“Spingete i vostri leader alla pace”

Mondo

di Avi Shalom

Impariamo a guardare con gli occhi del nemico. Solo un movimento dal basso porterà alla pace. Solo se voi, solo se la gente si muoverà, i politici inseguiranno.

Spingete i vostri leader alla pace. Con un discorso travolgente e ispirato di quasi un’ora all’Universita’ di Gerusalemme, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si e’ rivolto ieri, 21 marzo, direttamente ai giovani israeliani per dire loro che ”la pace e’ necessaria, e’ giusta, e’ possibile”. Ma anche per avvertirli – con un’inedita ‘invasione di campo’ quasi a scavalcare l’attuale vertice politico d’Israele – che talora occorre spronare e magari forzare i governanti: poiché ”i capi politici non assumono rischi se non e’ il popolo a invocarli”.

”Voi – ha scandito Obama parlando a una generazione di giovani che di recente ha animato una forte protesta sociale e che nelle ultime elezioni ha portato alla ribalta partiti nuovi – dovete forgiare il cambiamento che volete vedere”.

Un discorso – tenuto al ritorno da Ramallah, dopo un incontro con il presidente dell’Autorita’ nazionale palestinese Abu

Mazen, durante il quale lo Stato di Palestina era stato evocato come un diritto e le colonie ebraiche nei Territori come un ostacolo – che appare di implicita dissociazione dalla leadership a trazione nazionalista di Benyamin Netanyahu. Con quest’ultimo che ha preferito evitare polemiche, ma ha comunque riservato un ringraziamento piuttosto freddo al presidente limitato al sostegno ”incondizionato” dell’alleato americano a Israele e al suo impegno verso una pace che garantisca ”la sicurezza dei cittadini” dello Stato ebraico. Per un verso quello di Obama e’ stato in effetti, secondo alcuni analisti, il discorso piu’ appassionato a favore di Israele mai pronunciato dal presidente degli Usa. Ma d’altra parte l’inquilino della Casa Bianca – che aveva scelto di non parlare alla Knesset – non ha mancato di spargere, delicatamente, sale sulle ferite aperte del conflitto. Gli studenti, in ogni modo, ne sono rimasti trascinati e si sono

alzati decine di volte in piedi ad applaudire entusiasti, anche per sottolineare i passaggi piu’ spinosi. In un solo momento un giovane (un arabo-israeliano dell’Universita’ di Haifa) ha osato dargli sulla voce. ”Liberi la Palestina!”, ha esclamato. Obama, serafico, ha replicato: ”Ora si’ che mi sento come a casa mia…”.

Alla ricerca delle radici comuni tra Stati Uniti e Israele, Obama ha scavato in profondita’. Nell’imminenza della Pasqua

ebraica, che ricorda la fuga degli ebrei dalla schiavitu’ d’Egitto e la loro ritrovata liberta’ nella Terra Promessa, ha

rilevato che quel racconto e’ sempre stato fonte di ispirazione per l’umanità e in particolare per gli afro-americani. Nella sua narrazione e’ balenato anche il suo maestro di pensiero Martin Luther King, ”che come Mose’ non e’ riuscito a raggiungere la Terra Promessa”, ma ha affidato la missione a un successore.

Obama ha assicurato alla platea che gli assilli sulla sicurezza d’Israele gli sono ben noti. Ma lo Stato ebraico e’ una potenza regionale, ha aggiunto, e poi in ebraico ha gridato: ”Atem lo-Levad !”, ossia, ‘non siete soli!’. Perche’ il sostegno degli Stati Uniti non verra’ mai meno.

Ma Obama ha poi chiarito di aver attraversato l’Oceano per chiedere a quei giovani di ”guardare il mondo anche con gli occhi dei palestinesi”, di mettersi ”nelle loro scarpe”.

Perche’ ”il punto e’: quale futuro volete?”.  Gia’, perche’ la potenza militare e i sistemi di difesa non bastano mai. Occorre dunque realizzare la pace: non solo poiche’ e’ necessaria, ma anche perche’ e’ giusta. Perche’ i palestinesi hanno diritto all’autodeterminazione, a essere un popolo libero nella loro terra. Perche’ le colonie sono controproducenti. Perche’ la violenza dei coloni va punita. Perche’ dietro l’angolo c’e’ un futuro di prosperita’, per tutti i popoli della regione. Occorre solo avere coraggio: come Menachem Begin e Yitzhak Rabin, che firmarono accordi di pace coi loro vicini. Ed imparare anche dal fondatore di Israele, David Ben Gurion, secondo cui ”in questa terra, per essere realisti, bisogna credere nei miracoli”.

Niente blandizie, niente minacce. Quarantacinque minuti a cuore aperto per dire alla nuova generazione d’Israele che ormai si trova a un bivio: vuole proseguire lungo la strada difensiva indicata da Benyamin Netanyahu, oppure e’ disposta a seguire gli insegnamenti d’intellettuali come David Grossman, capace di credere alla pace anche davanti allo strazio di un figlio morto in guerra? ”Solo voi – e’ stato il suo messaggio – potete determinare quale genere di democrazia avrete”.

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