di Nina Deutsch
Presidente della Federal Reserve per 18 anni, l’economista americano ha attraversato alcune delle più grandi turbolenze economiche tra XX e XXI secolo. Amato dai mercati e fortemente criticato dopo la crisi del 2008, lascia un’eredità complessa che ha segnato in profondità la finanza globale, tra fasi di stabilità e grandi crisi finanziarie.
Alan Greenspan, classe 1926, storico presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, è morto questa mattina a Washington all’età di 100 anni. Ma chi era davvero questo economista statunitense, figura centrale – e spesso divisiva – della finanza globale per oltre tre decenni, capace di influenzare mercati, governi e cicli economici di mezzo mondo?
La notizia della sua scomparsa, confermata dalle principali agenzie internazionali e rilanciata in giornata da media come Reuters e BBC, ha rapidamente fatto il giro del mondo. A renderla ufficiale, secondo quanto riportato anche da NBC News, è stata la moglie Andrea Mitchell, che ha riferito come Greenspan sia morto nella sua abitazione a Washington per complicazioni legate al morbo di Parkinson. Con lui se ne va una delle figure più influenti – e controverse – dell’economia contemporanea.
Figura elusiva, spesso distante dai riflettori e allergica alle interviste, Greenspan ha attraversato quasi vent’anni di storia americana al vertice della banca centrale più potente del pianeta, la Federal Reserve System. E lo ha fatto con uno stile unico: linguaggio criptico, dichiarazioni misurate fino all’ossessione, e un’influenza tale da rendere ogni sua parola un evento per Wall Street.
La notizia della sua scomparsa sta rimbalzando sul web fin dalle prime ore del mattino, accompagnata da reazioni e ricostruzioni che ripercorrono la sua lunga parabola professionale. Difficile, del resto, riassumere in poche righe la sua figura e quel suo linguaggio spesso imperscrutabile che ha alimentato per anni analisi, interpretazioni e dibattiti, ispirando una sterminata produzione di pubblicazioni, documentari e film dedicati al suo operato e al suo impatto sul sistema finanziario globale. Su di lui sono stati scritti numerosi saggi e biografie, che ne hanno indagato il pensiero economico e le decisioni alla guida della Federal Reserve. Tra questi, in Italia, figura anche Alan Greenspan, L’era della turbolenza (2007), pubblicato da Sperling & Kupfer.
Eppure la sua storia non comincia nei corridoi del potere economico, ma in un appartamento modesto di Manhattan. Nato a New York il 6 marzo 1926, Greenspan cresce in una famiglia segnata dalla separazione dei genitori e dalla forza silenziosa della madre, che lo alleva da sola durante gli anni difficili della Grande Depressione. Un’infanzia semplice, attraversata da fragilità economiche che, paradossalmente, avrebbero alimentato la sua futura ossessione per la stabilità dei mercati.
Prima ancora dell’economia, però, c’è la musica. Giovane e talentuoso clarinettista, studia alla prestigiosa Juilliard School e suona in orchestra, arrivando persino a esibirsi con musicisti del calibro di Stan Getz. È un mondo fatto di tournée, palchi e contabilità improvvisata delle band, dove il futuro “architetto della finanza globale” impara, senza saperlo, le logiche pratiche dell’economia reale.
Poi la svolta. A vent’anni si avvicina agli studi economici alla New York University e aderisce con convinzione a una visione liberista dei mercati, influenzato anche dal pensiero di Ayn Rand. Da quel momento la traiettoria è segnata: consulente, analista, poi figura sempre più centrale nei circoli economici americani fino all’ingresso nelle istituzioni.
La carriera pubblica decolla negli anni ’70, tra incarichi governativi e consulenze strategiche. Ma è nell’agosto del 1987 che arriva la svolta decisiva: il presidente Ronald Reagan lo nomina alla guida della Federal Reserve. Poche settimane dopo, il mondo finanziario viene travolto dal “Lunedì nero” di ottobre. È il primo grande banco di prova. Greenspan reagisce con decisione, immettendo liquidità e rassicurando i mercati. Il sistema regge. La sua reputazione nasce lì, nel cuore della crisi.
Da quel momento, la sua leadership si consolida attraverso quattro amministrazioni presidenziali – da Reagan a George H.W. Bush, da Bill Clinton fino a George W. Bush – una continuità rarissima nella politica americana. Per 18 anni guida la Fed, attraversando recessioni, guerre, crisi valutarie e rivoluzioni tecnologiche. È l’epoca in cui la sua figura diventa quasi mitologica: il “maestro” della finanza globale, il “Dio nella macchina” dell’economia americana, come lo definì la stampa internazionale.
Sotto la sua presidenza, gli Stati Uniti vivono una lunga fase di crescita e stabilità, soprattutto negli anni ’90, quando inflazione e disoccupazione restano sorprendentemente sotto controllo. Greenspan viene celebrato come l’uomo che ha saputo interpretare la nuova economia globale, anticipando – secondo molti – le trasformazioni della produttività e del mercato del lavoro.
Ma il suo stile di politica monetaria si fonda su un principio che, col tempo, diventerà oggetto di dure critiche: la fiducia nel mercato e nella sua capacità di autoregolarsi. Più volte, di fronte alle crisi, la Fed guidata da Greenspan interviene abbassando i tassi e sostenendo la liquidità. Una strategia efficace nel breve periodo, ma che secondo i detrattori avrebbe alimentato squilibri strutturali sempre più profondi.
Già alla fine degli anni ’90, con la bolla delle dot-com, alcuni economisti iniziano a parlare di “esuberanza irrazionale”. Poi arrivano le crisi asiatiche, il crollo delle borse tecnologiche, e infine l’11 settembre 2001, che spinge la Fed a nuove politiche espansive. Ogni volta, la risposta è la stessa: sostenere l’economia, evitare il collasso, mantenere la fiducia.
È una filosofia che farà scuola, ma che verrà anche messa sotto accusa. Dopo il suo ritiro nel 2006, infatti, esplode la crisi dei mutui subprime. Il sistema finanziario globale entra in recessione e molti puntano il dito proprio contro l’eredità di Greenspan: tassi troppo bassi troppo a lungo, deregulation finanziaria, fiducia eccessiva nella razionalità dei mercati.
Lo stesso Greenspan, anni dopo, ammetterà pubblicamente di aver sottovalutato i rischi. Davanti al Congresso americano parlerà di una “crepa” nelle sue convinzioni, riconoscendo che l’idea di mercati capaci di autoregolarsi non aveva retto alla prova dei fatti. Una confessione che segna il momento più umano – e più controverso – della sua parabola.
Nonostante le critiche, la Federal Reserve System ha sempre riconosciuto il peso della sua eredità, sottolineando come il suo operato abbia contribuito a rafforzare la credibilità dell’istituzione e a introdurre una disciplina analitica che ancora oggi ne guida le scelte.
Figura complessa anche nella vita privata, Greenspan è stato per anni al centro dell’élite politica e culturale americana. Dopo un primo matrimonio breve, ha sposato nel 1997 la giornalista Andrea Mitchell. Intellettuale riservato, appassionato di tennis, ha continuato a lavorare come consulente anche dopo i 90 anni, commentando le politiche economiche globali fino a età avanzatissima.
Nel 2026, pochi mesi prima della sua morte, aveva già raggiunto il traguardo dei 100 anni, diventando quasi una figura storica vivente di un’epoca economica ormai conclusa. Con la sua scomparsa si chiude definitivamente il capitolo del “Greenspan era”: un periodo in cui un solo uomo poteva influenzare, con una frase o un gesto, l’andamento dei mercati mondiali. Come spesso accade ai protagonisti della storia economica, il giudizio finale su di lui resta sospeso tra ammirazione e accusa, tra mito e responsabilità.
Leggi anche:
- Jerusalem Post https://www.jpost.com/international/article-900143
- BBC, https://www.bbc.com/news/articles/cjer7x7yl12o
- Jewish Literary Foundation https://jewishliteraryfoundation.co.uk/videos/alan-greenspan-the-man-who-knew



