormai celebre transazione con re David. “Magari avrei potuto chiedergli qualcosa in più”, si dirà sicuramente, se dall’alto del Cielo ha potuto seguirne gli sviluppi.

 

 

 

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