Il premier della Polonia Mateusz Morawiecki

Polonia, continuano le polemiche sulla legge sulla Shoah. Il premier: “Ci furono anche criminali ebrei”. L’ira di Israele

Mondo

di Ilaria Myr
Continua a far discutere la legge entrata in vigore in Polonia il 6 febbraio dopo la firma del presidente Duda, che prevede fino a tre anni di carcere per chiunque definisca ‘polacchi’ i lager nazisti. Durante la Conferenza sulla Sicurezza a Monaco, sabato 17 febbraio il premier polacco Mateusz Morawiecki (nella foto) ha riacceso la polemica sostenendo che durante la Shoah “ci furono colpevoli polacchi, così come ci furono colpevoli ebrei”.

Come racconta la Repubblica, il premier polacco lo ha fatto rispondendo alla domanda di un giornalista Ronen Bergman, che gli ha chiesto: “mia madre è scappata dalla Gestapo in Polonia poco dopo aver saputo che i suoi vicini polacchi l’avevano denunciata: se raccontassi questa storia sarei considerato un criminale nel suo Paese?”. Alla domanda, evidentemente provocatoria, Morawiecki ha risposto: “Non sarà incriminabile per aver detto che c’erano criminali polacchi, se aggiungerà che c’erano anche criminali ebrei, russi, ucraini, e tedeschi“. Ricordando di fatto che l’obiettivo della legge, che prevede fino a 3 anni di carcere, è difendere l’onore della Polonia occupata dai nazisti.

La dura reazione di Israele 

L’intervento del premier polacco ha scatenato nuovamente l’ira del premier israeliano Benjamin Netanyahu,  che già dopo l’approvazione della legge aveva criticato fortemente il governo polacco: “Le sue parole, tanto qui nel contesto di Monaco sono oltraggiose. Dimostrano la sua incapacità a comprendere la storia e la mancanza di sensibilità per la tragedia del popolo ebraico”.

Lo stesso presidente israeliano Reuven Rivlin ha definito la dichiarazione del premier polacco “una nuova caduta. Oggi più che mai dobbiamo lavorare a educare il mondo, anche alcuni dei suoi leader, su quel periodo buio, i terribili crimini commessi dai nazisti e i loro sostenitori”.

Dal canto suo il premier polacco ha cercato, domenica 18 febbraio, di riallacciare i rapporti con Israele, facendo appello su Twitter a un dialogo, criticando allo stesso tempo la collaborazione ai crimini nazisti di “alcuni” soggetti. Nel tentativo di minimizzarne le dichiarazioni, l’ufficio stampa del premier polacco ha dichiarato che non erano antisemite e che non era sua intenzione negare il genocidio degli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale. “Le dichiarazioni del premier dovrebbero essere interpretate come un sincero appello alla discussione dei crimini commessi contro gli ebrei durante la Shoah, indipendentemente dalla nazionalità di chi era coinvolto in questi crimini – si legge in una nota -. Le sue parole non avevano alcuna intenzione di negare la Shoah o attribuire alle vittime ebree la responsabilità del genocidio perpetrato dai nazisti tedeschi”. Morawiecki ha “ripetutamente e categoricamente” rifiutato l’antisemitismo e la negazione dell’olocausto, dichiara il suo ufficio stampa, aggiungendo che Varsavia “vuole continuare a dialogare con Israele nello spirito della verità e delle reciproca fiducia”.

Gli istituti di ricerca sull’ebraismo polacco: “la legge limita la ricerca e l’insegnamento”

All’indomani delle dichiarazioni del premier polacco, si sono espressi sul contenuto della legge ancheil Centro per la ricerca sulla Diaspora Goren-Goldstein e l’Istituto per la Storia dell’ebraismo polacco e le relazioni fra Israele e Polonia, che in un comunicato congiunto la definiscono “un tentativo dichiarato di limitare la ricerca e l’insegnamento dell’argomento e di offuscare la complessa realtà che esisteva durante l’Olocausto”.

“È vero che l’olocausto dell’ebraismo europeo deriva in primo luogo dall’ideologia omicida della Germania nazista e dal modo in cui è stato attuato il piano per la “soluzione finale” – continua la nota -. (…) Allo stesso tempo, il presente studio, basato su un’ampia infrastruttura documentaria, attesta anche il ruolo svolto dai polacchi di tutti i settori della popolazione nella tragedia degli ebrei. (…). L’esclusione dell’attività scientifica dal contesto della legge non ne elimina i pericoli connessi. Soprattutto, l’emendamento mette anche i giovani studiosi a rischio – studenti laureati e studenti di terzo grado – che potrebbero temere una discussione approfondita e aperta sulla documentazione a cui sono esposti. Come persone che per anni si sono occupate di ricerca e di insegnamento della storia dell’ebraismo polacco attraverso le generazioni, così come di studiare e insegnare le relazioni tra lo Stato di Israele e la Polonia, in stretto contatto con colleghi e studenti di ricerca dalla Polonia, vediamo questa legge come una vera e propria violazione della libertà accademica”.

La legge al centro delle polemiche

La legge, che discolpa di fatto la Polonia dalle responsabilità avute durante il nazismo, è un emendamento alla legge sull’attività dell’Istituto della memoria nazionale (Ipn), elaborato e proposto dal ministero della Giustizia gestito da Zbigniew Ziobro, uno dei leader dell’attuale coalizione di governo conservatore al potere dal 2015. La legge è stata prima approvata il 31 gennaio dal Senato Polacco, e poi firmata il 6 febbraio dal presidente Andrzej Duda, che l’ha però sottoposta all’esame della Corte Costituzionale. Secondo le norme polacche, la legge rimane in vigore dalla firma fino a un eventuale parere contrario della Corte Costituzionale.

 

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