Speciale ebraismo e ambiente: La Terra è per noi, ma non sarà mai “nostra”

di Marina Gersony, Ester Moscati, Ilaria Ester Ramazzotti

Incendi, siccità, carestie. Effetto serra e climate change… Come si esprime l’ebraismo in merito?  «E il Signore piantò un giardino in Eden e pose l’uomo in questo paradiso perché lo coltivasse e lo custodisse…». Più che mai attuali, è con queste parole che Bereshit/Genesi sintetizza il rapporto tra Uomo, Natura e Ambiente. Ne deriva l’obbligo di lavorare e aver cura del Creato, non un cieco e forsennato sfruttamento che porterebbe solo desertificazione, povertà e distruzione.  Una lezione quanto mai attuale… «perché ciò che ti è stato dato devi saperlo meritare»

Riscaldamento globale, effetto serra, cambiamenti climatici, inondazioni e incendi devastanti, siccità e carestie. L’Australia brucia, disseminata di corpi di canguri, koala e dromedari; Amazzonia, Siberia e California andate in fiamme, Filippine inghiottite dai vulcani, Venezia sotto un metro e novanta centimetri d’acqua. Balene spiaggiate in Scozia con nello stomaco 100 chili di spazzatura e plastica; pellicani con le ali imbrattate di petrolio, tonnellate di pesci morti e di folaghe che non voleranno più ogni qual volta il carico di una petroliera finisce nell’oceano. Scenari apocalittici che giustificano i proclami di Greta Thunberg e che mobilitano i giovani dai quattro angoli del globo. Il Pianeta è impazzito? Si avvicina la fine del mondo? Quanto di tutto questo, ci si chiede, è diretta responsabilità dell’uomo e quanto invece fa parte di un ciclo epocale, un’era geologica e terrestre fatta di stravolgimenti come Gea ha già conosciuto nei milioni di anni passati?

Climatologi e scienziati sono d’accordo nel dire che l’impatto dell’uomo, negli ultimi due secoli almeno, ha avuto un peso niente affatto trascurabile.
Il 97 per cento degli studiosi sostiene oggi la causa antropica. Il documento che lo attesta è stato pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters e si basa su sette studi indipendenti, usciti più o meno in concomitanza con il summit di Parigi del 2015, dove 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale. L’accordo definiva un piano d’azione, inteso a limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2º C, ridurre le emissioni di CO2, minimizzare i rischi pur riconoscendo che i Paesi in via di sviluppo non possono pagare il fatto che il mondo “civilizzato” è cresciuto grazie allo sfruttamento intensivo delle risorse.
Ma da allora ben poco è cambiato, e oggi sono i giovani di tutto il mondo a chiedersi How you dare?, Come osate consegnarci un mondo agonizzante?, (tanto per parafrasare Greta), e sono i ragazzi a protestare e pretendere che sia protetto il loro futuro. L’Europa di Ursula von der Leyen risponde in questi giorni con una promessa impegnativa: il Green deal, un piano di investimenti, approvato il 14 gennaio, per i prossimi dieci anni. Prevede di dedicare un quarto del proprio bilancio alla lotta ai cambiamenti climatici. Si tratta di mobilitare mille miliardi di euro per raggiungere, nel 2050 il traguardo di “emissioni zero”.

La salvaguardia dell’ambiente naturale è un tema che l’ebraismo conosce da sempre, fin dall’inizio, da Bereshit. Il rispetto per il Creato, il riposo della terra, la protezione della natura…: tutti punti di estrema attualità che trovano già nelle Scritture un’ampia trattazione; sono numerose le fonti rabbiniche, midrashiche e talmudiche.
A Bet Magazine, Rav Alfonso Arbib spiega l’origine e il valore di questo legame e gli elementi che lo caratterizzano (vedi pag. 14).
In Israele sono problemi quotidianamente affrontati con l’uso di tecnologie all’avanguardia per la gestione delle acque, per l’utilizzo di energie rinnovabili, per la lotta alla desertificazione. Israele ha dovuto fronteggiare tali questioni fin dalla sua fondazione, per la conformazione del suo territorio, la scarsità di precipitazioni, le difficoltà politiche all’approvvigionamento petrolifero. Così lo Stato ebraico è diventato un precoce laboratorio per capire come affrontare condizioni climatiche estreme, che solo negli anni più recenti sono diventate una fonte di preoccupazione a livello planetario. Per questo motivo, Israele ha molto da insegnare al mondo e proporre invenzioni e scoperte di cui tutti possono beneficiare (vedi pp. 16-17) grazie anche all’impegno costante e ormai ultracentenario del KKL (vedi pag. 20). Ma il tema della responsabilità etica collettiva nella sostenibilità ambientale tocca mondi diversi, da quello dell’educazione (abbiamo incontrato docenti della Scuola ebraica per capire come il tema viene affrontato in aula) alla moda e al lifestyle (vedi pp. 18-19).
Ester Moscati

Italia-Israele: la cooperazione

Anche sul tema del rispetto per l’ambiente, è sempre più stretta e proficua la cooperazione scientifico-industriale fra Italia e Israele. Molte le iniziative in corso. Una fra tutte, la pubblicazione lo scorso autunno di un bando per la raccolta di progetti congiunti per il 2020 da parte del Ministero per gli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale. I progetti, selezionati in diverse aree tecnologiche – tra cui ambiente, trattamento delle acque, nuove fonti di energia, alternative al petrolio, sfruttamento delle risorse naturali e non solo – riceveranno un contributo delle spese in accordo delle rispettive leggi e procedure nazionali in vigore.
In breve, l’interesse a formare una maggiore coscienza nei confronti dell’ambiente in cui viviamo, soprattutto fra i giovani, è un obiettivo sempre più sentito dai due Paesi, accomunati da una sfida che si traduce in formule didattiche innovative: come per esempio l’edizione 2019 del viaggio di studio “Alla scoperta di Israele”, riservata agli studenti delle scuole superiori italiane.

Il viaggio, che si avvaleva fra l’altro di un contributo dei fondi 8 per mille dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, prevedeva un programma intenso e di grande interesse. (Viaggio in Israele: ecologia e sviluppo sostenibile tra deserto e XXI secolo – vedi sito ww.israele.net). «Non è turismo – recita il comunicato –. Non è un pellegrinaggio. È un viaggio di studio e apprendimento centrato su Ecologia e sviluppo sostenibile tra deserto e XXI secolo, un tema su cui Israele offre un’incredibile quantità di esperienze da conoscere: dalla gestione dell’acqua allo sviluppo di energie rinnovabili, dalle invenzioni per l’agricoltura in zone aride alla “resurrezione” della palma di Giudea». Dunque un’esperienza ricca di spunti per gli studenti che, accompagnati da guida professionale in italiano e da docenti con una lunga esperienza di viaggi di studio in Israele, hanno avuto la possibilità di imparare sul campo. Tutto questo grazie all’Associazione Amici dell’Università di Gerusalemme, uno dei più prestigiosi atenei del mondo, nata con l’idea di creare un’associazione accademica con lo scopo di promuovere continui scambi culturali ad alto livello fra questa e le università/scuole italiane. Del resto, ça va san dire, Israele possiede da sempre un ragguardevole know how e una spiccata attenzione nei confronti dell’ambiente: «Educare. Amare. Proteggere» sono le parole chiave della Society for the Protection of Nature in Israel (SPNI). Fondata nel 1953, è la principale organizzazione no profit ambientale di Israele che da oltre 60 anni si dedica alla protezione e alla conservazione delle risorse naturali, dell’ambiente e del paesaggio. Il lavoro svolto da SPNI determinerà come sarà la terra di Israele per le generazioni a venire. Ma anche un bell’esempio per tutti quei Paesi accomunati dal desiderio di salvaguardare il Pianeta. (https://natureisrael.org/)
Marina Gersony

L’educazione Ambientale

«L’educazione ambientale nelle scuole è fondamentale, deve essere parte dei programmi e delle attività didattiche, così come l’educazione civica – osserva Riccardo Cabrini, docente di Matematica e Scienze per la scuola secondaria di primo grado e biologo ambientale, consulente tecnico d’ufficio del Tribunale di Milano -. Le nuove generazioni sono poco sensibilizzate alla raccolta differenziata, all’evitare gli sprechi e alla salvaguardia in genere dell’ambiente, bene prezioso e comune. I ragazzi di oggi dovrebbero essere portati più spesso sulle montagne, davanti a paesaggi marini da mozzare il fiato, per far loro scoprire le bellezze che rischiano di andare perdute. Deve accrescere dentro di loro maggiore consapevolezza. È un percorso complesso, ma che non possiamo esimerci dal portare avanti».
Fuori dall’ambito scolastico, il docente si occupa di reati contro l’ambiente e valutazioni ambientali: «I reati più gravi e più frequenti in Italia riguardano la gestione e il trasporto abusivo di rifiuti, dove spesso sono coinvolte anche associazioni mafiose. Dai dati ISTAT 2018 – puntualizza l’esperto –, si evince come Lombardia, Campania e Lazio siano le regioni con maggiore frequenza di reati legati ai rifiuti molto pericolosi per l’ambiente, in particolare riguardo a suolo, acqua e aria. Il percolato derivante dall’abbandono o dallo stoccaggio di rifiuti in aree non idonee, può provare l’inquinamento del suolo sottostante e spesso anche delle falde acquifere. Lo smaltimento dei rifiuti stoccati abusivamente mediante incenerimento non controllato, altera la qualità dell’aria e non solo nelle immediate vicinanze del luogo di discarica». Il docente spiega quindi di come una legge, la 68/2015, riformi in modo consistente lo spettro dei reati contro l’ambiente introducendo nel codice penale un nuovo titolo dedicato ai “Delitti contro l’ambiente”.
L’importanza di una maggiore conoscenza dei temi ambientali la ribadisce a sua volta Franca Morpurgo, professoressa della Scuola ebraica di Milano che ci parla del percorso iniziato con gli studenti. Spiega: «Quest’anno ho adottato un nuovissimo libro di scienze incentrato sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, una priorità riconosciuta a livello globale da quando i 193 Paesi membri dell’ONU hanno sottoscrittto il programma d’azione che si propone il raggiungimento entro il 2030 di 17 obiettivi, molti dei quali chiamano in causa direttamente le scienze. Tuttavia –, prosegue la professoressa –, gli obiettivi sono trasversali a tutte le discipline ed è per questo che i consigli di classe delle prime medie hanno scelto l’Agenda 2030 da perseguire durante il triennio. Dopo aver discusso in classe proponendo la flipped classroom – ossia il capovolgimento del processo didattico in cui si sfidano gli alunni ad affrontare e a risolvere un problema –, due studenti, di cui uno per classe, sono stati invitati a fare una presentazione al computer, anche con Power Point sull’Agenda 2030».
Cosa può fare ognuno di noi per contribuire allo Sviluppo Sostenibile? «Ad esempio stiamo affrontando il tema dell’acqua: dopo averne illustrato le caratteristiche chimico-fisiche, i ragazzi vengono guidati a individuare gli obiettivi dell’Agenda 2030 correlati e a prenderne consapevolezza. Vengono quindi indirizzati a una corretta raccolta di informazioni, ad argomentare le proprie proposte, a guardare al futuro orientando con responsabilità le proprie scelte e a raggiungere la piena consapevolezza che con l’impegno di ognuno di noi si può dare un futuro alla vita del Nostro Pianeta. E quando due allieve mi informano che hanno deciso di non utilizzare mai più utensili di plastica “usa e getta” per il loro pranzo perché la plastica inquina, so che qualcosa di giusto è stato fatto».
Marina Gersony e Ilaria Ester Ramazzotti

Ebraismo e natura

«Dobbiamo imparare un modo di risiedere sulla Terra senza possederla, senza saccheggiarla, ci avverte Mosè; e ancor di più se parliamo della terra di Israel, che è la Terra del Dono, una terra che sfugge alla captazione – così spiega Haim Baharier, ermeneuta e filosofo -. Come Dio ha creato per sei giorni e poi si è ritirato per rendere libero l’uomo, così anche l’uomo deve saper liberare la terra, ritirandosi. Mi spiego meglio: per sei giorni Dio crea e organizza la Natura, rende quindi il suo operato indagabile e conoscibile all’uomo attraverso Leggi e percorsi di conoscenza scientifici, fisici, chimici, botanici, zoologici, psicologici… Poi, per poterla finalmente donare all’uomo, Lui si ritira, fa spazio, sgombra il campo, si fa da parte, come una madre col figlio che cresce. Questa è haTeva, la Natura, che non a caso ha la stessa Ghematria di Elohim, lo stesso numero qabbalistico del nome di Dio. Fondando la conoscenza e le leggi naturali, il Creatore fonda la libertà dell’uomo, la possibilità di indagare il Creato. Insomma, con haTeva intendiamo la parte strutturale, indagabile e conoscibile della Creazione. Il Creatore si ritira e lascia la Natura, haTeva al suo posto; e mai e poi mai si identifica con essa; si ritira per regalare all’uomo la facoltà di osservare l’Opera e interpretarla».
Nell’ebraismo, quindi, il legame fra uomo e natura è molto stretto. Lo sappiamo dal racconto della creazione del mondo contenuto in Bereshit/ Genesi e autorevoli Maestri si sono espressi sul tema: rav Elio Toaff z.l. tenne una conferenza, già nel lontano 1974, intitolata I rapporti Uomo-Natura nella filosofia e nella tradizione ebraiche, segno che l’attenzione per questa interazione, essenziale e vitale, è per l’ebraismo un argomento non contingente, non “di moda” né di stretta attualità, ma molto più profondo, fondante e identitario.

“Le piante, gli animali, i pesci furono creati dalla parola del Signore che si tramutava in attività spontanea della natura – spiegava Rav Toaff – ; l’uomo venne creato, venne formato, da Dio stesso. Mentre la parola divina suscita le forze della natura che danno origine alle piante e agli animali, l’uomo viene distinto da ogni altro essere creato. Il Signore poi benedice con identica espressione piante, animali e uomo, invitandoli a crescere e a moltiplicarsi. Ma per l’Uomo aggiunge l’invito a dominare la terra e quanto in essa si trova cosicché siano a lui soggette la terra stessa, le piante e gli animali”.
Si tocca qui un punto cruciale, legato al modo e alla misura in cui l’essere umano può agire sulla natura: se “il Signore aveva in un primo momento creato un perfetto equilibrio nel Creato, ora potrebbe sembrare, col dominio dell’uomo sulla terra, che tale equilibrio possa essere minacciato.
Infatti se quel potere concessogli venisse inteso come permissione di ogni arbitrio da parte dell’uomo, lo sconvolgimento dell’ordine dato da Dio alla Natura potrebbe apparire giustificato. Ma non è così che si deve intendere il potere dell’uomo sul Creato – sottolineava Rav Toaff -: egli è autorizzato solo a servirsi e a godere di ciò che Dio ha messo in essere, ma non può e non deve alterare quell’equilibrio per il quale il Signore, contemplando ciò che aveva fatto, giudicò essere Tov Meod: perfetto”. Si evince nella Genesi il concetto di “benevolenza di Dio verso l’uomo, che ne rispecchia l’immagine e la somiglianza. L’immagine, in quanto è uno come il suo Creatore è Uno, la somiglianza, perché ne può imitare l’azione, la potenza creatrice. Nel momento stesso in cui Dio cessa di creare, l’Uomo ne continua l’azione e diviene in tal modo suo socio e collaboratore nell’opera della Creazione – evidenzia Rav Toaff -. L’uomo è dunque l’essere più nobile in quanto, per la sua stessa struttura e per le sue doti intellettuali, risulta essere più vicino al suo Creatore, che lo ha posto in una posizione privilegiata. Ma tutto questo non deve inorgoglire l’uomo che, sia pure nella sua posizione di privilegio, non ha il diritto di ritenersi il centro dell’universo, il padrone dispotico di tutto ciò che esiste. Egli deve sempre ricordare che al di sopra di tutto c’è Dio e che nessuno, neanche l’Uomo, può permettersi alcun arbitrio nei confronti di quell’armonia e di quell’equilibrio, che Egli pose nel mondo”.
Ma in che modo l’essere umano può collaborare in senso costruttivo al mantenimento del Creato e del suo equilibrio? “Piantare alberi è un precetto affermativo attraverso la cui esecuzione l’uomo collabora con Dio all’opera della creazione e impara a rispettare la natura. I dottori hanno affermato, già venti secoli fa, che le piante non solo vivono, ma parlano tra di loro attraverso lo stormire delle loro fronde e quando un albero viene abbattuto il suo grido si ode su tutta la terra. È un grido che l’uomo, purtroppo, non percepisce ma, solo che lo potesse udire, lo farebbe riflettere sui danni immensi che egli con la sua azione distruttrice va producendo a quell’equilibrio che Dio ha stabilito nel mondo”. Qual è quindi l’effetto sul mondo dell’azione che l’uomo esercita nei confronti della natura? “Dal momento in cui il mondo venne creato fino a quando il mondo non ritroverà la perfetta armonia, con la venuta del Messia, il rapporto Uomo-Natura gioca un ruolo di importanza fondamentale. C’è una legge che regola i rapporti tra Uomo e Dio e un’altra che regola i rapporti tra l’Uomo e la Natura; dal rispetto di queste leggi dipende l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’Uomo e della Natura. Oggi purtroppo assistiamo – scriveva già Rav Toaff nel 1974 – con viva preoccupazione alla distruzione di quei beni naturali che sono indispensabili per la vita dell’uomo e ci rendiamo conto di come l’inquinamento degli elementi essenziali per la vita umana, l’atmosfera, le acque, l’ambiente, distruggendo la natura, mettono in pericolo la vita di animali, uccelli, pesci e la stessa vita umana. Da parte di molti si cerca ora di porre un riparo a questa situazione disastrosa e si suggeriscono rimedi che tengono conto solo di elementi e di fattori che hanno attinenza con l’azione dell’uomo nei confronti dell’ambiente, ma nessuno ha ancora pensato che per correggere seriamente tutti gli errori commessi contro la natura occorre prima trovare i mezzi per liberare l’animo umano da quegli elementi che lo hanno così gravemente inquinato da fargli perdere la nozione della funzione dell’uomo nel mondo”. Dice un Midrash (Kohelet Rabbà VII-28): “Dio disse all’uomo: guarda le mie opere come sono belle e degne di lode! Tutto quanto Io l’ho creato per te. Stai attento a non rovinare o a distruggere il mio mondo perché, se farai così, non ci sarà dopo di te chi potrà porre rimedio ai tuoi danni. Sono parole profetiche; il mondo è già abbastanza rovinato dagli uomini e rischia di essere distrutto. “Se essi però sapranno purificare il loro spirito tornando a riconoscere Dio come unico padrone del mondo e la Natura come suo dono da curare come un bene di inestimabile valore, allora, forse, potranno sperare di porre rimedio a tanti danni e a così grandi rovine”.
Ilaria Ester Ramazzotti