Petrolio giù, influenza araba anche

Taccuino

di Paolo Salom

Il 2015 si apre con una sorpresa e con una notizia. La sorpresa, arrivata in tempo per l’ultimo dell’anno, è che la risoluzione che avrebbe ingiunto a Israele di ritirarsi lungo la Linea verde entro il 2017, dando vita a uno Stato palestinese sovrano in Cisgiordania e a Gaza, non ha superato lo scoglio del Consiglio di Sicurezza. La notizia, pubblicata su Yedioth Aharonot, esamina invece la fine del “potere di ricatto” del mondo arabo basato sul petrolio.

Cominciamo dalla sorpresa. In effetti, pochi, per primi i palestinesi, si aspettavano un pieno riconoscimento da parte del Consiglio di Sicurezza (che, a differenza dall’Assemblea Generale dell’Onu, ha potere coercitivo). Questo perché gli Stati Uniti erano pronti a esercitare il diritto di veto. Ma la sorpresa è venuta dal fatto che ciò non è stato necessario: la mozione non ha superato per un voto il quorum richiesto e, anche se Francia e Lussemburgo hanno alzato la mano a favore (sorpresa nella sorpresa?), Israele ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Della bozza si è letto molto. Se persino l’Amministrazione Obama, la più critica nei confronti del governo di Gerusalemme da decenni a questa parte, l’ha giudicata “sbilanciata e controproducente”, certo non avrebbe aiutato a porre fine a un conflitto secolare, concedendo ai palestinesi tutto quanto desiderano senza la minima contropartita e ignorando le esigenze di sicurezza di Israele. In poche parole, se fosse passata la risoluzione, nulla avrebbe potuto impedire la nascita di una “nuova Gaza” alle porte di Gerusalemme (capitale palestinese) e Tel Aviv. I palestinesi hanno già annunciato che ripresenteranno una nuova mozione “al più presto”. Ma nel loro caso, repetita non iuvant: anche la Francia li ha messi in guardia…

E veniamo alla notizia. La potete leggere sulla versione online di Yediot, in inglese. Secondo l’autore, Guy Bechor, la cornucopia garantita dai proventi del petrolio è in via di esaurimento: gli Stati Uniti, grazie alle nuove tecniche di estrazione (fracking e altre), sono già diventati esportatori di greggio, mentre il prezzo del barile, come tutti sappiamo, è in continua discesa. Dunque, sostiene Bechor, “l’esplosione” del mondo arabo – guerre, terrorismo, ma soprattutto, capacità di orientare le politiche del lontano Occidente grazie a iniezioni appropriate di petrodollari – sarebbe in via di esaurimento. Al contrario, Israele, quale Paese tecnologicamente avanzato, fucina di start-up e innovazioni, è sempre più al centro degli interessi internazionali e starebbe approfondendo scambi e relazioni con i Paesi più interessati al progresso. Lo scenario potenziale è davvero interessante. E certo proietta un’aura più ottimistica sullo Stato degli ebrei. Naturalmente è presto per trarre conclusioni. Ma almeno possiamo cominciare l’anno civile con una dose più cospicua di speranza.

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