Una svolta per gli insediamenti

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Il New York Times ha pubblicato un articolo di Gershom Gorenberg, un israeliano che stando alle sue stesse parole si è dedicato con tutte le sue forze allo studio della documentazione relativa al progetto degli insediamenti. Egli prende in esame le nuove tendenze politiche in vista delle elezioni in Israele: l’avventura degli insediamenti ha perso il favore della maggioranza degli elettori.

La questione torna in questi giorni d’attualità con le recenti dichiarazioni di Olmert che prospetta di evacuare unilateralmente molti degli insediamenti in Cisgiordania, con la conseguente cessazione di decenni di investimenti per le infrastrutture. Argomento forte del suo programma, queste promesse riflettono una trasformazione non solo nel punto di vista personale di Olmert, da sempre di destra, ma anche nell’elettorato: i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza è a favore di partiti pronti a sganciarsi dagli insediamenti.

Questioni una volta esclusive di pochi dissidenti ora sembrano ovvie: mantenere la Cisgiordania significa per Israele o cessare di essere democratica o cessare di esistere come stato ebraico. Non solo i coloni ma leader politici minarono la supremazia della legge per perseguire quello che ritenevano il bene della patria, ignorando, tenendo segrete o giustificando diffide che sin dall’inizio mettevano in guardia contro gli insediamenti nei territori. I leader di allora ingannarono non solo i cittadini, ma se stessi. Questo fu l’inizio delle tragedie nazionali.

Ripercorriamo la storia. All’inizio di settembre del 1967 il primo Ministro Levi Eshkol esaminava la possibilità di concedere una prima autorizzazione a insediamenti in Cisgiordania e sulle Alture del Golan, conquistati tre mesi prima durante la Guerra dei Sei Giorni. Un incontro al vertice di capi arabi a Khartum aveva respinto la pacificazione, e il primo Ministro riteneva che il Golan e la zona attorno al Giordano avrebbero reso più difendibile Israele. Voleva anche ricostituire il kibbutz Kfar Etzion perso nel 1948 durante la guerra di indipendenza.

Al consigliere legale del ministero degli Esteri Theodor Meron venne chiesto se la legge internazionale consentiva insediamenti nella zona da poco conquistata. Nella risposta, in una nota segnata “Top Secret”, Meron scrisse inequivocabilmente: “La mia conclusione è che l’insediamento civile in territori amministrati contravviene alle esplicite disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra”. Spiegava inoltre che la Convenzione, di cui Israele era stato firmatario, proibiva a una potenza occupante di spostare parte della sua popolazione nel territorio occupato. Il Golan, preso alla Siria, era “indubbiamente territorio occupato”.

Gli si oppose il fatto che nel caso invece della Cisgiordania, non si trattava di territorio ‘normalmente’ occupato, in quanto lo status della zona era incerto: il confine prebellico con la Giordania era infatti stato solo una linea armistiziale, e la Giordania aveva annesso unilateralmente la ‘Riva Occidentale’.
Ma l’argomentazione fu respinta da Meron per due motivi: dal punto di vista politico, la comunità internazionale avrebbe visto l’insediamento come un tentativo di annessione da parte di Israele, e dal punto di vista giuridico non si poteva coerentemente sostenere che la Cisgiordania non fosse un territorio occupato: tra l’altro un decreto militare diramato il terzo giorno della guerra diceva che in Cisgiordania il tribunale militare deve applicare le Convenzioni di Ginevra.

Inoltre, considerando la Cisgiordania territorio occupato Israele poteva aver semplicemente riconosciuto uno stato giuridico, ma ciò aveva un’implicazione pratica: se la zona era occupata, gli arabi che ci vivevano non dovevano venir integrati nello stato israeliano, a differenza degli arabi dentro Israele che ne erano cittadini.

I leader di allora sapevano perfettamente che se si concedeva la cittadinanza agli arabi dei Territori e di Gaza significava trasformare Israele in uno stato binazionale. Pertanto occorreva scegliere: se la West Bank era ‘occupata’ per la popolazione araba, in quel caso né le leggi internazionali né l’ordinamento democratico israeliano potevano permettere che si insediassero ebrei.

Che cominciarono dapprima come avamposti militari, per eludere difficoltà di ordine legale, etico e diplomatico. Poi ben presto furono apertamente civili. I politici israeliani tornarono all’argomentazione – rifiutata da Meron – che le disposizioni di Ginevra relative ai territori occupati non si applicavano alla West Bank. E anche oggi occorrerebbe ricordare il parere giuridico che precedette l’insediamento.

Oggi in Cisgiordania vivono 250 000 israeliani, e le questioni legali non possono annullare 38 anni di insediamenti. E l’ascesa di Hamas non fa che rendere più difficile il raggiungimento di intese diplomatiche sul futuro della zona.

Eppure insieme alla legge internazionale, la legge israeliana fu ripetutamente applicata o elusa per continuare a procedere con gli insediamenti. La contraddizione fra il tenere i palestinesi sotto occupazione militare mentre i coloni godono dei diritti di cittadini israeliani è diventata lampante persino al centro-destra israeliano. Di qui l’origine dello spostamento della politica israeliana.

Oggi è chiaro che il futuro di Israele come stato ebraico dipende dalla fine dell’occupazione della Cisgiordania: gli insediamenti hanno paralizzato Israele più che servire alla sua causa. Trentotto anni dopo aver mancato al richiamo di Meron dobbiamo trovare un modo per sciogliere questo groviglio.

Ricordiamo che Meron lasciò Israele dopo dieci anni per insegnare all’Università di New York. Figlio dell’Olocausto, divenne uno dei massimi esperti mondiali sulle leggi di guerra, e più recentemente giudice del Tribunale Internazionale Criminale sulla ex-Yugoslavia.

Gershon Gorenberg è autore di “The Accidental Empire: Israel and the Birth of the Settlements”.

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