Come combattere la siccità globale che asseta il pianeta: il modello israeliano

In copertina: un contadino israeliano esamina la sua terra inaridita da anni di siccità a Kfar Yuval. (foto: © Caron Creighton/AP)

 

 

n° 10 - Ottobre 2022 - Scarica il PDF
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Lotta allo spreco idrico, desalinizzazione dell’acqua marina, recupero e riciclo
delle acque reflue per l’irrigazione. Alla Giornata Europea della Cultura ebraica, dedicata al concetto di Rinnovamento, si è parlato anche dei traguardi raggiunti da Israele nel settore dell’innovazione nel comparto agro-alimentare e nella gestione delle risorse idriche.
Da Israele un esempio e una speranza per tutto il pianeta

 

 

 

 

Caro lettore, cara lettrice,

il 2022 passerà alla storia come l’anno più asciutto e assetato che si ricordi, record di siccità e di striminziti rigagnoli, di fiumi in secca, laghi prosciugati e dighe mezze vuote con i relativi bacini idrici a languire nella calura, ghiacciai che cedono e che si vendicano uccidendo escursionisti. Il lago artificiale ai piedi della Marmolada quest’anno registrava tre metri in meno rispetto allo standard estivo solito ed è su questo ghiacciaio che è avvenuta la disgrazia della montagna più tragica della stagione, undici vittime travolte da tonnellate di un ghiaccio che si sarebbe voluto perenne. La terra si è asciugata; non a caso i prelievi idrici sono aumentati di quasi dieci volte in cento anni e si stima che da qui al 2030 l’incremento dei consumi d’acqua aumenterà del 50 per cento circa con i relativi problemi di approvvigionamento, gestione, distribuzione. Pioniere nella gestione dell’oro blu è da sempre lo Stato d’Israele che non a caso è oggi un modello di sviluppo in tema di politiche legate all’acqua (vedi pag. 6-9, la storia di copertina di questo numero).

Come scriveva l’epistemologo e filosofo Gaston Bachelard nel 1942 (Psicoanalisi delle acque, Red editore), l’acqua non è simbolicamente solo un’immagine di rinnovamento, purificazione, cambiamento, ambiguità, può essere anche silenzio, morte, immobilità, solitudine, qualcosa che travolge e che porta via, che inghiotte, nasconde, distrugge, corrode. Elemento libero del sogno, materia della creazione artistica, l’acqua è soprattutto ciò che avvolge, circonda, nutre e porta alla vita. Nella tradizione ebraica, non a caso la Torah è paragonata all’acqua, è mayim chayyim, acqua di vita. In Bereshit è l’elemento primordiale da cui vengono originati cielo e terra (“La terra era sterminata e vuota, le tenebre erano sulla faccia dell’abisso e lo spirito di Dio si librava sulla superficie delle acque”. Genesi 1:2). Non è un caso, ancora, che nella Tefillah e nella lettura autunnale e invernale della preghiera dell’Amidà si verifichi un cambiamento nel testo, precisamente nella nona benedizione: è qui infatti – nella she’eilat gheshamim – che incontriamo la struggente richiesta di piogge copiose e di rugiada ristoratrice della terra e dei raccolti; con l’insistente reiterazione di verbi di richiesta all’Altissimo («concedi rugiada e pioggia come benedizione su tutta la superficie terrestre, irriga lo spazio dell’universo e sazia il mondo intero con la tua bontà, riempi le nostre mani…, proteggi e salva questa annata da ogni cosa dannosa… benedici con piogge di gradimento…, eccetera). È la gioia di un tempo di festa quella che ci conduce all’invocazione della pioggia, è lo zman simchatchenu di Sukkot che, memore della precarietà delle capanne, chiede il beneficio della terra irrigata a dovere. Provare gioia altro non è che senso di gratitudine.

Imparare a gioire nell’incertezza delle capanne, fare festa sotto la fragilità di un tetto provvisorio significa in fondo prendere coscienza del proprio limite, sconfiggere la hybris e l’Ego che tutto si illude di stringere in mano. Significa sapere che se anche il tetto più solido si risolve, in definitiva, in un tetto di frasche e che se basta un soffio di vento avverso per privarcene, allora resta solo la gioia della condivisione con gli altri sotto quel tetto instabile che è la vita: è la festa di Sukkot appunto, che come su un nastro trasportatore ci lancia in avanti e ci indica un cambio di passo, il comando di provare gioia malgrado le avversità come unica premessa possibile all’auspicio di un’annata feconda d’acqua e di ubertosi raccolti, una premessa etica per sentirsi autorizzati alla richiesta di qualsiasi cosa, rugiada e pioggia inclusi.

Fiona Diwan