di Nina Deutsch
Oltre 170.000 domande presentate da vittime delle persecuzioni naziste e dai loro discendenti. Dal 2023, circa il 45% delle richieste arriva da cittadini israeliani. Una scelta che intreccia memoria storica, timori geopolitici e ricerca di un futuro più sicuro in Europa.
C’è un dato che racconta, meglio di molte dichiarazioni, il rapporto complesso tra la Germania e la sua storia: sempre più ebrei, da ogni parte del mondo, chiedono di diventare cittadini tedeschi. E a guidare questa tendenza è Israele, il Paese la cui nascita fu profondamente segnata anche dalla tragedia della Shoah.
Secondo un’inchiesta della Jüdische Allgemeine, negli ultimi anni sono state presentate oltre 170.000 domande di naturalizzazione da parte di persone perseguitate dal nazismo e dei loro discendenti. Ma è soprattutto un dato a colpire: dal 2023, circa il 45% delle richieste di cittadinanza attraverso le procedure di restituzione proviene da cittadini israeliani.
Un fenomeno in forte crescita, che porta con sé una contraddizione solo apparente. Per molti discendenti di famiglie costrette a fuggire dalla Germania, il passaporto tedesco non rappresenta una scelta di appartenenza nazionale, né una riconciliazione definitiva con il passato. È piuttosto il recupero di un diritto negato, ma anche, sempre più spesso, una forma di tutela personale e familiare.
La Germania, da cui i loro antenati furono espulsi, perseguitati o privati della cittadinanza, torna così a essere un possibile punto di riferimento. Non necessariamente una destinazione, ma una porta aperta sull’Europa.
Una legge nata per riparare un’ingiustizia
Alla base di questa possibilità c’è una disposizione costituzionale che affonda le radici nella Germania del dopoguerra. L’articolo 116, paragrafo 2, della Legge fondamentale riconosce il diritto alla restituzione della cittadinanza a chi ne fu privato tra il 1933 e il 1945 per ragioni politiche, razziali o religiose, estendendolo anche ai discendenti.
Una norma che non riguarda soltanto chi possedeva già un passaporto tedesco e se lo vide revocare. Nel 2021, infatti, la legislazione è stata ampliata per includere anche coloro che, a causa delle persecuzioni naziste, non poterono mai ottenere la cittadinanza, pur avendone i requisiti. Nella maggior parte dei casi, si tratta di ebrei perseguitati durante l’Olocausto.
La platea dei beneficiari si è così allargata a figli, nipoti e generazioni successive di famiglie costrette all’esilio, spesso dopo aver perso casa, lavoro, beni e legami con il proprio Paese.
La naturalizzazione per restituzione non è dunque una concessione discrezionale dello Stato tedesco, né una normale procedura migratoria. È il riconoscimento di un diritto legato a una responsabilità storica.
I numeri di un fenomeno in accelerazione
Le cifre più recenti restituiscono la dimensione di questa tendenza. Nel 2025, secondo i dati riportati, le naturalizzazioni concesse attraverso le procedure di restituzione sono aumentate di quasi il 60%, superando quota 11.500.
A ottenere il passaporto tedesco sono state soprattutto persone con cittadinanza israeliana: 5.924, contro le 3.640 dell’anno precedente. Seguono i cittadini statunitensi, con 2.995 naturalizzazioni, rispetto alle 2.025 del 2024.
Altri 1.508 casi hanno riguardato persone provenienti da Paesi europei.
La crescita non è soltanto numerica. Cambia anche la geografia delle richieste e, con essa, il significato che il passaporto tedesco assume per chi lo domanda.
Per molti anni, la restituzione della cittadinanza è stata soprattutto una questione di memoria familiare, di ricostruzione genealogica e di riconoscimento di un torto subito. Oggi, senza perdere questa dimensione, si intreccia sempre più con esigenze pratiche: mobilità, studio, lavoro e sicurezza. Il passaporto diventa così un documento che guarda contemporaneamente al passato e al futuro.
Israele, il 7 ottobre e la ricerca di un piano B
Per il sociologo Lukas Fuchs, del Centro tedesco per la ricerca sull’integrazione e la migrazione (DeZIM), l’impennata delle richieste è legata anche ai cambiamenti geopolitici. Ma è soprattutto in Israele che il fenomeno ha assunto proporzioni particolarmente significative.
Il 2023 rappresenta uno spartiacque. Il 7 ottobre, l’attacco terroristico di Hamas contro Israele e la successiva guerra a Gaza hanno alimentato un clima di profonda insicurezza, spingendo una parte della popolazione a interrogarsi sulle proprie possibilità di protezione e di futuro.
«Nella maggior parte dei casi è una misura di sicurezza», osserva Fuchs. «Avere un piano B si è dimostrato utile nella storia ebraica».
Non si tratta necessariamente di una decisione immediata di lasciare Israele. Per molti, la cittadinanza tedesca può rappresentare piuttosto una garanzia da conservare, una possibilità da utilizzare qualora le circostanze dovessero cambiare.
La memoria storica pesa in questa scelta. Negli anni Trenta, mentre gli ebrei tedeschi cercavano disperatamente di fuggire dalle persecuzioni, molti Paesi chiusero le porte all’accoglienza. Le restrizioni all’immigrazione e il rifiuto di concedere rifugio contribuirono a trasformare l’esilio in una tragedia senza vie d’uscita.
Quell’esperienza, trasmessa attraverso le generazioni, continua a influenzare il modo in cui molte famiglie ebraiche guardano alla sicurezza.
Il passaporto tedesco, in questo contesto, non è soltanto il simbolo di una restituzione. È anche una forma di assicurazione contro l’incertezza.
Brexit, Trump e il richiamo dell’Europa
Israele non è però l’unico Paese da cui arrivano le domande. Anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti l’interesse è cresciuto, spinto da ragioni differenti.
La Brexit ha rappresentato un primo momento decisivo. Con l’uscita britannica dall’Unione europea, molti ebrei del Regno Unito con origini tedesche hanno cominciato a guardare alla cittadinanza di un Paese membro come a un modo per conservare i diritti di mobilità e soggiorno nell’Unione.
Negli Stati Uniti, invece, l’interesse è aumentato anche dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Per alcuni cittadini americani di origine ebraico-tedesca, il passaporto europeo può offrire un’alternativa in un contesto politico percepito come più incerto. Diverso, invece, il caso italiano, dove la richiesta di cittadinanza tedesca risponde a motivazioni che vanno ben oltre i vantaggi pratici legati alla libera circolazione in Europa.
Dall’Italia, una scelta che guarda alle radici
Ci sono anche alcuni ebrei italiani che chiedono di recuperare la cittadinanza tedesca, pur non avendone bisogno per vivere, lavorare o studiare in Europa: il passaporto italiano garantisce già questi diritti. Questa scelta può avere soprattutto un significato storico e familiare: riappropriarsi di una cittadinanza che i propri antenati persero a causa delle persecuzioni naziste, ricomponendo un legame spezzato dalla storia.
C’è anche un aspetto pratico: la procedura di restituzione è generalmente gratuita, salvo eventuali spese per documenti e certificazioni, non richiede di conoscere il tedesco né di trasferirsi in Germania e consente di mantenere la cittadinanza italiana.
Quanti siano gli ebrei italiani che presentano domanda, tuttavia, non è possibile stabilirlo con precisione. Le statistiche tedesche registrano le naturalizzazioni in base alla cittadinanza precedente, ma non distinguono l’appartenenza religiosa o l’identità ebraica. Le richieste provenienti dall’Italia confluiscono quindi nei dati complessivi relativi ai cittadini dei Paesi europei.
Le motivazioni, dunque, cambiano da Paese a Paese. Se per molti israeliani il passaporto tedesco rappresenta anche una possibile garanzia di sicurezza, per gli italiani può essere soprattutto un modo per recuperare un diritto familiare e trasformare una memoria dolorosa in un’opportunità per le nuove generazioni.
Una Germania diversa agli occhi delle nuove generazioni
Tra le diverse motivazioni emerse, quella israeliana resta di fatto la più significativa, non soltanto per le dimensioni del fenomeno, ma anche per ciò che rivela sul rapporto tra memoria traumatica e aspettative per il futuro. In questo senso, secondo Fuchs, un ulteriore elemento merita attenzione: l’immagine della Germania presso molti giovani israeliani.
Per una parte di loro, soprattutto tra coloro che non hanno mai visitato il Paese, la Germania appare oggi come una democrazia liberale, pluralista e stabile. Un luogo in cui studiare, lavorare e costruire una vita, eventualmente senza rinunciare alla propria identità israeliana. La cittadinanza tedesca può aprire le porte delle università europee, facilitare gli spostamenti e offrire opportunità che altrimenti richiederebbero procedure più complesse.
In alcuni casi, sono proprio genitori e nonni a presentare le domande per sé e per i familiari più giovani, pensando alle possibilità che il documento potrà garantire negli anni. È un passaggio che racconta anche una trasformazione generazionale. Per chi ha vissuto direttamente la persecuzione, la Germania può restare il luogo della perdita e dell’espulsione. Per i discendenti, senza cancellare quella storia, può diventare anche uno spazio di opportunità.
La memoria quindi non scompare: cambia il modo in cui viene vissuta. E quelle oltre 170.000 domande mostrano quanto le ferite della storia continuino a lasciare il segno, anche a distanza di generazioni. Ma raccontano anche la possibilità, per chi ne fu privato, di tornare a scegliere liberamente il proprio futuro.



