di Anna Balestrieri
Una Torah antica di otto secoli è riuscita a lasciare lo Yemen. L’uomo che avrebbe contribuito a salvarla, invece, non è mai tornato libero. Si chiama Levi Salem Musa Marhabi, appartiene a una delle più antiche comunità ebraiche del mondo e dal marzo 2016 è prigioniero dei ribelli Houthi, che controllano la capitale Sana’a. Condannato a tre anni e mezzo di carcere, ha ormai trascorso oltre dieci anni in detenzione, nonostante un tribunale d’appello ne avesse ordinato il rilascio già nel 2019.
La vicenda di Levi Salem Musa Marhabi racconta due ingiustizie parallele: quella inflitta a un uomo e quella che ha accompagnato la scomparsa quasi completa di una comunità radicata nella penisola arabica da circa duemila anni. Una storia che rischia di dissolversi nell’indifferenza internazionale, mentre il suo protagonista continua a pagare per un gesto compiuto in nome della sopravvivenza di una tradizione.
Un manoscritto antico, una condanna senza fine
Nel marzo 2016, diciassette ebrei yemeniti lasciarono il Paese portando con sé un antico rotolo della Torah, che secondo le ricostruzioni più recenti risalirebbe a circa ottocento anni fa. Il manoscritto raggiunse Israele insieme ai suoi custodi e venne mostrato pubblicamente durante un incontro con il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Per gli Houthi, il trasferimento del rotolo costituiva la sottrazione di un bene appartenente al patrimonio nazionale yemenita. Marhabi, accusato di aver contribuito all’operazione, fu arrestato dai servizi di sicurezza del movimento.
Il 13 marzo 2018 arrivò la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione. Nel 2019, tuttavia, una corte d’appello controllata dagli stessi Houthi dispose la sua liberazione. I coimputati non ebrei vennero rilasciati, mentre Marhabi rimase in carcere.
Non si tratta dunque soltanto di una pena abbondantemente scontata, ma di una detenzione che prosegue in aperto contrasto con una decisione giudiziaria delle stesse autorità che lo tengono prigioniero.
La United States Commission on International Religious Freedom (USCIRF), organismo federale americano indipendente che monitora le persecuzioni religiose, continua a registrarlo tra i detenuti per motivi di fede.
Secondo le informazioni raccolte dalla Commissione, Marhabi ha subito percosse, scariche elettriche, privazioni alimentari e lunghi interrogatori. Le violenze gli avrebbero provocato la perdita dei denti, mentre le condizioni carcerarie avrebbero aggravato patologie renali e polmonari. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sarebbe stato trasferito in una sezione penitenziaria con detenuti estremisti che lo minacciavano, per poi finire in isolamento dopo uno sciopero della fame.
Un quadro che rende la richiesta di liberazione non soltanto una questione di giustizia, ma anche di urgente tutela della sua salute.
Una storia già raccontata, una promessa mai mantenuta
La vicenda di Marhabi non è nuova ai lettori di Mosaico. Già il 30 marzo 2021, nell’articolo «Yemen: cacciati gli ebrei dai ribelli Houthi», avevamo raccontato la drammatica partenza di alcune delle ultime famiglie ebraiche ancora residenti nel Paese.
Secondo quanto riferito allora dal quotidiano arabo Asharq Al-Awsat, tredici persone appartenenti a tre famiglie erano state costrette ad abbandonare le proprie case a Sana’a. La loro partenza sarebbe rientrata in un accordo con gli Houthi che prevedeva, in cambio dell’esilio, la liberazione di Marhabi.
Una promessa che non si è concretizzata.
Le testimonianze raccolte all’epoca descrivevano una scelta imposta: continuare a vivere in un clima di intimidazioni, lasciando Marhabi in prigione, oppure accettare l’esilio nella speranza di ottenerne il rilascio.
Quelle famiglie avevano resistito per anni alla prospettiva di abbandonare la terra dei propri antenati, rifiutando ripetute offerte di trasferimento. Alla fine avevano dovuto arrendersi.
Cinque anni dopo, il bilancio è ancora più amaro: le famiglie sono partite, ma l’uomo per il quale avrebbero accettato di lasciare lo Yemen è rimasto dietro le sbarre.
Duemila anni di ebraismo nella penisola arabica

Per comprendere la portata di questa vicenda occorre tornare molto indietro, alle origini di una presenza ebraica che precede di secoli l’arrivo dell’Islam nella regione.
Le tradizioni locali ne fanno risalire l’insediamento ai tempi del Primo Tempio di Gerusalemme, mentre le testimonianze archeologiche documentano comunità ebraiche nello Yemen almeno dal III secolo dell’era comune. Tra il IV e il VI secolo, parte della regione fu governata dalla dinastia himyarita, i cui sovrani adottarono l’ebraismo.
Nei secoli successivi, gli ebrei yemeniti svilupparono una fisionomia religiosa e culturale straordinariamente originale. L’isolamento geografico contribuì alla conservazione di antiche tradizioni liturgiche, pronunce dell’ebraico, melodie, manoscritti e consuetudini che altrove erano andate perdute o si erano trasformate.
Erano artigiani, argentieri, tessitori, commercianti. Nelle botteghe di Sana’a e dei villaggi dell’altopiano si tramandavano tecniche raffinate di lavorazione dei metalli e dei tessuti, mentre nelle case e nelle sinagoghe si custodivano testi sacri copiati e studiati di generazione in generazione.
La loro storia, tuttavia, non fu soltanto quella di una lunga continuità. Sotto diversi regimi islamici, gli ebrei vissero nella condizione giuridica di dhimmi, minoranze religiose protette ma soggette a restrizioni e disuguaglianze. Si alternarono periodi di relativa stabilità e fasi di persecuzione.
Nel XII secolo, di fronte alle conversioni forzate e alle minacce che investivano la comunità, Mosè Maimonide scrisse la celebre Iggeret Teiman, l’Epistola allo Yemen, per incoraggiare gli ebrei locali a preservare la propria fede.
Nel 1679, una nuova tragedia segnò profondamente la memoria collettiva: l’espulsione verso Mawza, una regione inospitale dove molti deportati morirono per le condizioni estreme.
La storia degli ebrei yemeniti è dunque quella di una comunità capace di conservare per secoli la propria identità, attraversando persecuzioni, esili e profonde trasformazioni politiche.
Il ponte aereo e la fine di una comunità
La frattura decisiva arrivò nel Novecento. Dopo le violenze antiebraiche del 1947, che ad Aden provocarono circa ottanta morti, e con la nascita dello Stato di Israele, l’emigrazione assunse dimensioni senza precedenti.
Tra il 1949 e il 1950, l’operazione nota come Magic Carpet, o On Wings of Eagles, trasferì in Israele circa cinquantamila ebrei provenienti dallo Yemen e da Aden.
Fu un esodo gigantesco, preceduto spesso da viaggi estenuanti attraverso montagne e deserti, dalla vendita o dall’abbandono delle proprietà e da settimane trascorse nei campi di transito. Con le famiglie partirono anche i rotoli della Torah, i libri di preghiera e gli oggetti rituali, testimonianze materiali di una civiltà che stava lasciando il proprio luogo d’origine.
Una piccola presenza ebraica sopravvisse comunque nello Yemen per i decenni successivi. Ma le guerre, l’instabilità politica e infine l’espansione degli Houthi ne accelerarono la dissoluzione.
Nel 2021, quando Mosaico raccontò l’espulsione delle ultime famiglie, alcune fonti parlavano di appena quattro ebrei anziani ancora residenti nel Paese. Il numero esatto di coloro che vi si trovano oggi rimane incerto.
Di quella comunità millenaria sopravvivono soprattutto la memoria, le tradizioni custodite nella diaspora e i manoscritti che ne testimoniano la straordinaria ricchezza.
Un prigioniero che il mondo non può dimenticare
Il 29 ottobre 2026 il Jerusalem Post è tornato sul caso di Marhabi, richiamando l’attenzione su una detenzione che continua mentre altre vicende di ostaggi e prigionieri in Medio Oriente hanno conosciuto una conclusione.
Già nel novembre 2020 l’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva chiesto pubblicamente la sua liberazione immediata. Eppure gli appelli e le iniziative diplomatiche non hanno prodotto il risultato sperato.
A rendere particolarmente grave il caso è anche l’apparente discriminazione religiosa: gli altri imputati sono stati liberati, mentre Marhabi, ebreo, continua a essere trattenuto. La Commissione americana per la libertà religiosa considera la sua identità un elemento determinante della persecuzione.
La liberazione di Levi Salem Marhabi dovrebbe tornare a essere una richiesta esplicita delle istituzioni internazionali, delle organizzazioni per i diritti umani e delle comunità ebraiche della diaspora. Non soltanto attraverso dichiarazioni di solidarietà, ma sollecitando un accesso medico indipendente, contatti regolari con la famiglia e l’esecuzione dell’ordine di scarcerazione già pronunciato nel 2019.
La sorte di un singolo prigioniero rischia facilmente di scomparire nel rumore di una regione attraversata da conflitti molto più vasti. Ma proprio per questo il suo nome merita di essere ripetuto.
Un tempo gli ebrei dello Yemen attraversavano il deserto portando con sé i rotoli della Torah, nella speranza di consegnare ai figli ciò che avevano ricevuto dai padri. Nel 2016 uno di quei rotoli ha raggiunto la salvezza. Chi avrebbe contribuito al suo viaggio è rimasto indietro.
Una Torah di ottocento anni ha ritrovato la libertà. Levi Salem Marhabi, dopo oltre dieci anni di prigionia, la sta ancora aspettando.



