Marco Pannella: a dieci anni dalla scomparsa, manca la sua lucidità, l’amicizia e la lotta per la verità su Israele

Personaggi e Storie

di Davide Romano

Il 19 maggio 2016 moriva Marco Pannella. Oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, la comunità ebraica italiana ha buone ragioni per ricordarlo: non come figura generica del pantheon democratico, ma come uno dei pochissimi politici italiani del dopoguerra che abbia difeso Israele e il popolo ebraico con coerenza, coraggio e continuità — anche quando farlo era costoso e scomodo.

Tutto cominciò durante la Seconda guerra mondiale. Sfollato con la famiglia da Teramo a Pescara, il giovane Marco Pannella conobbe in spiaggia una coetanea di nome Adria che, dopo un po’, sparì e di lei non seppe più nulla. Era ebrea. Pannella mi raccontò quell’episodio come l’origine di un percorso che lo avrebbe reso, per tutta la vita, sensibile alla condizione ebraica nel mondo.

Il primo grande gesto pubblico di Pannella a favore di Israele che ricordo risale al 1986, quando, insieme al Premio Nobel Elie Wiesel, volò a Gerusalemme per sostenere la causa degli ebrei sovietici, rinchiusi nei manicomi e nei Gulag. Avital, la moglie di Natan Sharansky — noto dissidente ebreo russo arrestato nel 1977 e poi liberato dopo anni di prigionia in cambio di due spie sovietiche — si iscrisse al Partito Radicale insieme a una ventina di ebrei russi. Nel frattempo, a Roma, Pannella organizzava manifestazioni per i refusnik davanti all’ambasciata sovietica di via Gaeta.

Ma non furono solo gli ebrei sovietici a ricevere la sua attenzione. Lo ricordo bene: lo incontrai per la prima volta proprio a Roma, a una manifestazione per la libertà degli ebrei siriani. Ero giovane e mi aspettavo di vedere i rappresentanti della sinistra italiana — quella che si riempiva la bocca di diritti e solidarietà internazionale. Rimasi deluso: non venne nessuno di loro. Venne Pannella. Quell’assenza mi aprì gli occhi sulla sinistra, mentre la presenza di Pannella mi avvicinò al mondo radicale che non conoscevo.

Nel 1988, nel pieno della prima Intifada, il Partito Radicale tenne i lavori del suo consiglio federale in Israele. Fu in quella occasione che Pannella elaborò la visione geopolitica che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Al Congresso mondiale sionista — la prima volta in assoluto che si apriva a un non ebreo — esortò la classe dirigente israeliana a non considerarsi più «vittime designate» degli olocausti passati, indicando invece nella democrazia e nella laicità gli strumenti per sconfiggere fondamentalismi e dittature.

“Israelizzare il Medio Oriente” divenne il suo slogan: la libertà doveva espandersi da Gerusalemme a tutta la regione.
Durante la seconda Intifada Pannella tornò a Gerusalemme. Visitando un caffè colpito da un attentato suicida che aveva ucciso dodici giovani, si allacciò la bandiera israeliana al petto e disse: “Israele è una marca di frontiera dell’Europa”.

Propose quindi l’adesione di Israele all’Unione europea — una battaglia che portò avanti per oltre vent’anni, vista come garanzia di sicurezza per gli ebrei e come prospettiva di liberazione dei palestinesi dalla vittimizzazione nella lotta antisionista.
Contro la formula “due popoli, due Stati”, Pannella tuonava “due popoli, due democrazie!”, convinto che senza liberare i palestinesi da regimi autoritari qualunque lembo di terra si sarebbe trasformato in un avamposto della guerra contro Israele. Denunciava anche l’ipocrisia occidentale e il cinismo mediatico: ricordava spesso, con le sue sferzanti verità, che per l’informazione nostrana e internazionale un arabo meritava una riga solo se veniva colpito da una pallottola israeliana, mentre i massacri quotidiani perpetrati da dittatori arabi contro i loro stessi popoli venivano sistematicamente ignorati. Una posizione che la sinistra italiana ha spesso ignorato e che oggi — alla luce di Gaza e del 7 ottobre — risulta di straordinaria lucidità.

L’ambasciatore israeliano a Roma, Naor Gilon, alla sua morte lo ringraziò “per l’amicizia con Israele anche quando era difficile e i radicali erano isolati per questo”. Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, dichiarò che “con Marco Pannella scompare un grande amico di Israele e del mondo ebraico”.
Dieci anni dopo, quella solitudine è ancora più eloquente. In un’Italia in cui difendere Israele è diventato sempre più difficile, in cui persino il 25 aprile è terreno di scontro sull’antisemitismo, Pannella manca. Non come icona, ma come esempio concreto di cosa significhi stare dalla parte giusta anche quando costa.