Charlie Hebdo scalda i francesi. Ma gli ebrei?

Taccuino

di Paolo Salom

Quel che è successo a Parigi ha colpito come una scarica elettrica gli europei. La reazione, la marcia nella capitale francese, con in prima fila i Grandi del mondo (ma Obama non c’era), fa ben sperare. Però: molti si sono chiesti perché il lontano Occidente non abbia reagito allo stesso modo (due milioni in piazza solo a Parigi) all’indomani delle stragi efferate di Merah alla scuola ebraica di Tolosa. O a quella nel Museo ebraico di Bruxelles di Mehdi Nemmouche.

Certo, ci sono stati cortei e slogan per le strade francesi. Ma soprattutto di ebrei (e pochi simpatizzanti non ebrei) spaventati e furiosi per le falle nella sicurezza e la mancanza di adeguate misure di prevenzione delle autorità. Ora sappiamo che quelle “disattenzioni” erano più serie di quanto immaginato. Che la Francia (finalmente!) sta mettendo mano alle sue strutture anti terrorismo con l’intento di prevenire ulteriori episodi che ne minerebbero la tenuta politica a livello nazionale.

Però (di nuovo): da quanto tempo gli ebrei gridavano “al lupo”? Perché non sono stati ascoltati? Sono questi interrogativi che qui, nel lontano Occidente, ci fanno pensare, nonostante le rassicuranti dichiarazioni del primo ministro di Parigi Manuel Valls (“la Francia non sarebbe più la stessa se centomila ebrei decidessero di lasciarla…”) che, quando si arriva al dunque, gli ebrei sono ancora percepiti come “diversi”, “altri” rispetto alla nazione. E in Italia?

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