di Anna Balestrieri
Secondo Della Pergola e Zlochin, il problema centrale non riguarda tanto il numero finale delle vittime quanto la validità statistica del metodo utilizzato per ottenerlo. Di conseguenza la cifra di 75.200 morti non dovrebbe essere considerata una misura statisticamente affidabile delle vittime del conflitto senza ulteriori verifiche e approfondimenti metodologici.
Una nuova analisi pubblicata su The Lancet Global Health mette in discussione l’affidabilità di uno degli studi più citati sulle vittime della guerra a Gaza, sostenendo che il campione utilizzato potrebbe non essere rappresentativo dell’intera popolazione della Striscia.
La critica arriva dal demografo israeliano Sergio Della Pergola, professore emerito della Hebrew University di Gerusalemme e tra i maggiori esperti mondiali di studi sulla popolazione, insieme al ricercatore indipendente Mark Zlochin.
Nel loro contributo, i due studiosi hanno riesaminato i dati resi pubblici della Gaza Mortality Survey, l’indagine pubblicata nei mesi scorsi su The Lancet Global Health che aveva stimato circa 75.200 morti violente durante il conflitto tra Israele e Hamas.
Il nodo della rappresentatività
Secondo Della Pergola e Zlochin, il problema centrale non riguarda tanto il numero finale delle vittime quanto la validità statistica del metodo utilizzato per ottenerlo.
«La rappresentatività del campione è l’elemento essenziale che permette di estendere i risultati di un’indagine a un’intera popolazione», sostengono gli autori. Se questa condizione viene meno, anche le stime finali rischiano di perdere affidabilità.
Lo studio originario aveva estrapolato 393 decessi violenti registrati in circa 2.000 nuclei familiari per arrivare a una stima nazionale di 75.200 vittime. Secondo i due ricercatori, tuttavia, diversi elementi suggeriscono che il campione effettivamente raccolto possa non rispecchiare adeguatamente la popolazione di Gaza.
Le anomalie nei team di intervistatori
Uno dei punti più rilevanti riguarda il comportamento di due squadre di rilevatori, identificate come Gaza9 e Gaza3.
Il team Gaza9 avrebbe registrato da solo 100 dei 393 decessi violenti riportati nello studio, pari a circa un quarto del totale, pur avendo raccolto dati da appena l’8% del campione complessivo.
Secondo Della Pergola e Zlochin, inoltre, le famiglie intervistate da questi due gruppi presentavano caratteristiche demografiche significativamente diverse rispetto al resto del campione, con una minore presenza di bambini e nuclei familiari mediamente più piccoli.
Gli autori osservano che una simile concentrazione di decessi in pochi gruppi di intervistatori rappresenta un’anomalia che dovrebbe essere attentamente esaminata in un’indagine che si definisce rappresentativa dell’intera popolazione.
Come cambiano le stime
La corrispondenza pubblicata su The Lancet evidenzia anche la forte sensibilità della stima finale ai dati raccolti da questi team.
Lo studio originale aveva già mostrato che l’esclusione dei dati raccolti dal gruppo Gaza9 avrebbe ridotto la stima delle morti violente da 75.200 a 64.100.
Della Pergola e Zlochin sostengono che anche il team Gaza3 presenti caratteristiche anomale.
Per i due studiosi, una variazione superiore al 20% derivante dall’esclusione di soli due team di rilevatori è difficilmente compatibile con le aspettative di un campione correttamente rappresentativo.
Dubbi sui controlli di qualità
Un’altra critica riguarda i sistemi di controllo previsti dal protocollo della ricerca.
Gli autori osservano che la documentazione allegata allo studio descrive procedure di monitoraggio in tempo reale, controlli statistici e meccanismi destinati a individuare eventuali anomalie durante la raccolta dei dati.
Tuttavia, né l’elevata concentrazione di decessi attribuita al team Gaza9 né le differenze demografiche riscontrate nei dati di Gaza3 e Gaza9 sarebbero state segnalate nel corso della ricerca.
Secondo Della Pergola e Zlochin, ciò suggerirebbe che i sistemi di controllo previsti non abbiano funzionato come descritto.
Le anomalie nei tracciati GPS
Particolarmente significativa è anche l’analisi dei dati GPS associati alle interviste.
Gli autori riferiscono di aver osservato possibili deviazioni rispetto al protocollo di campionamento dichiarato, comprese sovrapposizioni tra aree assegnate a diversi team e percorsi di rilevazione che avrebbero attraversato i confini delle unità territoriali previste dal disegno statistico.
In altri casi, gli intervistatori avrebbero raccolto dati prevalentemente lungo alcune arterie principali, trascurando gran parte delle strade laterali.
Secondo i ricercatori, questi comportamenti risultano più vicini a un campionamento di convenienza che a un rigoroso campionamento probabilistico.
Il caso dei detenuti
La corrispondenza richiama infine l’attenzione su un’altra discrepanza. L’indagine originale stimava circa 9.580 abitanti di Gaza detenuti da Israele, con un intervallo di confidenza compreso tra 6.260 e 12.900 persone.
Della Pergola e Zlochin confrontano questo dato con le cifre pubblicate dal Public Committee Against Torture in Israel, secondo cui i detenuti provenienti da Gaza sarebbero stati 3.436 nel gennaio 2025.
La distanza tra le due stime, sottolineano gli autori, sarebbe talmente ampia da sollevare ulteriori interrogativi sulla rappresentatività del campione utilizzato.
Un dibattito scientifico aperto
Nel loro testo, Della Pergola e Zlochin non propongono una nuova stima delle vittime del conflitto né affermano di conoscere il numero effettivo dei morti.
La loro conclusione è più circoscritta ma significativa: le deviazioni riscontrate dal protocollo dichiarato e le anomalie individuate nei dati renderebbero problematica la pretesa rappresentatività del campione.
Di conseguenza, sostengono i due studiosi, la cifra di 75.200 morti non dovrebbe essere considerata una misura statisticamente affidabile delle vittime del conflitto senza ulteriori verifiche e approfondimenti metodologici.



