di Pietro Baragiola
Unire il mondo ebraico, contrastare l’estremismo e costruire nuovi ponti tra Israele e la Diaspora. Sono gli obiettivi al centro di due recenti iniziative del presidente israeliano Isaac Herzog, che negli ultimi giorni ha incontrato a Gerusalemme il cantante britannico Boy George e presentato i risultati di un progetto internazionale dedicato alle principali sfide rivolte alle comunità ebraiche.
Boy George e la solidarietà verso Israele
Lunedì 2 novembre, Herzog ha ricevuto il frontman dei Culture Club presso la residenza presidenziale di Gerusalemme.
All’evento erano presenti anche la moglie Michal Herzog, l’imprenditore Syvlan Adams e Elkana Bohbot, l’ex ostaggio rimasto per 758 giorni prigioniero di Hamas.
“Nei tre anni trascorsi dal 7 ottobre, Israele e gli ebrei di tutto il mondo hanno subito una grande ondata di attacchi” ha dichiarato Herzog, denunciando le discriminazioni contro la comunità ebraica anche negli ambienti culturali e musicali. “Noi abbiamo dovuto rispondere ma tu, Boy, hai deciso di schierarti dalla nostra anche quando molti hanno preferito non farlo e per questo il popolo d’Israele ti vuole bene e ti ringrazia.”
Durante l’incontro il presidente israeliano ha citato il magnifico messaggio contenuto nel nuovo brano di Boy George, We Will Dance Again, dedicato alle vittime del Nova Festival: “se avete dubbi, io sto dalla parte degli ebrei. Non mi sento coraggioso, sento soltanto il bisogno di comportarmi da essere umano”.
Cogliendo questa occasione il cantante ha voluto raccontare quanto l’esperienza di scrivere il nuovo brano abbia modificato la sua intera visione del mondo: “in un certo senso, il vecchio Boy George non esiste più. Questa canzone mi ha costretto a crescere”.
Durante la visita, Boy George ha raggiunto il Museum of Tolerance di Gerusalemme, dove ha visitato la mostra 06:29 – From Darkness to Light, dedicata alle vittime, ai sopravvissuti e alle testimonianze del 7 ottobre.
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Il convegno Voice of the People

L’impegno di Herzog non si limita alla sensibilizzazione internazionale. Lo scorso weekend il presidente israeliano si trovava a Budapest per sostenere la prima edizione di Voice of the People, l’iniziativa volta a riunire 150 rappresentanti ebrei provenienti da tutto il mondo per risolvere i problemi delle diverse comunità.
Il progetto, sviluppato nell’arco di 18 mesi in collaborazione con l’Agenzia Ebraica e l’Organizzazione Sionista Mondiale, ha suddiviso i partecipanti in dieci gruppi di lavoro, chiamati ad affrontare cinque questioni fondamentali: antisemitismo, polarizzazione, identità e patrimonio ebraico, rapporti tra Israele e Diaspora e relazioni con le comunità non ebraiche.
Il bilancio ha totalizzato 38 iniziative elaborate, oltre venti progetti giunti alla fase sperimentale e 21 finanziamenti che arrivano fino a 20mila dollari (18mila euro) ciascuno.
Tra le proposte registrate troviamo strumenti di intelligenza artificiale per favorire il dialogo, programmi educativi nelle scuole israeliane e una piattaforma che mette in contatto viaggiatori israeliani con famiglie ebree disposte a ospitarli durante lo Shabbat.
Non sono tuttavia mancate le difficoltà: soltanto 89 dei 150 partecipanti iniziali hanno preso parte all’incontro conclusivo di Budapest, mentre divergenze ideologiche e problemi organizzativi hanno rallentato alcuni gruppi.
Al convegno ha partecipato anche Rachel Goldberg-Polin, madre dell’ex ostaggio Hersh, che ha invitato i partecipanti a interrogarsi sulla possibilità di riconoscere l’umanità anche in chi esprime opinioni profondamente offensive.
“Quello che facciamo qui e oggi è importante” ha concluso Herzog. “Qualunque scelta prendiamo o cosa diciamo in Israele ha conseguenze sugli ebrei di tutto il mondo”.
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