di Anna Balestrieri
L’analisi di centinaia di necrologi pubblicati da Hamas e Jihad Islamica ha rivelato che alcune persone precedentemente descritte come giornalisti o civili risultavano invece ricoprire incarichi operativi all’interno delle organizzazioni terroristiche. (Nella foto Mohammed Nasser Abu Huwaidi, a sinistra con la casacca da giornalista, a destra come combattente della Jihad Islamica).
Le organizzazioni terroristiche Hamas e Jihad Islamica Palestinese stanno pubblicando, per la prima volta in modo sistematico, i nomi e i ruoli di molti dei propri combattenti uccisi durante la guerra nella Striscia di Gaza. Secondo un’inchiesta del Times of Israel, queste informazioni stanno portando alla revisione di alcuni casi precedentemente classificati come morti di giornalisti o civili, alimentando il dibattito sulle accuse rivolte a Israele di aver preso deliberatamente di mira operatori dell’informazione.
Le nuove ammissioni di Hamas e Jihad Islamica
Negli ultimi mesi, i canali ufficiali delle ali militari di Hamas e della Jihad Islamica hanno iniziato a pubblicare necrologi dettagliati dei propri membri caduti. Si tratta di una svolta significativa rispetto agli anni precedenti, durante i quali le organizzazioni evitavano quasi sempre di identificare pubblicamente i combattenti uccisi.
L’analisi di centinaia di necrologi ha rivelato che alcune persone precedentemente descritte come giornalisti o civili risultavano invece ricoprire incarichi operativi all’interno delle organizzazioni terroristiche.
Uno dei casi più citati riguarda Ahmed Abu Eisha, collaboratore dell’emittente Palestine Today, legata alla Jihad Islamica. Dopo la sua morte, il Committee to Protect Journalists (CPJ) lo aveva inserito nel proprio elenco dei giornalisti uccisi nella guerra. Tuttavia, un necrologio pubblicato successivamente dalla Jihad Islamica lo ha identificato come comandante di unità e membro della cosiddetta “Central Information Unit” dell’organizzazione.
Il CPJ corregge il proprio database
Le nuove informazioni hanno avuto conseguenze anche sui database internazionali che monitorano le vittime tra i giornalisti.
Il Committee to Protect Journalists ha rimosso negli ultimi mesi almeno otto nomi dal proprio elenco dopo aver concluso che tali individui avevano partecipato direttamente ai combattimenti.
Tra questi figura Mohammed Nasser Abu Huwaidi (nella foto in alto), inizialmente descritto come giornalista del sito d’informazione Al-Istiqlal. Successivamente, la Jihad Islamica lo ha identificato come membro della propria unità di “media militari”. In seguito a ulteriori verifiche, il CPJ ha corretto la classificazione.
Anche Yaqoub Anan al-Bursh, dirigente della radio palestinese Namaa Radio, è stato rimosso dal database dopo che Hamas lo ha identificato come membro di uno dei propri battaglioni nel nord della Striscia.
Un altro caso riguarda Maysara Salah, associato al network Quds News, che secondo una comunicazione di Hamas faceva parte dell’apparato mediatico militare del movimento e combatteva nelle file della Brigata Nord.
Database divergenti e criteri differenti
Non tutte le organizzazioni hanno però aggiornato i propri elenchi.
Alcuni database continuano a classificare come giornalisti persone che, secondo le stesse organizzazioni terroristiche, erano impegnate in attività militari.
Tra questi figurano il database della International Federation of Journalists e il progetto Stop Murdering Journalists, che mantiene un conteggio significativamente più elevato delle vittime della stampa rispetto al CPJ.
Gli amministratori di Stop Murdering Journalists sostengono che il loro compito sia verificare esclusivamente l’attività giornalistica delle persone decedute, senza pronunciarsi sull’eventuale coinvolgimento in organizzazioni armate o sulle circostanze della morte.
Lo studio israeliano
A rafforzare il dibattito contribuisce uno studio pubblicato dal Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center. Secondo la ricerca, basata su documenti pubblici, rapporti dei media palestinesi e materiale recuperato dall’esercito israeliano a Gaza, circa il 60% delle 266 persone identificate come giornalisti o operatori dei media e uccise tra ottobre 2023 e novembre 2025 avrebbe avuto legami con organizzazioni terroristiche oppure ne sarebbe stato membro.
I risultati dello studio sono tuttavia contestati da diverse organizzazioni internazionali per la libertà di stampa, che chiedono verifiche indipendenti.
Il caso Al Jazeera
La questione è tornata alla ribalta dopo l’uccisione, avvenuta il 21 giugno 2026, di Ahmed Samir Muhammad Washah, operatore video dell’emittente qatariota Al Jazeera.
L’esercito israeliano ha dichiarato che Washah era contemporaneamente un membro dell’ala militare di Hamas e che stava partecipando alla pianificazione di attacchi contro le forze israeliane. Al Jazeera ha respinto con forza tali accuse, definendo la sua uccisione un “crimine efferato”.
Israele sostiene inoltre di aver recuperato nel 2024 documenti che dimostrerebbero l’appartenenza di sei giornalisti attivi di Al Jazeera a Hamas o alla Jihad Islamica.
Le critiche delle organizzazioni per la libertà di stampa
Le associazioni internazionali dei giornalisti continuano comunque a esprimere forte preoccupazione per il numero di operatori dell’informazione uccisi durante il conflitto.
La Foreign Press Association ha ricordato che, in base alle Convenzioni di Ginevra, i giornalisti devono essere considerati civili e protetti come tali, a condizione che non partecipino direttamente alle ostilità.
L’organizzazione ha inoltre criticato Israele per il divieto imposto da anni ai giornalisti stranieri di entrare liberamente nella Striscia di Gaza, sostenendo che l’assenza di osservatori indipendenti renda più difficile verificare le informazioni provenienti dall’enclave palestinese.
Non solo giornalisti
Tra queste vi è Ahmed Abu al-Atta, descritto nel 2024 come calciatore palestinese e la cui morte aveva suscitato condanne internazionali. Un recente necrologio di Hamas lo identifica invece come vice comandante dell’unità missilistica della Brigata di Gaza City.
Anche Ahmed Khamis Abu Younis, sessantaseienne considerato inizialmente un civile, è stato successivamente indicato da Hamas come membro di un battaglione della Brigata Rafah e coinvolto in attività militari prima della sua morte.
Le nuove rivelazioni non risolvono il dibattito sulle vittime civili della guerra di Gaza, ma evidenziano la complessità della distinzione tra operatori dell’informazione, civili e membri di organizzazioni armate in un conflitto caratterizzato da informazioni spesso difficili da verificare in modo indipendente.



