di Marina Gersony
Porta al collo una collana con la parola ebraica “Tikvah”, speranza. Eppure la sua storia familiare affonda le radici nell’orrore della Shoah. Quando Anna-Suzette Pfeiffer ha scoperto che il nonno lavorò nel campo di sterminio e che due bisnonni parteciparono alla macchina di morte nazista, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Oggi, a 23 anni, è impegnata nella difesa della memoria dell’Olocausto e nella lotta contro l’antisemitismo. Una storia di coraggio, consapevolezza e responsabilità che dimostra come il passato possa essere affrontato senza esserne prigionieri.
C’è un vecchio detto che attraversa i secoli e le culture: le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Eppure la storia, spesso, è più complicata dei proverbi. Perché se la responsabilità morale non si eredita, la memoria sì. E con essa il peso delle domande, dei silenzi, delle ferite lasciate aperte dalle generazioni precedenti.
È il paradosso che accompagna molti discendenti dei protagonisti delle pagine più oscure del Novecento. Nessuno sceglie la famiglia in cui nasce. Nessuno è responsabile dei crimini commessi dai propri antenati. Ma quando il passato irrompe nel presente con tutta la sua forza, ignorarlo diventa impossibile.
La storia di Anna-Suzette Pfeiffer è una di quelle vicende che costringono a riflettere sul rapporto tra colpa, memoria e responsabilità.
Ha 23 anni, vive in Germania e porta al collo una collana d’oro con una sola parola in ebraico: “Tikvah”, speranza. Un simbolo che racchiude il senso del suo percorso personale. Perché Anna-Suzette non è ebrea. Anzi. La sua storia familiare affonda le radici proprio nell’universo che contribuì a rendere possibile la Shoah.
Attraverso anni di ricerche negli archivi storici, la giovane donna ha scoperto una verità sconvolgente. Suo nonno lavorò ad Auschwitz ed ebbe un ruolo nella gestione di alcune infrastrutture del campo. Ancora più difficile da accettare è stato ciò che ha scoperto sui suoi bisnonni: due di loro furono direttamente coinvolti nell’apparato nazista. Uno contribuì alla realizzazione delle camere a gas e delle recinzioni elettrificate di Auschwitz. Un altro, membro delle SS, partecipò alle persecuzioni e alle uccisioni di ebrei e partigiani nei Paesi Bassi.
Per molti sarebbe stato più semplice chiudere gli occhi. Voltarsi dall’altra parte. Rifugiarsi nella rassicurante convinzione che il passato appartenga al passato.
Anna-Suzette ha scelto la strada opposta.
Ha studiato l’ebraico fino a parlarlo quasi fluentemente. Ha trascorso due anni come volontaria nel sud di Israele. Ha costruito amicizie profonde con sopravvissuti e famiglie israeliane. E oggi è tra i volti della Marcia della Vita, il movimento internazionale che riunisce anche numerosi discendenti di soldati e ufficiali del Terzo Reich impegnati in un percorso di memoria e riconciliazione.
In questi giorni è arrivata a Gerusalemme insieme a centinaia di partecipanti per prendere parte a una serie di eventi e manifestazioni di solidarietà verso Israele e il popolo ebraico. Tra questi, anche l’inaugurazione di una mostra dedicata all’antisemitismo, alla memoria della Shoah e alla responsabilità delle nuove generazioni nel contrastare l’odio.
«Sono piena di dolore e di rimpianto – racconta in una lunga intervista pubblicata in questi giorni da Ynet News –. Non posso cambiare il passato, ma posso contribuire a cambiare il presente e il futuro».
Parole che colpiscono perché non cercano assoluzioni. Non c’è alcuna richiesta di essere liberata da una colpa che non le appartiene. C’è invece la consapevolezza che conoscere la verità comporti una responsabilità: quella di non lasciarla sprofondare nell’oblio.
La sua vicenda richiama un tema sempre più studiato dagli psicologi e dagli storici: il trauma transgenerazionale. Le colpe non si trasmettono nel sangue. I traumi, invece, spesso attraversano le generazioni. Sopravvivono nei racconti mancati, nei segreti di famiglia, nelle domande senza risposta. E finiscono per influenzare anche chi non ha vissuto direttamente gli eventi.
I discendenti dei gerarchi nazisti rappresentano forse uno degli esempi più complessi di questa realtà. Alcuni hanno scelto la negazione, difendendo fino all’ultimo l’operato dei propri familiari. Altri, al contrario, hanno deciso di affrontare quella memoria dolorosa, trasformandola in un impegno concreto contro l’antisemitismo e ogni forma di odio.
Anna-Suzette appartiene chiaramente a questo secondo gruppo.
La sua presenza in Israele assume un significato ancora più forte in un momento storico segnato da nuove tensioni, dalla crescita dell’antisemitismo in molte parti del mondo e da un clima di crescente polarizzazione.
Secondo la giovane tedesca, l’odio contro gli ebrei non è mai realmente scomparso. Ha semplicemente cambiato linguaggio, simboli e modalità di espressione. Un fenomeno che, a suo giudizio, rende ancora più urgente studiare la storia e comprenderne i meccanismi.
La mostra alla quale ha collaborato nasce proprio con questo obiettivo: interrogarsi su come sia stato possibile arrivare all’Olocausto e chiedersi perché, ottant’anni dopo, certi pregiudizi continuino a riemergere sotto forme nuove.
È una domanda che riguarda tutti. Perché la memoria non è soltanto un esercizio rivolto al passato. È uno strumento per leggere il presente.
Forse è proprio questo l’aspetto più potente della storia di Anna-Suzette Pfeiffer. Non il senso di colpa per ciò che hanno fatto i suoi antenati, ma il coraggio di guardare quella verità senza fuggire. Di trasformare un’eredità di morte in un messaggio di responsabilità. Di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
Alla fine, la speranza racchiusa nella parola “Tikvah” che porta al collo non è soltanto un simbolo personale. È la dimostrazione che la storia può lasciare cicatrici profonde, ma non determina inevitabilmente il destino di chi viene dopo.
E forse la lezione più importante è proprio questa: non siamo responsabili del passato che ereditiamo. Siamo però responsabili di ciò che decidiamo di farne.



