“E al settimo anno farai uscire dal bisogno anche il tuo vicino”

di Giovanna Rosadini

Il concetto di proprietà. La redistribuzione della ricchezza. Il riposo dei campi. L’etica dell’investimento. In un libro e al Teatro Franco Parenti, lo studioso Haim Baharier spiega il concetto di “Economia di Giustizia” e dà una lettura inedita del Decalogo

“Nella lingua ebraica la parola eredità vuol dire anche investimento: ad indicare di porre grande attenzione a ciò che lasceremo ai nostri figli. E il concetto di investimento si porta dietro il tema della costruzione della ricchezza, nonché del carattere morale di questa ricchezza, come di una eredità da custodire e ampliare”. A parlare così è Haim Baharier, oggi tra le più autorevoli figure di riferimento nell’ambito dell’ermeneutica biblica e di inedite -a volte ardite, a volte volutamente provocatorie, sempre stimolanti-, letture della tradizione ebraica. L’evento era di quelli che richiamano immediatamente l’attenzione: il ritorno a teatro del Maestro, ma stavolta non più al Dal Verme ma al Franco Parenti.

Annunciato da una bella intervista sul Corriere della Sera, e dal passaparola dei suoi numerosi allievi ed estimatori, Baharier ha tenuto, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Le Dieci Parole – Il Decalogo come non lo avete mai sentito raccontare (Edizioni San Paolo), una lectio magistralis sul tema dell’Economia di giustizia. Sullo sfondo di una scenografia scarna ed essenziale, mentre un violinista in kippà e zizit suonava un meraviglioso brano tradizionale -un inno alla fertilità-,. è entrato in scena Baharier che, parlando a braccio e seguendo il filo di un discorso intrecciato ai propri pensieri, ha tenuto inchiodato il teatro per un paio d’ore, con il suo consueto talento oratorio, il gusto per la digressione e lo stile ellittico tipico dell’ermeneutica talmudica.

La chiave, ha esordito Baharier, è spostare l’attenzione ai contenuti umani: le società e le imprese normalmente si dichiarano etiche in nome di processi etici. L’economia di giustizia, chiarisce Baharier, chiede invece di appuntare l’attenzione non sui processi ma sui rapporti.

Non esiste, secondo questo approccio, un’economia giusta, ma la giustizia nei suoi risvolti economici. In quest’ottica, è possibile dislocare gli insegnamenti riferiti ad un contesto ed una società agricoli, quali sono quelli desumibili dai testi della tradizione ebraica, trasferendoli al mondo e alla società contemporanei, quelli in cui ci muoviamo e viviamo quotidianamente, ovvero all’economia d’impresa.

Dalla Torà all’impresa

Come sempre, Baharier ci riporta all’origine dei nomi e alla loro profonda vibrazione semantica. Concetti come quelli di equità sociale e redistribuzione della ricchezza nascono da parole antiche e ormai desuete come maggese e giubileo. Ovvero il riposo del campo agricolo -lasciato a maggese, appunto, al 7° anno-, affinché tutti ne possano godere; e l’azzeramento della proprietà della terra nel 50° anno (Giubileo, appunto), affinché tutti ne traggano beneficio. Questa è, secondo Baharier, il fondamento toranico su cui si erge l’edificio dell’economia di giustizia. La Torà non lascia indietro nulla, addentrandosi così nella regolamentazione diretta dei rapporti economici tra gli uomini secondo regole di giustizia sociale.

Giubileo e ricchezza

Viene bene a questo proposito citare un brano proprio del libro Le Dieci Parole, che ha innescato lo spunto per la serata: “In questo frangente la parola chiave è jovél, Giubileo. Una parola d’anticipo, al pari della costituzione ante-terram a cui appartiene. In terra di Canaan, oltre al riposo sabbatico, il popolo d’Israele osserverà il riposo dei campi del settimo anno e proclamerà il Giubileo con il suono del corno al termine di sette cicli di sette anni. Al tocco del Giubileo, come corna di lumaca, le proprietà rientrano nei loro confini primitivi. Si cancellano decenni di transizioni e transazioni.

Il Giubileo passa un colpo di spugna su 50 anni di passaggi di proprietà: campi da un unico recinto si frantumano in pezze, pezze di campo si annettono. Di colpo si ridistribuisce la ricchezza.

Nell’attesa di questa spianata ci si regola di conseguenza: lo stesso campo ha nel tempo un valore variabile. Poco prezzo nell’imminenza del Giubileo, prezzo salato appena dopo. Non si sovverte la proprietà, né la si elimina. Si compra con limite. Il rapporto con la terra, come il rapporto della scrittura sacra con la pergamena, è nella vibrazione. La tua proprietà non è giustificata da quella altrui e viceversa. Si giustifica nel fatto di saperti limitare non appena sei uscito dal bisogno, avviando così l’economia di giustizia in quanto consenti al tuo vicino di uscire, anche lui, dal bisogno che lo affligge. L’economia di giustizia è l’aspetto economico di un senso di giustizia intimo al quale tutti, secondo modalità individuali, possono attingere”, scrive Baharier.

Il senso del limite

Baharier ha molto a cuore questi concetti, fondamentali nella sua personale ricerca di verità.

L’attenzione alla singola persona, l’importanza di sostenerla e darle sicurezza come farebbe la presenza materna quando un bimbo inizia a camminare; l’estrema attenzione il senso del limite, per evitare la confusione e lo smarrimento dell’essere umano lasciato in balia del proprio ego; la fiducia nella possibilità di cambiare… Tutti concetti cari a Baharier e che discendono direttamente dalla narrazione biblica, impersonati dalle figure archetipiche della Torà, dai patriarchi e dai Maestri; ecco perché, ad esempio, Mosè abbandonerà il gregge per rincorrere, fra le rocce del deserto, quella unica, piccola e solitaria pecora che si smarrisce tra le dune, sentendosi responsabile persino di ogni singola esistenza e non solo del gregge nel suo complesso.

Nell’attenzione a ogni singolo individuo, non volendo mai perdere di vista l’importanza anche della più trascurabile delle vite a lui affidate, Mosè si imbatte nella rivelazione del roveto ardente.

E che dire della metafora della nuvola che guida e protegge il popolo d’Israele durante il camino nel deserto, e che coprirà la cima del monte Sinai? Nuvola come dispensatrice di pioggia, di fertilità, ma anche come risposta, che è uno dei significati possibili della parola nuvola in ebraico.

Per concludere, di nuovo con le parole di Baharier: “La nuvola parla ai figli d’Israele come a noi oggi. Come la nuvola, ciò che siamo lo traiamo dal mondo ma non è per noi: noi non siamo per noi, ma per i nostri figli.

E occorre spendersi con oculatezza per il mondo a venire poiché i figli verificheranno se abbiamo rispettato il loro testamento.

Ovvero se abbiamo avuto cura del lascito che abbiamo dato loro e che a loro volta tramanderanno nel testamento ai loro stessi figli. Ecco perché in ebraico la parola eredità è la stessa che usiamo per dire investimento”.

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