di Nina Deutsch
Dopo l’annuncio delle dimissioni del primo ministro britannico, il favorito alla successione Andy Burnham viene interrogato sul suo storico rapporto con la comunità ebraica e le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese, tra condanne all’antisemitismo, appelli al cessate il fuoco e rifiuti a usare la parola «genocidio».
Dopo l’annuncio delle dimissioni di Keir Starmer lunedì, Andy Burnham – il favorito per la successione – è finito sotto esame per la sua condotta di lunga data in merito a Israele e alla comunità ebraica. Sebbene abbia più volte condannato l’antisemitismo e Hamas e sostenga formalmente la soluzione a due Stati, Burnham è stato anche tra i politici che hanno chiesto un cessate il fuoco a Gaza mentre gli ostaggi erano ancora nelle mani dei rapitori e, più di recente, si è rifiutato di definire genocidio le azioni israeliane. In attesa della conferma ufficiale della sua nomina, la comunità ebraica britannica e gli osservatori internazionali si interrogano su come il prossimo premier si relazionerà con la politica israeliana e con le preoccupazioni di sicurezza e identitarie degli ebrei nel Regno Unito.
Chi è Burnham
Andy Burnham è stato sindaco della Greater Manchester dal maggio 2017 e ha costruito in quel ruolo un profilo politico che unisce autorità esecutiva locale, attenzione ai servizi pubblici e un’immagine personale molto riconoscibile. I leader ebraici locali gli riconoscono una storia di dialogo con le istituzioni comunitarie: ha partecipato a cerimonie per il Giorno della Memoria e ha collaborato con il Jewish Representative Council e altri organismi locali, come ricostruisce sempre il Jersusalem Post. Allo stesso tempo, alcune sue scelte e formulazioni hanno finito per esporlo a critiche significative.
Il nodo antisemitismo
Sul terreno della lotta all’antisemitismo Burnham ha avuto in passato posizioni nette. Già nel 2018 invitò il Partito Laburista a essere più deciso contro l’antisemitismo e, nel 2019, rivolgendosi al Board of Deputies a Manchester, definì «inconcepibile» che un partito con una storia antirazzista fosse rimasto invischiato in quella crisi. Dopo l’attacco terroristico antisemita fuori da una sinagoga di come , fu tra i primi a condannare l’accaduto e a manifestare solidarietà alla comunità, anche attraverso i social, con un messaggio di vicinanza e di impegno per la sicurezza. Questi gesti gli hanno valso elogi pubblici, compreso quello di Mark Adlestone, presidente del JRCMCR (Jewish Representative Council of Greater Manchester and Region), che ha riconosciuto «una lunga collaborazione» con le organizzazioni ebraiche locali.
Gaza e Israele
Le tensioni maggiori nascono però sulle questioni legate al conflitto israelo-palestinese. Il 13 ottobre 2023 Burnham condannò «senza riserve» gli attacchi di Hamas del 7 ottobre e affermò che «Israele ha il diritto di difendersi e proteggere i propri cittadini nel rispetto del diritto internazionale». Tuttavia, come sottolineano alcuni osservatori, il 27 ottobre 2023, insieme al vicesindaco e ad altri leader della Greater Manchester, firmò un appello a un cessate il fuoco a Gaza «da tutte le parti», mentre molti ostaggi erano ancora prigionieri. Il testo esprimeva «profonda preoccupazione per la perdita di migliaia di vite innocenti a Gaza» e sollecitava il rilascio degli ostaggi, ma per alcuni leader ebraici locali la richiesta non dava sufficiente peso al diritto di Israele di difendersi e rischiava di sembrare una forma di equiparazione morale.
Più di recente, Burnham si è rifiutato di definire genocidio le azioni israeliane a Gaza. In un’intervista riportata a inizio giugno 2026, ha detto di non poter giudicare «cose di tale portata» dalla sua posizione di sindaco della Greater Manchester, aggiungendo però di avere preoccupazioni sulla natura sproporzionata della distruzione. La scelta ha spiazzato sia la sinistra filo-palestinese, che sperava in parole più nette a sostegno di Gaza, sia alcuni osservatori filo-israeliani, che avrebbero voluto una condanna più esplicita dell’antisionismo e una difesa più chiara della sicurezza ebraica Novara Media
Le letture dei commentatori
Le opinioni sulla credibilità di Burnham restano divise, e in alcuni casi molto critiche. Un pezzo su The Jewish Chronicle si chiede se un suo eventuale governo sarebbe «buono per gli ebrei», riconoscendo il suo passato di sostegno alla comunità ma sollevando dubbi sul possibile avvicinamento all’ala più radicale del partito e su una tendenza all’ambiguità su questioni morali complesse. In modo analogo, l’opinionista Yaakov Chaliotis mette in guardia dall’eccesso di fiducia nel carisma. La tesi di Chaliotis è la seguente: Burnham è «un politico serio», ma non ha ancora dimostrato chiaramente di avere la «serietà morale» e il coraggio istituzionale necessari per affrontare l’antisemitismo come problema strutturale del Partito Laburista e del Paese: «La questione, quindi, non è se Burnham sia più gentile di Corbyn o più concreto di Starmer. La questione è se abbia dimostrato l’istinto di sfidare le abitudini che hanno reso il Partito Laburista un ambiente ostile per molti ebrei: se sia in grado di contrastare la retorica antiebraica quando si presenta mascherata da antielitarismo o da presunta superiorità morale antisionista, e se sappia riconoscere quando gli ebrei vengono trattati come una minoranza condizionata, protetta solo a patto che mantengano il silenzio su Israele. Il suo operato non ha ancora fornito risposte sufficientemente convincenti a questi interrogativi».
In breve, le critiche ricorrenti ruotano attorno a due punti. Il primo è la pericolosa sovrapposizione tra antisionismo e antisemitismo nel dibattito pubblico: dati e cronache recenti mostrano quanto le tensioni legate a Israele ricadano direttamente sulla sicurezza degli ebrei nel Regno Unito. Il secondo è la tentazione della prudenza eccessiva: richieste precoci di cessate il fuoco o formule di equidistanza, quando gli ostaggi erano ancora in pericolo, sono state percepite da una parte della comunità ebraica come errori strategici e simbolici.
Bilancio politico
Se, come sostengono gli osservatori, Burnham diventerà primo ministro, si troverà davanti a un bivio che riguarda tanto la politica estera quanto la coesione interna del Regno Unito. I sostenitori ricordano il suo impegno concreto a Manchester, la sua opposizione al BDS e il supporto a Labour Friends of Israel; i critici rispondono che la politica nazionale richiede più che gesti locali: richiede un discorso pubblico capace di difendere con chiarezza la sicurezza degli ebrei britannici, separare la critica legittima dello Stato di Israele dall’odio verso gli ebrei e affrontare le radici interne della crisi dell’antisemitismo nel Partito Laburista.
Per la comunità ebraica, la posta in gioco è alta: da un lato c’è la speranza che un premier con una storia di rapporti personali con le organizzazioni ebraiche dia priorità alla sicurezza e al dialogo; dall’altro c’è la paura che la prudenza, o l’ambiguità, su questioni cruciali si traduca in tutele politiche insufficienti, in un contesto in cui la polarizzazione sul conflitto mediorientale continua a incidere sulla vita pubblica.
La domanda finale
La domanda che molte voci sollevano ora è semplice: Burnham agirà con la stessa sollecitudine e chiarezza che alcuni leader ebrei locali gli riconoscono, o ripeterà scelte comunicative e politiche che, sul piano simbolico, lasciano ampi spazi di incertezza? In altre parole, il prossimo premier metterà la difesa della sicurezza ebraica e la lotta contro l’antisemitismo al centro della sua agenda nazionale, oppure privilegerà una politica di equilibrio che rischia di apparire evasiva quando invece sono richieste posizioni nette.



